Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Festa del lavoro. Non è crisi del lavoro ma crisi della coscienza dello scopo del lavoro (crisi alimentata dalla declinazione di parole senza concetto)

Postato il 6 Maggio 2015 | in Italia, Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Riceviamo e pubblichiamo

LavoroDel concetto e della coscienza di scopo

Il lavoro, come essenza di vita che si oggettivizza nella sua opera

La coscienza come insieme di formazioni culturali é la “vita”

Crisi non del lavoro ma crisi della coscienza dello scopo del lavoro, della ragione e della vita, donde, attualmente, i tanti messaggeri di morte

La parola “lavoro”, viene declinata in tutti i toni enfatici possibili, con promesse incredibili e senza nemmeno uno sforzo per definire il senso reale e il concetto.

Ma la parola senza il concetto “implicitandone” il senso del reale, consente, sol che lo si voglia, di recuperare dalla finestra il concetto cacciato dalla porta: recuperare tornando alla teoria per “…tenere ferma la coscienza dello scopo del lavoro, capace di rompere le pietre e certe teste dure ”(Pirola)

Innumerevoli le parole che aggirano i concetti, tra cui, ad es. , parole comedecrescita” o “populismo” usato in senso opposto al suo significato e concetto proprio di cesarismo, bonapartismo, presidenzialsmo, vale a dire ogni forma di rafforzamento dei vertici di potere delle istituzioni, dello stato e del governo.

Correlati – a seguire (seguiranno). Della scienza anch’essa ideologiaLe parole come sostituzione dei concetti” – Lavoro-costituzione-enti locali nel nesso democrazia/politica democrazia/sociale; Autonomia sociale dei lavoratori e il nesso tra diritto “del” lavoro e diritto “di” pace basi costituzionali di attuazione anche dei diritti della persona-civili-individuali, del pieno sviluppo dei cittadini/lavoratori (ecc.)

Pre scriptum. Ormai le parole raggirano i concetti, specie in campo economico e sociale, ad opera di tutti, anche da “sinistra” e “comunisti” ex/post-PCI e da vecchie e nuove “lenze” liberali, nonostante che il concetto di lavoro   dovrebbe impegnare anche i “liberali”, stante che è la categoria centrale dell’economia politica di Smith e che Marx riprende da lui e trasforma nei Manoscritti con gli strumenti della critica antropologica feuerbachiana, della critica della filosofia. Ovvero, i fenomeni economici, come il lavoro dell’operaio, ricondotti alla loro implicitazione/espressione del processo antropologico generale dell’alienazione. Su cui persino Civiltà cattolica, nel famoso numero della sua autocritica rispetto ai giudizi dati in passato su Marx, ha riconosciuto la validità della teoria marxiana proprio nei punti centrali del marxismo, riguardanti la sua critica antropologica e l’alienazione del lavoro, riconoscendo persino la validità della teoria del valore, contestata dal revisionismo e dai revisionisti sia “marxiani” o psudo tali e dai “semi-marxisti” (come Brecht definisce la scuola di Francoforte) che dagli anti/marxiani liberisti e riformisti fondatori della liberista UE- BCE che ha sequestrato e rinchiuso la democrazia nei sui forzieri .

Concetti di valore e merce che da Ricardo sono ripresi da Marx nella Miseria della filosofia (1), in cui il lavoro viene ripensato entro il rapporto sociale capitalistico che oggi, nella fase delle imprese e dell’imperialismo transnazionale, viene mondializzato, esportando e impiantando i rapporti di produzione   sociali capitalistici anche nei paesi del c.d. BRIC e della Cina ,

Il Lavoro. La crisi della coscienza dello scopo del lavoro e della vita

La coscienza come insieme di formazioni culturali (storia, filosofia, morale, religione, rapporti giuridici). E’ la “vita”, cioè il modo come l’uomo agisce e trasforma il mondo a determinare in ultima istanza il modo in cui egli riflette sulla propria esistenza.

Il lavoro creatore, come atto di autocreazione dell’uomo (già in Hegel), “come essenza che si mantiene dell’uomo”, propria dell’uomo vita eterna natural durante.

Col lavoro, l’uomo riproduce l’intera natura, e attraverso la produzione la natura appare come sua opera e sua realtà. Vale a dire che “l’oggetto del lavoro è per ciò la sua oggettivazione, l’oggettivazione della vita dell’uomo in quanto specie, giacché egli non si raddoppia solo intellettualmente, ma di fatto, e contempla perciò se stesso in un mondo da lui creato…” (Marx, Manoscritti economici) (2).

Dunque, l’uomo come creatore di se stesso, come prodotto mutevole del suo lavoro, come essenza di vita che si oggettivizza nella sua opera. Si che si vede e va visto l’intrecciarsi del principio filosofico del lavoro con le sue forme di manifestazione storica: quella “cosa” che ignorano anche sindacalisti e anche della Fiom (da Rinaldini a Landini), avendo persino teorizzato, da sinistra, di poter fare a meno della storia, “nel” e   “per” realizzare “una nuova cultura” (a-storica o anti-storica!!!?)

Dunque, Marx, ad es. , usa la parola lavoro per indicare l’essenza della vita, cosi come viene inteso e vissuto da milioni di uomini (al punto che i senza lavoro si tolgono la vita, a migliaia, in Francia, Italia, in tutta Europa e nel Mondo) (3)

Ad altro es., per quel che può servire a esemplificare, possiamo testimoniare che l’esperienza in fabbrica e la presa di coscienza della natura del lavoro e della organizzazione capitalistica del lavoro, ha cambiato sia il vissuto individuale   e collettivo, nostro e di molti, sia il pensiero e l’approccio alla cultura. Determinando una svolta e tutti gli sviluppi successivi, pensiero e azione, della vita e della realtà osservata dal punto di vista dal basso, cioè plebeo, cioè veramente marxista in cui “plebeo”, aborrito dalla borghesia e che intellettuali anche comunisti non comprendono nel suo storico significato, per il marxismo significa guardare e gire in modo non ideologico, che in senso marxiano – ecome non è purtroppo usuale anche tra nostri compagni – significa una confusa sovrastruttura che mascherano la realtà.

Vale a dire, in luogo di quello “dall’alto” da cui guarda anche l’intellettuale non più gramsciano quali sono la maggior parte, un “punto di vista dal basso” che cambia la prospettiva: non solo “destra-sinistra” che, oltre a tutto, il maggioritario rende una diade, ma quel che, parimenti, attraversa e divide entrambe tra il basso, cioè il sociale,   in cui vive e lavoro il popolo e tutti; e l’ alto da cui i vertici, separati, osservano il sociale-territoriale, che mentre da DESTRA viene interpretato dal sociale reazionario e fascista e da SINISTRA dal sociale democratico e comunista, i LIBERALI, viceversa, nemmeno lo riconoscono – tanto meno come base dello stato in guisa della nostra Costituzione. Donde che come negli anni 20 e 30 dell’ascesa di Mussolini e Hitler, a fronte del fallimento del liberismo e delle politiche antisociali della UE dei riformisti e liberisti, dominata da una troika non elettiva checon i vari Paesi europei agisce e si comporta come un GOVERNO DI OCCUPAZIONE, come nel fuoco della lotta antifascista la partita si gioca tra il movimento sociale di massa reazionario e fascista e il sociale di massa democratico e comunista.

Ovvero, fallito il liberalismo a-anti-sociale di Maastricht e della UE di mercato, in tutti i paesi d’Europa resta in campo e cresce il sociale reazionario di destra che si contrappone al sociale comunista di sinistra (indebolito dal revisionismo neo-riformista e laburista): si che quando arretra quello comunista avanza l’altro,il sociale reazionario fascista. Non è un caso – lo diciamo per le teste dure come pietra da rompere mantenendo ferma la coscienza dello scopo del lavoro – che in Francia o in Portogallo, ecc,. nelle zone in cui il territorio, cioè il sociale, era   totalmente dominato e anche elettoralmente dall’insediamento comunista, scomparso questo, sono ora dominate,   totalmente, dal fascismo nazionalista dei Le Pen e da gruppi nazisti, che in Grecia sono entrati persino in Parlamento.

L’Italia, come fu la prima a sperimentare la vittoria del fascismo movimento sociale reazionario di massa, altrettanto, è stata la prima a “provare” come “scomparso” il sociale comunista del PCI è arretrato il movimento democratico di massa ed è avanzato il sociale del movimento reazionario di massa leghista e della destra anche fascista: uno scenario simile agli anni 20 e 30 (quando falli il liberismo), creato e voluto dal capitalismo finanziario e dai suoi governi liberali-liberisti di destra e della “sinistra” che ha persa l coscienza dello scopo del lavoro come fondamento anche della democrazia, ha abdicato i poteri dello stato a favore della governance europea di imprese industriali e bancarie in capo a BCE-FMI-Commissione della UE di riformisti e liberisti, come ora sta avvenendo in Francia, in Portogallo, in Grecia e in tutta Europa (in quella dell’Est da vari lustri), come in Italia gia in tutto questo secondo ventennio del 900 .

Il lavoro è attività conforme allo scopo, attività che ha fatto l’uomo e coincide con la storia dell’uomo, attività che mira a trasformare   le cose in modo da renderle usabili. In quanto “conosce” lo scopo, il lavoro è coscienza, e la coscienza dello scopo del lavoro e la “legge” che determina il modo in cui il lavoro si realizza.

Il lavoro ha una natura generale che è “indipendente” da tutte le forme della società, di ogni società (pure di quelle sovietiche e cinesi e di c.d. “socialismo reale”, fallite proprio sul lavoro e una organizzazione del lavora che lo ha reso subordinato anche alla nuova proprietà statale: a ricordare che   nazionalizzazione e statalismo – che non era l’intento di Leninnon è socialismo, tanto che è anche proprio del fascismo), e che grazie a questa presenza è “condizione naturale eterna della vita umana”.

La cosi detta crisi del lavoro nasce dalla crisi della coscienza del suo scopo. Il rischio è di scambiare la crisi di una forma di organizzazione del lavoro, con la crisi del lavoro, trasformando il rifiuto di una forma particolare del lavoro con il rifiuto del lavoro.

In quasto caso, quando ciò si verifica, la crisi del lavoro diventa ed è cosi crisi della vita . Si spiega anche così come la crisi del lavoro produca tanti messaggeri di morte (dai drogati, ai terroristi anche di stato, a chi senza senso – apparentemente – spara e uccide per strada o in famiglia, ai presidenzialisti fautori del “mono” di potere presidenziale antisociale nemico della natura del lavoro, e proprio di guerrafondai e golpisti, -ecc.), che valutano la propria vita e anche quella degli altri come cosa di poco conto.

In questo consiste o può consistere anche la CRISI DELLA RAGIONE, COME CRISI DELLA COSCIENZA DELLA NATURA GENERALE DEL LAVORO.

“Natura” che è un elemento di razionalità che va preservato e mantenuto, al di là delle deludenti e disperanti forme di organizzazione dl lavoro che siamo costretti a subire, in quanto il lavoro è la condizione naturale che preserva e determina la natura delle vita umana.

Nella sua natura generale, il lavoro è l’attività che scioglie le “cose” dal nesso immediato che le tiene originariamente unite alla terra, dando senso alla razionalità e alla vita della specie umana. Sul significato di “cose” nessun dubbio dovrebbe esserci neppure in coloro che pure sono stati o diventano ora quelli che più volevano, vogliono, mettere in discussione il significato delle “cose”, dei concetti, dei fatti e della storia stessa. Con le mode o con le marmellate teoriche.

Le mode tipo dei tellettual-in d’oltre alpe. Sul modello praticato da Lacan per finire a Guattari e Deluze e la loro abitudine di riempire di sociologia e psicanalisi un frullatore e da esso fare sgusciare qualche effetto comico involontario (come la liberazione del sesso che avrebbe creato il codice del desiderio portando alla libertà), cosi altri frullano concetti della conservazione e della reazione con le parole senza concetto della “sinistra” resa cadavere riverso della storia:   facendo uscire effetti comici tragici, come le guerre e le bombe umanitarie. O come il post-moderno e post-tutto dei fantasmi paventati dall’offensiva ideologica capitalistica, della fine dello stato e persino fine della storia. E la fine del lavoro con cui gli intellettuali d’oltre Alpi (e taluni nostri provincialotti o reazionari tellettual-in ) hanno avvolto quel che in realtà è stata e vuole essere la messa a morte del lavoro e dei lavoratori, con normative in materia di rapporti di lavoro che nei vari paesi europei hanno liberalizzato i contratti, che quasi ovunque sono diventati o diventano “INDIVIDUALI” esponendo ancor più il lavoro e i lavoratori alla compravendita internazionale delle aziende. Imponendo anche agli impiegati di essere completamente soli davanti all’azienda, e subendo ritmi, mansioni, ecc sempre più pesanti. Con crescita di nuove patologie e malattie professionali, e un rapporto di lavoro spossessante e ancor più alienante che in passato. Ovvero tutto quello che certamente non appare come una novità assoluta nella storia del moderno capitalismo, ma che offre una risposta secca e netta a tutti quelli che hanno osannato e preconizzato una supposta fine del lavoro e una liberazione dalla fatica grazie alle virtù del mercato e del progresso inteso come neo-positivista progresso scientifico della scienza capitalistica.

Le marmellate teoriche e il neo “riduzionismo”, che si ottengono miscelando in una specie di nuovo SINCRETISMO, Marx, Lenin, Gramsci e Togliatti, assieme a Stalin e ai Teng Xiao Ping sia della Cina capitalista che dei “cinesi” italiani; o col “riduzionismo” dell’imperialismo all’impero, e rinverdendo persino il kautskyano e socialdemocratico “riduzionismo” del marxismo a scienza: da parte di adepti dei blog e del macchinismo tecnologico, evidentemente vittime del neo-positivismo tecnologico della scienza capitalista computerizzata.

Note

(1) Nel sistema della proprietà privata, però, il lavoro subisce espropriazione e perdita dell’oggetto. Il fatto economico dell’espropriazione e pauperizzazione del lavoro dell’operaio si spiega con la struttura antropologica dell’alienazione: ovvero l’attività dell’uomo che è proprio della vita sua stessa, scissa dalla propria essenza, , così il lavoro viene investito dalla contraddizione capitalistica fondamentale che separa il soggetto UOMO dalla sua essenza, contraddicendo la stessa natura umana del lavoro.
(2)Anche l’animale produce, ma solo ciò di cui ha immediatamente bisogno per sé. Esso produce in una sola direzione, mentre l’uomo produce universalmente, libero dai bisogni fisici e, anzi, produce veramente solo quando è libero da questi.: anche se questo è l’anticipo di una situazione solo sporadicamente raggiunta, in cui il lavoro non sia più costrizione o necessità ma dispiegamento delle potenzialità creative dell’uomo. Ma appunto qui, nel mantenere   già all’origine ferma la coscienza di questo suo carattere creatore che stava e resta la possibilità racchiuse nell’uomo come essenza attiva di vita .
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