Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Mentre i 50.000 operai siderurgici di Thyssen…

Postato il 18 Novembre 2013 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali, Territori | da

Pubblichiamo questo interessante articolo di Sonia Trigiante e Frédéric F. Clermont

Mentre i 50.000 operai siderurgici di Thyssen manifestavano a Francoforte, la Krupp rinunciava a lanciare la sua offerta pubblica di acquisto, in conflitto con la sua concorrente. In compenso, le due imprese tedesche annunciavano la creazione di una società comune dell’acciaio, decisione che dovrebbe tradursi in migliaia di licenziamenti. E d’altra parte, anche la chiusura dello stabilimento di Vilvoorde (Belgio) da parte della Renault contribuisce a illustrare il disprezzo nel quale sono tenuti i lavoratori. Due esempi, tra molti altri, del ruolo giocato dalle 200 principali imprese multinazionali su scala planetaria, mosse da interessi particolari che si discostano sempre più dall’interesse generale. Dall’inizio degli anni 80, queste “prime duecento” hanno conosciuto, attraverso le fusioni e i riscatti di imprese, un’espansione ininterrotta, grazie alla quale esercitano un dominio per così dire totalitario non solo sull’economia, ma anche sull’informazione e sulle menti (leggere, qui a fianco, l’articolo di Ignacio Ramonet).

di Frédéric F. Clermont

Si cercherebbe invano, nei discorsi elettorali o in quelli degli adepti della teoria neoclassica, la minima allusione al fatto che le concentrazioni di imprese sono oramai il principale motore dell’accumulazione del capitale. Certo, si è trattato di una costante nella storia del capitalismo, se non di una condizione della sua sopravvivenza come modalità di dominio di classe; ma il suo ritmo non era mai stato così rapido.

Dalla metà degli anni 70 l’accumulazione del capitale si realizza essenzialmente tramite le annessioni di imprese, i riscatti e le fusioni, Combinata alla colossale espansione dei flussi finanziari, speculativi e non, essa agisce direttamente sulle decisioni di investimento: ma nulla di tutto ciò viene spiegato chiaramente ai lavoratori, benché sia in gioco il loro destino. Si insiste invece sul ruolo dinamico del “mercato”, che dovrebbe guidare le decisioni delle grandi società. Ma a sette anni dallo smembramento dell’Unione sovietica, con la colonizzazione massiccia dell’Est europeo, il rallentamento della crescita, l’aggravarsi degli antagonismi in seno alle nazioni e all’interno stesso del mondo imperialista, dove sono le gloriose promesse del “libero mercato?” (1) Intravista per qualche attimo alla fine degli anni 80, la tanto vantata “ripresa economica” non ha mantenuto le sue promesse. Le industrie manifatturiere mondiali (a eccezione di quelle cinesi) lavorano soltanto al 70-75% della loro capacità. Il debito mondiale (che comprende quello delle imprese, degli stati e delle famiglie) ha superato 33.100 miliardi di dollari, pari al 130% del prodotto interno lordo (Pil) mondiale, e progredisce a un tasso del 6-8% l’anno vale a dire oltre il quadruplo della crescita del Pil mondiale. Queste disparità dei tassi sono insostenibili e hanno conseguenze disastrose (2). Dovunque, in tutti i settori, i salari reali diminuiscono sotto i colpi delle ristrutturazioni, delle chiusure di fabbriche e delle delocalizzazioni. Nelle sole economie capitaliste “avanzate”, il numero dei disoccupati supera i 41 milioni, e non è finita …

Ma la crisi, con le sue centinaia di milioni di vittime, non colpisce le compagnie transnazionali. Cantando le lodi delle realizzazioni delle 500 imprese globali censite da Fortune, gli autori di questo elenco notano con compiacimento che “esse hanno travolto le frontiere per impossessarsi di nuovi mercati e inghiottire i concorrenti locali. Più sono i paesi, più aumentano i profitti. I guadagni delle 500 maggiori imprese sono cresciuti del 15%, mentre l’aumento dei loro redditi ha raggiunto l’11% (3)” All’inizio degli anni 90, circa 37.000 compagnie transnazionali, con le loro 170.000 filiali, stringevano nei loro tentacoli l’economia internazionale. Ma il vero potere si concentra nella cerchia più ristretta delle “prime duecento”, che dall’inizio degli anni 80 hanno conosciuto un’espansione ininterrotta (4) attraverso le fusioni e i riscatti di imprese.

La quota del capitale transnazionale nel Pil mondiale è infatti passata dal 17% della metà degli anni 70 al 24% nel 1982 a oltre il 30% nel 1995. Le “prime duecento” (5) sono conglomerati le cui attività coprono, senza distinzioni, i settori primario, secondario e terziario: grandi aziende agricole, produzioni manifatturiere, servizi finanziari, commercio ecc.

Geograficamente si ripartiscono tra 10 paesi: Giappone (62) Stati uniti (53) Germania (23) Francia (19), Regno unito (11), Svizzera (8), Corea del Sud (6) Italia (5) e Olanda (4). Se si eccettuano alcune società anglo-olandesi a capitale misto (i gruppi Shell e Unilever), restano in corsa soltanto 8 paesi, che totalizzano il 96,5% delle “prime duecento” e il 96% del loro fatturato. Ma in realtà la concentrazione è ancora maggiore di quanto non facciano pensare queste statistiche. Infatti, le compagnie appartenenti alla categorie delle “prime duecento” non sono tutte società autonome, come è dimostrato dagli esempi ben noti della Mitsubishi, della Sumitomo e della Mitsui, per citarne solo alcune. Esistono cinque imprese Mitsubishi tra le “prime duecento”, il cui fatturato aggregato supera i 320 miliardi di dollari. Queste entità in seno all’impero Mitsubishi, benché dotate di un elevato grado di autonomia, sono strategicamente intrecciate le une alle altre in materia di amministrazione, di prezzi, di commercializzazione e di produzione. Lo stesso vale per quanto riguarda le loro comuni reti economiche, politiche e di spionaggio. Il loro agente politico è il partito liberal-democratico (Pld) le cui spese di funzionamento sono coperte nella misura del 37% dall’impero Mitsubishi. Tra le “prime duecento”, le disparità di potere non hanno cessato di accentuarsi durante il processo di espansione che hanno conosciuto in questi due ultimi decenni, in particolare in ragione della guerra in atto tra loro per aggiudicarsi quote sempre maggiori del mercato mondiale. In effetti, tra il 1982 e il 1995 il numero delle compagnie americane è sceso da 80 a 53, mentre quello delle società giapponesi è aumentato, durante lo stesso periodo, da 35 a 62.

Un tempo prima potenza imperiale, il Regno unito ha visto il numero delle sue società crollare da 18 a 11. In compenso è emerso un nano geografico e demografico, la Svizzera. Ma l’aspetto più sorprendente è stata la rapida ascesa delle società sudcoreane, il cui numero è passato da 1 a 6 in un periodo di tempo relativamente breve. In testa figura la Daewoo, uno dei gruppi transnazionali di più aggressivo espansionismo, punta di lancia dell’imperialismo coreano. Con un fatturato di oltre 52 miliardi di dollari, ha superato colossi quali la Nichimen, la Kanematsu, la Univeler o la Nestlé.

L’espansione planetaria della Daewoo è abbastanza sintomatica della potenza dei chaebol, i conglomerati coreani. Gli attivi dei trenta primi chaebol sono aumentati da 223 miliardi di dollari del 1992 a 367 miliardi nel 1996, e rappresentano oltre quattro quinti del Pil coreano (6). Inoltre, sono le compagnie che occupano i quattro primi posti Daewoo, Sandgong, Samsung e Hyundai a spartirsi la metà di questi attivi (185 miliardi di dollari). Nel gennaio scorso, la rivolta operaia ha fatto volare in frantumi il mito del “miracolo coreano”, ma non è affatto detto che il risultato sia un rallentamento dell’espansione di questi giganti, all’interno del paese e fuori.

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza i miliardi di dollari forniti dagli Stati uniti durante la fase della crescita coreana, negli anni tra il 1947 e il 1955; dopo di che subentrarono decine di miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche. Nella Corea del Sud, come del resto in Giappone, non esiste una linea di demarcazione ben definita tra i chaebol e lo stato (7). Alle sovvenzioni pubbliche andrebbe poi aggiunta la repressione spietata della classe operaia e la liquidazione dei diritti della persona. Tutti i politici, senza eccezione alcuna, così come i membri delle alte gerarchie militari, sono azionisti di primo piano, che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi compagnie. Nella confraternita dei chaebol, tutti si conoscono e i matrimoni si combinano all’interno.

Chi non ricorda la frase pronunciata dal grande industriale tedesco Walter Rathenau nel 1909: “Trecento uomini, che si conoscono tutti tra loro, dirigono i destini dell’Europa e cooptano al loro interno i propri successori (8)?” Helmut Maucher, direttore generale della Nestlé oltre che “impresario” del Forum di Davos, presiede La tavola rotonda europea degli industriali, il Club delle élites appartenenti a 47 società nel novero delle “prime duecento”. Avversario implacabile della carta sociale europea, è un militante attivo della flessibilità del lavoro, come tutti i membri della sua casta. Dal 1986 al 1996 le fusioni di imprese si sono moltiplicate al ritmo del 15% l’anno, e non si vedono segni di rallentamento nel prossimo futuro. Se dunque le cose non cambieranno da qui al 2000, il costo cumulato di questo genere di transazioni raggiungerà circa 10.000 miliardi di dollari (a titolo di confronto, il Pil degli Stati uniti era, nel 1996 e a livelli di prezzi correnti, di 7.600 miliardi di dollari). Evidentemente, in questo periodo contrassegnato dalla deflazione e dal rallentamento della crescita, dalla sottoccupazione e dall’indebitamento, le società transnazionali non hanno altro mezzo, per promuovere la propria espansione, che quello di assorbire le loro concorrenti per conquistare così nuovi mercati.

Le fusioni di imprese permettono inoltre la realizzazione di economie di scala sul mercato mondiale. Vi fanno ricorso molte compagnie transnazionali, quali la Boeing e le tre grandi società automobilistiche degli Stati uniti, oppure, in Giappone e nella Corea del Sud, i giganti dell’automobile, dell’elettronica e delle costruzioni navali. Cinque tra le maggiori imprese transnazionali hanno messo le mani su oltre la metà del mercato mondiale nei settori chiave dell’aerospaziale, delle forniture elettriche, delle componenti elettroniche e del software; altre due hanno fatto altrettanto nella ristorazione rapida, e cinque nei settori delle bibite, del tabacco e delle bevande alcooliche.

L’ascesa delle transnazionali è incoraggiata non solo dai governi dei rispettivi paesi, ma anche dalle enormi sovvenzioni e dai privilegi fiscali offerti da paesi d’accoglienza quali il Regno unito e l’Irlanda, così come dai governi dell’Europa dell’Est, che stanno svendendo il patrimonio nazionale a colpi di privatizzazioni e di incentivi fiscali di ogni genere.

Fusioni e alleanze di società (come l’alleanza tra la Shell e la Bp) contribuiscono all’edificazione di un complesso economico totalitario. “Liberalizzazione”, “privatizzazione”, “deregulation”, “sistema del libero commercio internazionale”, sono altrettanti argomenti razionali che dovrebbero giustificare quest’evoluzione. In questo movimento di concentrazione, le grandi banche di investimenti, i fondi mutui e i fondi pensione giocano un ruolo preponderante (leggere l’articolo a pagina 18). Wall Street, dal canto suo, esercita pressioni per gonfiare i guadagni dei “valori di portafoglio”; e le banche di investimenti trovano in tutto questo il loro tornaconto.

Il caso della Goldman Sachs, una delle principali banche di investimenti, al primo posto nel mondo per il consolidamento delle società transnazionali, è esemplare a questo riguardo. I suoi profitti sono raddoppiati nel giro di un anno, passando da 931 milioni di dollari nel 1995 a 1,9 miliardi nel 1996.

Applicando le sue ricette, questa banca ha ridotto del 20% i suoi effettivi in questi ultimi anni, per non essere handicappata da un “costo del lavoro troppo elevato”. Il che non le impedisce di pagare oltre 200.000 dollari di dividendi annui a ciascuno dei suoi 175 associati, in aggiunta ai profitti sul loro capitale.

Alla Morgan Stanley (9), il presidente ha percepito oltre 14 milioni di dollari di dividendi nel 1996, pari a un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Ma queste banche, non contente di incoraggiare le fusioni di imprese, si impegnano direttamente sulla stessa strada. La fusione tra la Morgan Stanley e la Dean Witter ha dato origine a una delle più grosse società di investimenti e titoli del mondo, il cui valore di mercato è di oltre 24 miliardi di dollari (10). E quest’evento ha scatenato una reazione a catena tra le altre banche di investimenti e le società di intermediazione.

Quanto potrà durare questo gioco? “Francamente, nessuno lo sa, dichiara un commissario ai conti della City. Le banche impegnano somme molto rilevanti. Stiamo spingendo all’impazzata alle fusioni, che sono il nostro nutrimento”. Questo esperto altamente qualificato riconosce così senza mezzi termini che quest’orgia di annessioni di imprese si finanzia mediante l’indebitamento. Né più né meno dell’economia mondiale. La Novartis, nata nel 1996, occupa il secondo posto tra i giganti dell’industria farmaceutica, Questa società è il prodotto di una fusione tra la Sandoz e la Ciba-Geigy: si è trattato della maggiore operazione del genere nella storia delle transnazionali, che in commissioni e onorari di legali ha fruttato circa 95 milioni di dollari, ripartiti tra la Morgan Stanley e l’Union de Banque Suisse (Ubs). Da un giorno all’altro, il capitale della Novartis è balzato da 63 miliardi di dollari a 82 miliardi. Quando una manna del genere cade nei forzieri di un ristrettissimo gruppo di finanzieri, come parlare di crisi del capitalismo? Tuttavia la medaglia ha il suo rovescio: la nascita della Novartis ha comportato massicce liquidazione di posti di lavoro, prontamente eseguite in nome delle abituali “economie dei costi” e “ristrutturazioni”. Di colpo, le azioni delle due società hanno conosciuto un rialzo senza precedenti.

Il 10% della forza lavoro sarà eliminato in una prima fase. E le conseguenze in termini di aggravamento della miseria non impediscono agli ambienti della finanza di presentare l’operazione come una vittoria della razionalità di mercato.

Allo stesso modo si esulta, a Wall Street e su tutti i mercati finanziari, per l’assorbimento da parte della Boeing della McDonnell Douglas (14 miliardi di dollari). Ma stavolta c’è stata una differenza nella strategia dell’annessione, dato che quest’acquisto non è solo il risultato di una decisione del consiglio d’amministrazione della Boeing, ma era stato vigorosamente incoraggiato dal Pentagono e dal dipartimento del commercio, preoccupato di favorire la penetrazione del settore aerospaziale americano sui mercati internazionali. Le conseguenti liquidazioni di posti di lavoro sono state massicce. Peraltro, dal 1992 il numero degli stabilimenti che lavorano per la difesa è crollato da 32 a 9, con la perdita di oltre 1 milione di posti di lavoro (11).

In quest’ultimo esempio, le considerazioni strategiche non sono dissociabili dalla ricerca del profitto, dato che i titolari della Boeing e i dipartimenti della difesa e del commercio degli Stati uniti miravano a qualcosa di più di un’estensione delle quote di mercato aperte alle esportazioni americane. Era venuto per loro il momento di emarginare, se non di liquidare l’Airbus. Grazie all’apporto della McDonnell Douglas, la Boeing detiene ormai il 64% del mercato. L’impresa beneficierà inoltre degli ordinativi della difesa che in precedenza andavano alla McDonnell Douglas. E infine, il suo accesso ai finanziamenti del settore pubblico federale risulta rafforzato . Per il 1997 la Boeing ha previsto entrate per 51 miliardi di dollari, di cui il 40% proveniente dagli ordinativi della difesa. Dove sono i criteri di mercato in tutto questo? Acquistando la McDonnell (e altri acquisti seguiranno inevitabilmente su questa scia) la Boeing si assicura enormi sovvenzioni. Quest’impresa vende i suoi beni e servizi molto al disotto dei costi di mercato. Le sue attività di ricerca e sviluppo sono sovvenzionate dal Pentagono fin dalla fine della guerra, a colpi di decine di miliardi di dollari oltre che attraverso l’acquisto di aerei.

Per il momento, il peso schiacciante delle società transnazionali nell’economia mondiale non ha un contrappeso equivalente in campo politico. Cosa avverrà nel prossimo secolo? Queste imprese potranno conservare le loro strutture totalitarie di dominio e di sfruttamento? Una crescita infinita non può esistere in un mondo finito: questa legge almeno vale per tutti, e si applica anche alle megaimprese. Nessuno può dire dove si fermerà il movimento di concentrazione capitalistica, né se e quando troverà un suo limite. Ma fin d’ora, i guasti sociali e politici determinati dalle fusioni e dai riscatti in serie stanno aprendo numerose crepe nell’edificio …

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