Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

In fuga dal disordine globale

Postato il 23 Giugno 2015 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

migra-990x657Due docu­menti pur così lon­tani fra loro come l’enciclica papale sull’ambiente e il rap­porto sulla demo­gra­fia in Ita­lia dell’Istat dicono di più sulla que­stione dell’immigrazione nella Peni­sola e in Europa di tutte le dichia­ra­zioni dei nostri uomini poli­tici. Se, come dice papa Fran­ce­sco, le crisi che col­pi­scono il mondo risal­gono a un ordine glo­bale che ali­menta le ine­gua­glianze a senso unico — dei ric­chi a danno dei poveri, del Nord a sca­pito del Sud («Spesso non si ha chiara con­sa­pe­vo­lezza dei pro­blemi che col­pi­scono par­ti­co­lar­mente gli esclusi») — anche le guerre che infu­riano tutt’attorno al Medi­ter­ra­neo non pos­sono essere con­si­de­rate cause pri­ma­rie dell’inarrestabile ondata migratoria.

Ma solo effetti di una stessa gestione ini­qua delle risorse, mate­riali come la terra e il cibo o imma­te­riali come la scuola e il potere, che a catena pro­vo­cano il tra­vaso di tanti dispe­rati sulle nostre coste. D’altra parte, l’inarrestabile declino demo­gra­fico in Ita­lia, con l’aumento impro­prio della fascia più vec­chia della popo­la­zione, e quindi di non-produttori a basso con­sumo di merci e ad alto biso­gno di ser­vizi costosi, fa para­dos­sal­mente dell’immigrazione non un peri­colo da cui difen­dersi con tutti i mezzi bensì un’occasione da non per­dere nell’interesse col­let­tivo.
Nes­suno è così cieco da non vedere quali e quanti scon­quassi pro­vo­chi l’irruzione di migliaia di pro­fu­ghi pro­ve­nienti tutti insieme da paesi con un diverso colore della pelle, una diversa reli­gione, una diversa pre­di­spo­si­zione alle regole fon­da­men­tali della vita sociale. A loro volta, però, que­sti strappi sono la con­se­guenza di una società d’accoglienza che è inti­ma­mente dise­guale e sca­rica sui più deboli gli incon­ve­nienti peg­giori. Tutti gli studi di tipo socio­lo­gico sull’emigrazione in Europa pro­vano che sono i ceti medio-alti a trarre più van­tag­gio dall’immigrazione, usu­fruendo di una mano­do­pera a costi decre­scenti per l’industria, le cam­pa­gne e l’economia di cura, men­tre gli strati con un red­dito infe­riore, per lo più da lavoro dipen­dente, sono costretti a con­di­vi­dere gli stessi spazi, per lo più degra­dati, con gli ultimi venuti e a subire l’inesorabile calo dei salari.

Anche in Sud Africa furono i poveri bian­chi a difen­dere fin­ché pos­si­bile l’apartheid quando la grande indu­stria e i poteri forti (com­presi l’esercito e i ser­vizi di sicu­rezza) ave­vano capito fin troppo bene che il raz­zi­smo isti­tu­zio­na­liz­zato non era più né difen­di­bile né con­ve­niente. Era solo gra­zie alla discri­mi­na­zione dei neri se i gra­dini bassi o bas­sis­simi della società euro­pea ave­vano la pos­si­bi­lità di lucrare su una ancor­ché resi­duale ren­dita di posi­zione. Nadine Gor­di­mer era un ber­sa­glio facile dei raz­zi­sti poveri che le rin­fac­cia­vano di discet­tare con­tro il raz­zi­smo nei suoi scritti e nelle sue pre­di­che in giro per il mondo per­ché viveva in un quar­tiere resi­den­ziale dove i neri com­pa­ri­vano solo come auti­sti e domestici.

Sia il Medio Oriente che l’Africa sono in piena tran­si­zione. Le crisi che al mondo esterno appa­iono minacce a cui rea­gire con guerre deva­stanti di cui non si capi­sce bene né il fine né la fine — il com­plesso di onni­po­tenza pro­duce quest’ultima aber­ra­zione, spe­ri­men­tata anche durante la guerra fredda e dive­nuta la regola dall’Operazione Restore Hope in Soma­lia in poi — sono lo scotto pagato dai popoli, dalle nazioni e dagli stati in loco a tra­sfor­ma­zioni dirette non solo dall’alto ma anche dall’esterno. I paesi in via di svi­luppo sono stati inse­riti nel mer­cato capi­ta­li­sta, attra­verso il colo­nia­li­smo, in una posi­zione di infe­rio­rità e con­ti­nuano a subire una dipen­denza che li pena­lizza. I regimi auto­cra­tici, quando pos­si­bile, sono stati rove­sciati senza aprire la strada a pro­getti alter­na­tivi. Magari non ci sarà più la bor­ghe­sia com­pra­dora teo­riz­zata da Samir Amin ma le classi diri­genti della Peri­fe­ria non hanno ogget­ti­va­mente nes­suna auto­no­mia reale. Gli stessi mili­tari che negli anni Cin­quanta e Ses­santa si pre­sen­ta­vano come un’alternativa rifor­ma­trice o addi­rit­tura rivo­lu­zio­na­ria sono ormai inglo­bati nell’establishment, veri padroni dello stato e dell’economia. Fat­tah al-Sisi non potrà mai diven­tare un Nas­ser anche se pro­voca Obama flir­tando con Putin e com­pe­rando armi niente meno che in Fran­cia. Già Nas­ser – al cul­mine e quindi al cre­pu­scolo – dovette rico­no­scere che la rivo­lu­zione degli «uffi­ciali liberi» invece di pro­muo­vere le miti­che masse aveva bene­fi­ciato una bor­ghe­sia avida e sfrut­ta­trice. Il clima è sem­pre quello di una guerra, a un livello varia­bile di inten­sità, con­tro il cam­bia­mento e in difesa dei pri­vi­legi. La frase con cui De Klerk annun­ciò in Sud Africa la lega­liz­za­zione dei par­titi anti-razzisti e la libe­ra­zione dei pri­gio­nieri poli­tici non lasciava dubbi sul senso di quel pas­sag­gio cru­ciale: «La guerra è finita» (la guerra dello stato con­tro il suo popolo).

Dove più e dove meno, la crisi nel Sud glo­bale cul­mina nella spa­ri­zione dei con­fini che sem­bra­vano essere l’ultimo requi­sito dello stato. È vero per il Medio Oriente, per il Corno d’Africa, per la grande area saharo-saheliana. La guerra della Fran­cia nel Fez­zan e nel Mali non ha una col­lo­ca­zione geo­gra­fica pre­cisa. La guerra di e con­tro Boko Haram è ormai stra­ri­pata fuori della Nige­ria. Il Ciad di Idriss Déby, già can­di­dato a far parte di una lista di stati paria, è l’alleato prin­ci­pale di Hol­lande in Africa e spa­zia con le sue truppe in tutta la regione. Gli isla­mi­sti che si richia­mano a Daesh si sono infil­trati in Libia lungo il con­fine invi­si­bile fra i due poteri rivali di Tri­poli e Tobruk con lo scopo di distrug­gere anche gli ultimi resi­dui della nazione o dello stato. La fron­tiera fra Iraq e Siria non esi­ste più per nes­suno. La guerra ame­ri­cana nel mondo arabo non è con­fi­nata al già inde­ter­mi­nato campo di bat­ta­glia in cui infu­ria Daesh e si estende ovun­que siano indi­vi­dua­bili poten­ziali “ter­ro­ri­sti”. Isis riem­pie un vuoto di potere e di legit­ti­mità rie­vo­cando il calif­fato e caval­cando la con­fusa pro­te­sta di chi con­si­dera i governi e gli stessi stati come entità arti­fi­ciose e oppres­sive. Non ci sono solo le inti­mi­da­zioni e le vio­lenze effe­rate nella stra­te­gia di al-Baghdadi o di chiun­que capeggi l’autoproclamato stato isla­mico: c’è anche una gover­nance che distri­bui­sce pasti, istru­zione e assi­stenza sani­ta­ria com’è nella tra­di­zione delle con­fra­ter­nite musul­mane. In Siria la richie­sta agli Stati Uniti per avere un’assistenza ade­guata per varare una rete di un appa­rato giu­di­zia­rio nelle aree sotto il con­trollo dei ribelli cosid­detti «mode­rati» non è stata nem­meno presa in con­si­de­ra­zione. In com­penso, ogni raid di droni o aerei ame­ri­cani dà lo spunto ai capi delle legioni con le ban­diere nere per impu­tare le vit­time – molti morti fra i civili per ogni ber­sa­glio «mili­tare» – alla guerra dell’Occidente con­tro l’islam.

Gli Stati Uniti gesti­scono con i governi locali due «emer­gency rooms» in Tur­chia e in Gior­da­nia per coor­di­nare alcuni movi­menti che lot­tano con­tro il regime di Assad. Il governo ame­ri­cano non ha ancora deciso, e tanto meno detto agli alleati (fra cui l’Italia), se la guerra è intesa a rove­sciare il regime del Baath o a pun­tel­larlo. Di sicuro i governi dei paesi sun­niti vogliono col­pire anzi­tutto e soprat­tutto Assad e l’Iran suo alleato (che in Iraq com­batte sul ter­reno con­tro Daesh). Men­tre tutte le alleanze regio­nali sono in ebol­li­zione spicca l’asse Ara­bia Saudita-Israele come monito per­ché Obama non porti a ter­mine l’apertura a Tehe­ran sabo­tando l’accordo sul nucleare.

Gian Paolo Calchi Novati

(tratto da Il Manifesto 19.06.2015)

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