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“Bergogliomania” e crisi

Postato il 20 Novembre 2013 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

“BERGOGLIOMANIA” E CRISI

di Osvaldo Coggiola

Nel marzo del 1976, quando si instaurò in Argentina una delle più sanguinarie dittature militari dell’America Latina, Jorge Mario Bergoglio non aveva ancora compiuto 40 anni, ma già era superiore provinciale dell’Ordine dei Gesuiti nel paese. Non esiste alcun documento fotografico che testimoni direttamente la sua prossimità con la Giunta Militare, diversamente dai tanti che inchiodano l’alta gerarchia cattolica (alla quale Bergoglio ancora non apparteneva) provando la contiguità con la squadra di assassini professionisti al potere. C’e da dire però, che Bergoglio neanche lontanamente si oppose alla linea seguita dalla Chiesa di Roma (non solo in Argentina, ma in tutta l’America del Sud, colpita da feroci regimi controrivoluzionari). I militari argentini si autogiustificarono con la necessità di eliminare la “corruzione” (peronista) e la “sovversione” (armata), ossia la guerriglia. Il concetto di guerriglia fu ampliato a tal punto che colpì qualsiasi attività politico-sociale: esporre opinioni, rivendicare, scrivere, parlare, leggere, addirittura pensare! Tale nozione non avrebbe potuto, evidentemente, appoggiarsi su nessun tipo di “diritto”: si inventò, perciò, una “guerra nazionale antisovversiva”. Gli ideologi della dittatura affermarono che la Terza guerra mondiale (contro il comunismo) era già cominciata in Argentina, sotto le vesti di una “guerra sporca” (concetto coniato dai torturatori francesi nella guerra d’Algeria). La forma illegale e terribile assunta dalla repressione – la “scomparsa forzata di persone”, più di trentamila vittime – fu conseguenza di questa mistificazione (non c’era nessuna guerra civile in Argentina, la guerriglia di sinistra era circoscritta e già sconfitta militarmente nel 1976).

Le “sparizioni”, che facevano parte di un piano di totale sterminio fisico, colpirono guerriglieri, politici, studenti, scrittori, dirigenti e attivisti sindacali, e persino membri dello stesso governo militare, come nel caso dell’ambasciatore argentino nel Venezuela (il politico dell’Union Civica Radical, Hidalgo Solá), o imprenditori, come Fernando Branca, assassinato dal suo socio Emilio Eduardo Massera (membro della Giunta). Il metodo finì per inghiottire i suoi stessi esecutori. Massera comandò il centro di detenzione clandestino della Marina a Buenos Aires, la ESMA (Scuola Superiore di Meccanica dell’Armata). Passarono di qui più di cinquemila persone, arrestate-scomparse, delle quali meno di un centinaio sopravvisse. Massera fu giudicato e condannato all’ergastolo nel 1985, ma beneficiò dell’indulto concesso dal governo di Carlos Menem negli anni ‘90. In una dichiarazione rilasciata ad un giornalista nel 2011, il dittatore Jorge Rafael Videla fu esplicito riguardo al metodo e all’obiettivo delle “sparizioni”: detenzione o sequestro di migliaia di “leader sociali” e “sovversivi” individuati in liste elaborate tra gennaio e febbraio del 1976, prima del golpe, con la collaborazione di imprenditori, sindacalisti, professori, dirigenti politici e studenteschi; “interrogatori” (un eufemismo che nasconde tortute indescrivibili) in luoghi segreti o centri clandestini; uccisione dei prigionieri considerati “irrecuperabili”, decisa generalmente in riunioni specifiche dirette dai capi di ognuna delle cinque zone nelle quali era stato diviso il paese; scomparsa dei corpi, che sarebbero stati gettati in mare, nei fiumi, nei canali; o seppelliti in luoghi segreti; o bruciati in forni o in ammassi di gomme d’auto.

“Sette o ottomila persone dovevano morire perché si vincesse la guerra alla sovversione; non potevamo fucilarli. Tanto meno processarli”, racconta Videla ammettendo il suo ruolo di boia di una generazione di lottatori. Come ammettere e giustificare apertamente questo ruolo a se stesso e al mondo? Esattamente a questo punto entra una componente essenziale dell’ideologia della dittatura: la cosiddetta “missione di dio” (“Gli assassini di dio”, come li definì la ricercatrice canadese Patricia Marchak), con il beneplacito del suo rappresentante ufficiale in Argentina: la Chiesa cattolica. Di fronte al perché i militari fossero arrivati alla conclusione che non si potessero processare i detenuti, Videla rispose: “Non potevamo fucilarli [legalmente]. Come potevamo fucilare tutta quella gente? La giustizia spagnola aveva condannato a morte tre integranti dell’ETA, una decisione che Franco assunse nonostante le proteste in buona parte del mondo: riuscì appena a giustiziarne uno, nonostante fosse Franco. C’era anche il timore per la reazione mondiale suscitata dalla repressione di Pinochet in Cile”. Per Videla “non c’era altra soluzione. Eravamo d’accordo che quello era il prezzo da pagare per vincere la guerra e dovevamo far in modo che non fosse evidente, che la società non lo percepisse. Per questo, per non provocare proteste dentro e fuori il paese, durante il decorrere dei fatti si decise che queste persone sarebbero dovute scomparire; ogni scomparsa può essere intesa, sicuramente, come trucco o dissimulazione di una morte”. Buona parte della gioventù e della classe lavoratrice militante argentina fu fisicamente eliminata, o condannata ad una fuga che per molti non ebbe mai fine.

Juan Gelman, poeta, padre e nonno di desaparecidos ha commentato: “Questa intervista di Videla nella quale confessa che uccise ottomila persone, mi ha permesso di scoprire in lui una qualità che ignoravo: la modestia. Perché, in verità, le vittime furono più di trentamila. Videla si esprime da leader del golpe militare, ma per analizzare i golpe dobbiamo tener presente, in primo luogo, che essi poterono sempre contare sull’appoggio dei civili; in secondo luogo, che ci furono partiti che li incitarono e, in terzo luogo, che dietro ai golpe si muovevano interessi molto concreti e importanti. Videla non dice, per esempio, quanti campi di concentramento esistettero, cosa accadde al loro interno e quale fu il destino dei desaparecidos. Tanto meno dice dove si trovino gli archivi. Sono molte le domande che i familiari dei desaparecidos si fanno e sulle quali non ha risposto”. Nel 1984, la Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone (Conadep) informò il governo del presidente Raul Alfonsin che durante la dittatura militare argentina (1976-1983), 8961 cittadini erano scomparsi. Trae origine da qui la cifra data da Videla, che giustificò religiosamente l’uso della tortura (“Dio sa quel che fa e il perché lo fa. Accetto la volontà di Dio e credo che Dio non abbia mai lasciato la mia mano”: i dittatori pensavano realmente di star compiendo una missione divina, nella quale era visibile la mano della Chiesa Cattolica) e evidenziò il ruolo della “dottrina francese nella lotta contro le guerriglie” nel suo governo.

La tortura e la morte avevano un bersaglio preciso: i primi rilevamenti di Amnesty International, realizzati alla fine del 1976 hanno provato che la percentuale maggiore di vittime proveniva dal movimento operaio, soprattutto dalla sua avanguardia (delegati di base, attivisti di classe). Si eliminava così la cosiddetta “guerriglia della fabbrica” (l’attivismo operaio classista) denunciata poco prima del golpe militare dal “democratico” Ricardo Balbin (leader dell’Union Civica Radical). Era un movimento politico reazionario che riuniva la borghesia argentina, con l’intermediazione dei militari, contro la prospettiva della rivoluzione sociale. Il terrorismo anticomunista peronista che lo aveva preceduto (la famigerata Triplice A, Alleanza Anticomunista Argentina, organizzata personalmente da Peron e dal suo ministro-segretario Lopez Rega, attuante dalla fine del 1973) fu integrato ed incrementato dal terrorismo militare, rappresentando la continuità essenziale tra i due regimi. I militari definirono il loro operato come “guerra sporca”. Il termine “terrorismo di Stato”, adottato dopo, ha occultato l’essenziale: un massacro metodicamente pianificato ed eseguito dalle Forze Armate (cosi come ha riconosciuto la “Commissione Sabato” creata dal governo Alfonsin nel 1984).

Sua complice in questo compito omicida fu la Chiesa Cattolica, che in Argentina è da sempre baluardo dell’oligarchia dominante, tanto da potersi permettere di scomunicare Peron durante il suo primo governo (1946-1955), di verniciare croci e scrivere la frase “Cristo vince” sui carri armati del golpe del 1955. In Argentina il cattolicesimo è ancora religione ufficiale di Stato e lo Stato paga gli stipendi del clero con i soldi pubblici. Fino a tempi recenti, la principale cerimonia celebrativa dell’Indipendenza nazionale era una messa nella cattedrale. Su incarico del Ministero dell’Istruzione, con Ricardo Bruera, nel 1976, la Chiesa promosse il peggior programma scolastico che l’Argentina abbia mai conosciuto, il più oscurantista (la teoria degli insiemi, per esempio, fu messa al bando dai programmi di matematica per il fatto di usare un “principio comunista”). Monsignor Plaza (arcivescovo di La Plata) distribuiva crocifissi nei campi di sterminio dove i prigionieri erano sottoposti alle più atroci torture prima di essere uccisi; monsignor Bonamin (cappellano dell’Esercito) dava la benedizione alle squadre che avevano il compito di sequestrare, torturare e uccidere; e non mancarono quelli che, come il cappellano militare Christian Von Wernich, oggi condannato dalla giustizia, misero su un redditizio commercio attraverso la vendita di informazioni (false) ai disperati parenti dei desaparecidos.

Trentacinque anni dopo i fatti, il cardinale argentino Primatesta ricorda le parole di Emilio Mignone, “padre della detenuta-desaparecida Monica Candelaria Mignone, e una delle maggiori personalità laiche del cattolicesimo argentino“: [Mignone] scrisse che il sistema del sequestro, del furto, della tortura, degli omicidi, ‘aggravato dal rifiuto di devolvere i cadaveri ai familiari, dalla loro eliminazione mediante cremazione, o gettando i corpi in mare o nei fiumi, o dando sepoltura anonima in fosse comuni’ si realizzava in nome della ‘salvezza della civiltà cristiana, della salvaguardia della Chiesa Cattolica’”. Ad un giornalista spagnolo, Videla disse: “La mia relazione con la Chiesa Cattolica è stata eccellente, molto cordiale, sincera e aperta” perché si trattava di una Chiesa “prudente, che non ha creato problemi e non ha seguito la tendenza di sinistra e terzomondista come altri Episcopati”. Condannava “alcuni eccessi”, ma “senza mai rompere le relazioni”. Con Primatesta, “siamo addirittura diventati amici”. La Chiesa Cattolica argentina, perciò, sapeva, ha taciuto, occultato e infine benedetto il genocidio.

Ci furono, evidentemente, eccezioni all’interno della Chiesa (ce ne furono persino tra le Forze Armate), ma l’istituzione clericale in quanto tale fu parte attiva del massacro, come denunciato dalle Madri di Plaza de Mayo o dal grande artista plastico Leon Ferrari. Non raramente le eccezioni clericali, come il vescovo della provincia di La Rioja, Monsignor Angelelli, o i preti dell’ordine dei padri palotini, che furono tutti massacrati per aver protetto i perseguitati politici, furono vittime degli assassini benedetti dai loro superiori. Enrique Angelelli morì in un incidente d’auto: benché ci fossero gridanti indizi che si trattasse di omicidio, la Chiesa accettò la versione ufficiale e coprì il crimine mantenendo il sostegno a Videla e alla Giunta. La “corruzione” del precedente governo peronista fu eliminata hegelianamente, ossia, conservata ed elevata a livelli stratosferici. Malaffare, ma anche furto e vendita dei beni dei desaparecidos, oltre al deficit di bilancio astronomico prodotto dai militari, responsabile di quasi la metà del debito estero, che arrivò a 45 miliardi di dollari. Lo Stato capitalista nell’Argentina della dittatura militare assunse la sua forma estrema, essenziale, di mafia armata dedita al saccheggio delle finanze pubbliche e della popolazione.

Nella fase di disfacimento della Giunta Militare, durante ed in seguito alla sconfitta dell’Argentina nella guerra delle Malvinas, il Vaticano assunse un ruolo di primo piano per evitare una crisi rivoluzionaria (e anche per garantire la vittoria della coalizione militare anglo-yankee). Il 1 giugno 1982, vigilia della sconfitta argentina, il papa Giovanni Paolo II arrivò a Buenos Aires per «pregare per la pace». Il papa rimase nel paese due giorni, durante i quali svolse un’intensa attività: prolungati incontri con la Giunta militare e con il presidente Leopoldo Galtieri, due messe celebrate insieme ai cardinali che riunirono centinaia di migliaia di persone, una delle quali nel quartiere Palermo di Buenos Aires e l’altra a Lujan. Durante le due messe e in altre uscite pubbliche di fronte alla moltitudine, il papa pronunciò i suoi discorsi in spagnolo chiedendo a tutta la nazione di pregare per la pace, con la guerra ancora in corso. Prima di tornare a Roma, il Sommo Pontefice conversò privatamente con il presidente Galtieri; il tenore del colloquio non fu mai rivelato, ma fu decisivo per la resa argentina, in un momento in cui l’esito della guerra era ancora incerto.

Il basso profilo di Bergoglio in questo periodo richiede una spiegazione. Jorge Mario Bergoglio, figlio di una coppia di emigranti italiani, nasce a Buenos Aires nel quartiere di Flores. Si laurea e consegue un master in chimica all’Università di Buenos Aires. Nell’adolescenza ha una fidanzata, Amalia. Entra nel noviziato della Compagnia di Gesù nel marzo del 1958 terminandolo in Cile, a Santiago. Si laurea in filosofia nel 1960 all’Università cattolica di Buenos Aires. Tra il 1964 e il 1966 insegna Letteratura e Psicologia nel Collegio Imaculada Concepcion di Santa Fé e all’Università di Salvador a Buenos Aires (storico – e privato – centro delle forze politiche reazionarie). Si laurea in teologia nel 1969 e riceve l’ordinazione presbiteriale nel dicembre dello stesso anno. “1969”. L’anno è più che significativo. Fu l’anno delle insurrezioni popolari contro la dittatura militare di Ongania, cominciate a Cordoba (il “cordobazo”). In questi anni, il già distaccato gesuita, oggi papa, era legato alla Guardia de Hierro (Guardia di Ferro), gruppo peronista che, nel quadro di generale effervescenza sociale che dominava il paese, si opponeva tanto alla sinistra peronista (Montoneros, Juventude Peronista e altri) fautrice della lotta armata, come alle tendenze cristiane (Cristianismo y Revolucion, Movimiento de los Padres del Tercer Mundo Sacerdotes por el Tercer Mundo, il cui principale rappresentante, Mugica, fu assassinato dalla destra peronista, dalla già citata Triplice A, finanziata da Licio Gelli e dalla Loggia P2) che convergevano con essa. Tendenze che attraversavano la Chiesa in America Latina, seguendo l’esempio del prete guerrigliero Camillo Torres e della Teologia della Liberazione nata in Perù e sviluppatasi in Brasile. Le convinzioni politiche del futuro papa sono forgiate da questa esperienza di lotta laica e religiosa contro la sinistra.

Nel 1973 viene nominato Maestro dei Novizi e poi eletto superiore provinciale dei gesuiti. Nel 1980 dopo il periodo di provincialato inizia ad insegnare in una scuola gesuita. Dal 1980 al 1986 è rettore della Facoltà di Filosofia e Teologia di San Miguel, e concede onorificenze accademiche (dottorato honoris causa) a membri della più alta sfera della dittatura militare, compreso l’assassino e mafioso Emilio Eduardo Massera. Dopo il suo dottorato in Germania, è confessore e capo spirituale a Cordoba. La Guardia de Hierro, con la quale Bergoglio continua ad avere legami, coltivava buone relazioni con Massera. Secondo Alejandro Tarruella, “Jorge Bergoglio si legò ai membri della GH durante la sua partecipazione all’Università di Salvador. Nel 1975 Bergoglio nominò nell’università due membri della GH: Francisco «Cacho» Piñon e Walter Romero. Piñon consegnò nel 1977 il titolo di Professore Honoris Causa all’ammiraglio Emilio Eduardo Massera”. Il defunto Massera aveva concepito un piano per diventare l’erede politico di Peron nel periodo post-dittatura, pubblicando libri che portavano la sua firma, ma di cui non era autore, e un periodico, per il quale usò il lavoro forzato di detenuti-desaparecidos della ESMA che furono in seguito massacrati (e i cui corpi furono fatti scomparire). Un piano che non ebbe esito per via dello sfaldamento del regime militare del 1982-83. Bergoglio sarebbe stato necessariamente parte di questa frustrata movida abbozzata nel momento di gloria della dittatura degli “assassini di Dio”.

Nel lungo periodo del regolamento di conti con la barbarie dei militari, Bergoglio, già cardinale, fu denunciato nel 2005 per complicità nella vicenda del sequestro di due preti gesuiti, Orlando Virgilio Yorio e Francisco Jalics, il 23 maggio 1976, quando questi ultimi lavoravano, sotto gli ordini di Bergoglio, presso le comunità povere di Bajo Flores. Bergoglio li espulse dall’Ordine dei gesuiti. La denuncia è basata su articoli di giornale e sul libro del famoso giornalista Horacio Verbitsky La isla del Silencio, titolo che si riferisce ad una proprietà situata in un’isola ceduta dalla Chiesa alle Forze militari per essere usata come campo di sterminio. Verbitsky riferisce dei legami tra Bergoglio e la dittatura: “Bergoglio va alla Cancelleria, chiede di intercedere in favore del sacerdote (Jalics), ma, segretamente, dà invece indicazioni perché non si intervenga poiché si tratta di un sovversivo”. Francisco Jalics smentì le accuse, in una dichiarazione pubblicata nel site dell’ordine gesuita tedesco: “Il missionario Orlando Yorio ed io non fummo denunciati da padre Bergoglio”, il che non smentisce minimamente quanto affermato da Mignone e Verbitsky.

Sergio Rubin, biografo autorizzato del nuovo papa, scrive che Bergoglio, dopo la scomparsa dei due sacerdoti (che Rubin con la maggior sfacciataggine chiama “prigione”) lavorò dietro le quinte per la loro liberazione e che intercedette, in modo privato e personale, presso Jorge Rafael Videla. Di certo non tutti potevano “intercedere privatamente e personalmente” presso questo psicopata, e meno ancora in favore di desaparecidos. Rubin racconta anche che Bergoglio accolse persone perseguitate dalla dittatura in proprietà della Chiesa, diede i suoi documenti d’identità ad un uomo che gli assomigliava perché potesse fuggire dall’Argentina. Anche militari profondamente coinvolti nella repressione si adoperarono per salvare alcune persone che gli erano prossime, parenti compresi. Anche il Premio Nobel per la Pace del 1980, Adolfo Perez Esquivel, ha confutato (o meglio, ha cercato di confutare) le accuse all’attuale papa. Esquivel ha affermato che “alcuni vescovi furono complici del regime (alcuni?) ma non è il caso di Bergoglio”, cosa che lui non può sapere, a meno che lo stesso Esquivel non contasse su dubbie complicità. Estela de la Cuadra, sorella di Orlando Yorio, molto più vicina ai fatti in questione, ha affermato in un’intervista che “la Chiesa Cattolica ha scelto una persona che è stata complice di un regime genocida”…

L’operazione montata per ripulire l’immagine dell’adesso modesto Francesco I impressiona e comprende varie figure rispettabili, come Perez Esquivel. Il site “Instituto Humanista Unisinos” (cristiano) ha sintetizzato così: “Bergoglio e la sua Chiesa argentina non mostrarono attitudini profetiche durante la dittatura militare (1976-1983) come altre chiese latinoamericane. In questo periodo, Bergoglio non era ancora vescovo, ma provinciale dei gesuiti dell’Argentina (1973-1979). Come provinciale espulse due giovani gesuiti dalla Compagnia di Gesù e difficoltò la loro accoglienza nella diocesi di Moron, diretta dal salesiano Miguel Raspanti. Tra l’espulsione e la trafila per l’accoglienza, il 23 maggio 1976, Yorio e Jalics furono sequestrati dai militari, torturati, e sei mesi più tardi espatriati. La sincronizzazione tra l’espulsione ed il sequestro dei due ex-gesuiti indica una certa intesa tra autorità ecclesiastica e militare. Definitivamente provato non fu”. Certamente, molte altre cose non poterono essere provate in questa repressione illegale, segreta e non documentata. Ma, per chi cieco non vuol essere, le evidenze esistono.

Cinque testimoni, che si sono presentati spontaneamente, hanno confermato il ruolo di Jorge Mario Bergoglio nella repressione attuata dal governo militare, nelle stesse file progressiste della Chiesa Cattolica che oggi egli presiede: una teologa che per decenni insegnò catechismo nei collegi del vescovato di Moron; l’ex-superiore di una fraternità sacerdotale che fu decimata dalle scomparse forzate; un integrante della stessa fraternità che denunciò i casi al Vaticano; un sacerdote e un laico che furono sequestrati e torturati. Due mesi dopo il golpe militare del 1976 il vescovo di Moron, Miguel Raspanti cercò di proteggere i sacerdoti Yorio e Jalics temendo que potessero essere sequestrati, ma Bergoglio si oppose, secondo l’ex-insegnante di catechismo Marina Rubino che all’epoca studiava teologia nel Collegio Maximo de San Miguel, dove Bergoglio viveva. Era stata allieva di Yorio e Jalics e sapeva del rischio che correvano: furono sequestrati, come detto, il 23 maggio 1976 e condotti alla Scuola di Meccanica dell’Armata, dove uno specialista in temi ecclesiastici li interrogò. In uno dei due interrogatori domandò dei seminaristi Carlos Antonio Di Pietro e Raul Eduardo Rodriguez. Entrambi erano colleghi di Marina nel corso di teologia di San Miguel e svolgevano lavori sociali in un quartiere popolare. In questo quartiere furono sequestrati dieci giorni dopo il sequestro dei due gesuiti, il 4 giugno 1976, e condotti nella stessa “casa operativa” dove si trovavano Yorio e Jalics.

Alejandro Dausa, che il 3 agosto 1976 fu sequestrato a Cordoba, quando era seminarista dell’Ordine dei Missionari di Nostra Signora di Salette, dopo sei mesi di tortura nel Dipartimento dei Servizi segreti D2, riuscì ad andare negli Stati Uniti, dove incontrò il responsabile del seminario. Si trattava del sacerdote nordamericano James Weeks. Arrivato negli Usa, Dausa fu informato che Jalics si trovava in Cleveland a casa di una sorella. In due ritiri spirituali realizzati nel 1977 ad Altamont (New York) e Ipswich (Massachusetts), si incontrarono e conversarono. Dausa ricorda: “Come naturale, parlammo dei rispettivi sequestri, dettagli, caratteristiche, antecedenti, segnali previ, persone coinvolte, etc. In questi colloqui Jalics ci disse che Bergoglio li aveva consegnati e denunciati”. Nel decennio successivo, Alejandro Dausa lavorò in Bolivia e partecipò ai ritiri annuali di La Salette in Argentina. In uno di questi ritiri, gli organizzatori invitarono Orlando Yorio, che all’epoca lavorava a Quilmes: “Il ritiro fu realizzato a Carlos Paz, Cordoba, e anche in quest’occasione conversammo dell’esperienza del sequestro. Orlando parlò delle responsabilità di Bergoglio, così come aveva fatto Jalics”. Orlando Yorio è morto nell’agosto del 2000 a Montevideo.

Il fondatore della fraternità laica dei “Piccoli fratelli del Vangelo Charles de Foucauld”, Roberto Scordato ha raccontato che tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1976 si riunì a Roma con il cardinale Eduardo Pironio, prefetto della congregazione per i Religiosi del Vaticano e gli comunicò il nome di un sacerdote della comunità gesuitica di San Miguel che partecipava alle sessioni di tortura nel quartier generale di Campo de Mayo con la funzione di “ammollire spiritualmente” i detenuti. Scordato chiese di trasmettere il fatto al superiore generale Pedro Arrupe. Lo stesso cammino fu seguito da uno dei detenuti nella battuta di polizia nel quartiere popolare La Manuelita, il medico Lorenzo Riquelme. Quando fu liberato, parlando con l’allora superiore dei Piccoli fratelli del vangelo, Patick Rice, Riquelme disse che a denunciare era stato un gesuita del Collegio di San Miguel, che era cappellano dell’Esercito, ed era convinto che questo sacerdote avesse presieduto alle torture alle quali fu sottoposto a Campo de Mayo. Rice, anche lui sequestrato e torturato lo stesso anno, disse che questo non sarebbe potuto avvenire senza l’approvazione del padre provinciale (Bergoglio). Le evidenze, perciò, abbondano.

Durante il periodo democratico Bergoglio prosegue la sua carriera politica, senza imbarazzo per il suo compromesso passato (comportamento comune a molti). Si distingue come portavoce delle principali campagne reazionarie guidate dalla Chiesa argentina, contro la legge sul divorzio e sull’aborto, tra le altre. È il principale oppositore alla legge argentina che riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso dicendo: “Se il progetto di legge che prevede la possibilità di unione civile tra persone dello stesso sesso e che permette l’adozione di bambini dovesse essere approvato, ciò produrrebbe seri danni alla famiglia. Qualora tale legge passi, il popolo argentino dovrà affrontare nelle prossime settimane una situazione che potrà ferire gravemente la famiglia. È in gioco l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. Non dobbiamo essere ingenui: non si tratta semplicemente di lotta politica, è un attentato distruttivo contro il piano di Dio” (sic). Nel maggio 1992, Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires. Nel 1997 viene nominato arcivescovo coadiutore e successivamente ordinario per i fedeli di rito orientale (novembre 1998).

Una carriera alla velocità della luce, garantita da Karol Wojtila che nel frattempo aveva imposto il silentium obsequiosum a Leonardo Boff e ai suoi discepoli, proclamando chiaramente che “la Chiesa cattolica non è una democrazia”. Come noto, Giovanni Paolo II combatté con fermezza la Teologia della Liberazione e altre vertenti progressiste all’interno della Chiesa, canonizzando al contempo il fondatore della reazionaria Opus Dei e coccolando il criminale pedofilo Marcial Maciel, fondatore dell’ultraortodossa setta dei “Legionari di Cristo”. Impose il silenzio, finché fu possibile, sulle dittature latinoamericane, con l’appoggio nordamericano; occultò le frodi finanziarie della Banca del Vaticano in combutta con mafia e CIA, compreso il traffico di armi e il finanziamento delle guerriglie di destra, come poi rivelato dallo scandalo Iran-Contras. Protesse il presidente dello Ior, l’arcivescovo Marcinkus, condannato per frode e altri reati finanziari e sospettato di essere mandante di tre omicidi. Occultò i casi di pedofilia nella Chiesa chiedendo allo stesso tempo ai fedeli che non usassero contraccettivi come pillola e preservativo, anche quando esplose l’Aids e lottò attivamente contro il riconoscimento delle relazioni omosessuali.

Quando Bergoglio nella prima decade del 2000 arriva alla direzione dell’episcopato argentino, le relazioni sociali del paese erano in fase di dissoluzione. Bergoglio sostiene l’operazione di riscatto politico dello Stato guidata dai Kirchner. E quando l’Argentina capitalista viene travolta, Bergoglio convoca un tavolo di “dialogo sociale” a sostegno del governo Duhalde, che precedette Kirchner e che stava procedendo ad una gigantesca confisca economica-sociale. Il vice-governatore di Buenos Aires, Gabriel Mariotto, il leader del Movimiento Evita, Emilio Persico, qualificarono Bergoglio come “peronista”. Il 19 aprile 2005, quando Ratzinger fu eletto successore di Wojtila, l’ascensione internazionale di Bergoglio già era consolidata (soprattutto la sua posizione contro le tendenze “progressiste” della Chiesa), tanto da occupare il secondo posto nella votazione del conclave vaticano. Probabilmente non vinse allore a causa delle denunce che cominciavano a circolare in Argentina: ne L’uomo che non voleva essere papa, il giornalista tedesco Andreas Englisch, corrispondente vaticano, scrive che il timore di un’eventuale complicità con la dittatura lasciò incerti i cardinali. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (così fu ribattezzata nel 1908 la Santa Inquisizione), nominato da Wojtila, fu allora il prescelto del conclave vaticano.

Durante il pontificato di Benedetto XVI scoppia la crisi economica mondiale. La crisi non era più, per il Vaticano, la crisi della Chiesa, ma piuttosto la crisi del capitalismo e della sua forma istituzionale nel suo complesso, attingendo la totalità degli Stati e delle istituzioni. Ratzinger poteva ben poco nel mezzo di questa tormenta. Quel che poteva fare lo fece, continuando a coprire, a camuffare, portando avanti una nave che affonda e il cui destino è il naufragio, allo stesso modo degli Stati Nazionali, con i loro debiti e scandali politici. Il suo contributo alla Chiesa è stato, a conti fatti, simile a quello dato da Bush agli Stati Uniti: chiarire che comandava un’istituzione sporca, corrotta, marcia dalle fondamenta. Per lo Ior (Istituto per le Opere di Religione)<!–[if !supportFootnotes]–>[1]<!–[endif]–>, Ratzinger aveva nominato un banchiere legato all’Opus Dei e al Santander, Gotti Tedeschi, dimissionario nel 2012, lo stesso giorno in cui veniva arrestato il maggiordomo del papa per aver diffuso documenti segreti. La relazione segreta di Tedeschi Gotti sullo Ior rivelava l’esistenza di affari di ogni tipo, riciclaggio di denaro, compreso quello della mafia siciliana. Il nuovo presidente dello Ior, Ernst von Freyberg, nominato dopo la rinuncia del papa, fino ad allora dirigeva un cantiere navale tedesco, famoso per la produzione di navi da guerra sin dal periodo nazista. Benedetto XVI ha protetto settori nazisti del clero, come il vescovo Richard Williamson, negazionista, riabilitato da Ratzinger nel 2009, dopo la scomunica di Giovanni Paolo II. Nonostante ciò, e nonostante avesse assecondato gli interessi dei settori ultraconservatori dell’Opus Dei e del Cammino Neocatecumenale, serrando le file con partiti come il PP spagnolo per imporre piani di austerità e flirtando con l’estrema destra europea, Benedetto XVI avrebbe scontentato tali settori ammettendo parte degli scandali di pedofilia, nel tentativo di ripulire la reputazione della Chiesa. Secondo l’opinione di un editorialista del giornale spagnolo El Pais la rinuncia è stata risultato della pressione di questi settori integralisti.

All’inizio del 2013, papa Benedetto XVI annunciava che il 28 febbraio avrebbe rinunciato al pontificato. L’impatto della rinuncia, benché motivata da problemi di salute, rappresenta il gesto estremo di fronte ad un Vaticano immerso in scandali esecrabili, coinvolto in affari con la mafia, con reti di prostituzione, di pedofilia e assedio sessuale sistematico (un cardinale, lo scozzese Keith O’Brien decise per questo di non partecipare più ai conclavi), corruzione e omicidi. Benedetto XVI comunicava la sua rinunca in un discorso pronunciato in latino durante un concistoro convocato per annunciare tre canonizzazioni: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi cambiamenti e agitato da questione di grande rilevanza per la vita e per la fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario il vigore sia del corpo che dell’anima, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in tal modo da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”. Nel 2012, l’arcivescovo italiano in pensione Luigi Bettazzi gia aveva accennato apertamente alla possibilità della rinuncia: “Quelli tra noi che hanno più di 75 anni non sono autorizzati a governare nemmeno una piccola diocesi, e i cardinali che hanno più di 80 anni non possono eleggere il papa. Io comprenderei se un giorno il papa dicesse “io stesso non posso più compiere il mio lavoro”. L’ultimo papa a rinunciare fu Gregorio XII, che abdicò nel 1415, nel contesto dal “Grande Scisma d’Occidente”. Prima di lui ci furono solo due casi: Ponziano nel 235 e Celestino V nel 1294.

Così, in una situazione di crisi, si arriva ad un’elezione papale d’emergenza. La Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti, in Messico, presenta una lista di dodici cardinali del paese responsabili di aver coperto preti pedofili, e sollecita la loro esclusione dal conclave. I dodici cardinali segnalati – come molti altri in condizioni simili – alla fine parteciperanno e voteranno al conclave. Solo negli Usa la Chiesa Cattolica ha pagato, tra il 2007 e il 2009, più di un miliardo di dollari in risarcimenti a vittime di prelati pedofili. L’omofobia – e allo stesso tempo la pratica segreta dell’omosessualità – e la misoginia della Chiesa Cattolica sono risultato della repressione sessuale e dell’obbligo di castità. La reiterata pratica della pedofilia da parte di esponenti del clero è prodotto di nevrosi sessuali, represse dalla castità obbligatoria.

La rapidità della consacrazione di Jorge Bergoglio, da parte di un conclave omertoso, segnala l‘impellenza di frenare il tracollo dei vertici vaticani. Prima del conclave, nessuno degli analisti aveva previsto la possibilità di elezione di Bergoglio, proprio per via del suo curriculum, che segnalava quantomeno omissione di fronte al genocidio argentino. A quanto pare, alla luce delle nuove condizioni (la crisi mondiale e la crisi della Chiesa), sembrerebbe proprio che sia stato il suo curriculum a dargli le credenziali per la vittoria. “La questione centrale è la governabilità”, ha scritto John Allen, biografo di Joseph Ratzinger, per spiegare la fretta dell’elezione da parte dei cardinali, “dopo otto anni di non governo” (sic), alludendo, senza nominarla, alla mole senza precedenti di delitti, crimini e frodi di tutti i generi che porterà il papa tedesco alla rinuncia. Il “rapporto segreto” che ha provocato la fuga di Ratzinger non è stato rivelato neanche ai 114 cardinali che dovevano eleggere il successore. Il rifiuto del Segretario di Stato Vaticano, Tarciso Bertone, a consegnare il “rapporto segreto” li aveva convinti che si trovavano al capolinea. La continuità del “partito romano” (un quarto del collegio dei vescovi) minacciava di fare esplodere il bordello vaticano, all’interno del quale, secondo tale rapporto, operava, tra le altre, una “lobby gay”. Il candidato brasiliano Odilio Scherer, tra i favoriti, veniva liquidato per aver tentato di difendere lo Ior, le cui operazioni e i cui bilanci erano stati contestati dalla commissione europea dedicata al salvataggio del sistema bancario. Lo Ior è fallito, svuotato dalle operazioni di riciclaggio di denaro e dagli altri certamente non “misericordiosi” affari dei vertici romani.

La decomposizione del “partito romano” affondava un altro papabile, Angelo Scola, sostenuto dai vescovi yankee e tedeschi. Sembra che Bergoglio abbia tratto vantaggio dalla rabbia e dal risentimento dei cardinali in relazione alle lotte interne della Curia, che hanno indebolito il potente “partito romano”, quasi un quarto dei cardinali, riducendo le possibilità di Scola, uno dei favoriti insieme al brasiliano Sherer. Si è trattato perciò di una scelta dettata dalla crisi. C’era la chiara consapevolezza di lavorare sulla soglia dell’abbisso: un teologo ha affermato che di fronte alla crisi della curia vaticana, “i monumentali templi religiosi del continente potrebbero trasformarsi in musei”. Il “populismo” bergogliano messo in pratica sin dai primi momenti del suo mandato anticipa una delle varianti con le quali è possibile riempire il “vuoto di potere” europeo: il bonapartismo, che in Europa è sempre stato la base di lancio per il fascismo. Dopo la sconfitta del rappresentante tedesco, sincronizzato sulla politica del Bundesbank, i cardinali hanno cercato il nuovo papa nella finisterrae, una metafora della bancarotta dell’UE, l’Europa del capitale. Hans Kung, leader intellettuale del progressismo cattolico, dopo aver detto che non si aspetta un Gorbaciov in Vaticano ha acceso una candela per Bergoglio. Non è stato l’unico. I “teologi della liberazione”, a loro volta, non hanno atteso la visita di Franceso in Brasile, per pronunciarsi entusiasticamente a favore del nuovo papa. Cristina Kirchner ha immediatamente dimenticato gli attriti recenti con il nemico dell’aborto, dei divorziati, dei gay ed è corsa a salutare l’uomo delle reazione argentina sul trono di Pietro. Mentre, dall’altro polo dello spettro politico argentino, il giornale dell’oligarchia La Nacion, ha tenuto a specificare che, riguardo alla rubrica “pedofilia”, Francesco “non si è mai pronunciato”.

Il cardinal Bergoglio veniva così eletto, il 13 marzo 2013, nel secondo giorno di conclave, scegliendo il nome di Francesco. La sua elezione sembra essere stata risultato di un accordo tra uomini della Curia, nello specifico il decano del Collegio dei Cardinali, Angelo Sodano (che non ha partecipato al conclave), i cardinali Giovanni Battista Re e Tarcisio Bertone, e i cardinali americani. È il primo gesuita ad essere eletto papa, il primo del continente americano, dell’emisfero Sud, il primo non europeo in oltre 1200 anni di storia, dai tempi di Gregorio III, nato in Siria e capo della Chiesa Cattolica tra il 731 ed il 741.

L’Ordine dei Gesuiti ha dovuto aspettare quasi cinque secoli per raggiungere la vetta: fu riconosciuto dal Vaticano nel 1540, nel culmine del processo scissionista vissuto dalla Chiesa e che portò all’affermazione del protestantesimo e del calvinismo (Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine, si trovò a contatto, nell’Università di Parigi con Calvino). La Compagnia di Gesù era stata costituita poco prima come “ordine militare” al servizio del papa e dell’espansione della fede in Cristo: la Societas Jesu, o Ordine di Gesù, come la chiamava il suo fondatore, si strutturò in un esercito comandato da un generale vitalizio al quale si doveva obbedienza assoluta; un esercito di portata ed estensione mondiale a difesa della Chiesa Romana nel periodo della Controriforma.

L’ordine fu fondato nel 1534 da Ignazio di Loyola, un militare di origine nobile, in un contesto di profonda crisi della Chiesa cattolica, con i vertici del clero che rischiavano, così come oggi, di essere travolti dalle denunce di corruzione per la vendita delle indulgenze (la cui denuncia ad opera di Martin Lutero diede vita al protestantesimo). In questo contesto di crisi, la Compagnia di Gesù e i suoi membri si allinearono completamente all’alta gerarchia cattolica nella lotta contro i protestanti. I gesuiti aggiunsero, oltre ai tre voti comuni a tutti gli ordini religiosi (obbedienza, povertà e castità) un quarto voto, l’obbedienza assoluta al papa. Ignazio di Loyola scrisse, nel 1554, le costituzioni gesuite, dando origine ad un’organizzazione rigidamente disciplinata, abnegata e disposta a realizzare qualsiasi sacrificio per difendere il papa e la Chiesa come istituzione<!–[if !supportFootnotes]–>[2]<!–[endif]–>. Nella crisi del feudalesimo europeo, del quale la Chiesa cristiana era espressione concentrata, la Controriforma preservò la Chiesa dalla rovina completa, trasformandola, delimitandola, ingessando la sua dottrina, la sua morale, i suoi riti, la sua organizzazione. La Chiesa Cattolica si separò dalla sua base sociale medievale elevandosi e contrapponendosi ad essa: la Chiesa si fece Stato.

Trincerata nell’Europa occidentale, la Chiesa cattolica conquistò simultaneamente la condizione di avanguardia della colonizzazione iberica dell’Oriente e soprattutto dell’America, e si impose come religione unica e universale. In questo modo e in questo processo, l’Ordine gesuita si espanse e crebbe man mano che gli venivano ordinate importanti missioni. L’Ordine arrivò in Congo (1547), Ceylon e Marocco (1548), Etiopia (1555) e Giappone (1580). In America, la conquista, lo sterminio e la sottomissione indigena e il lavoro forzato (sotto forma di schiavitù e di altre forme di lavoro coatto) furono realizzate in nome della croce cristiana. La Chiesa cattolica (come più tardi le chiese protestanti in America del Nord) fu responsabile diretta del soggiogamento delle popolazioni indigene.

La Compagnia di Gesù divenne – in un’ancora disorganizzata amministrazione coloniale dominata da conflitti tra gli stessi coloni – la principale forza politica della società coloniale americana, nei secoli XVI e XVII. Le missioni gesuitiche in Paraguay permisero, indubbiamente, di salvaguardare l’esistenza di buona parte della popolazione indigena della regione – i guaranì – dalla furia sfuttatrice dei colonizzatori. Lo scontro tra religiosi e coloni europei fu inevitabile. I gesuiti ebbero un ruolo decisivo nell’annichilamento fisico della Rivoluzione dei Comuneros, che ebbe luogo in Paraguay tra il 1721-1725 e il 1730-1735. Questa rivoluzione proclamava la sovranità del popolo sul monarca e, tra le altre cose, si opponeva alle missioni gesuitiche che strangolavano lo sviluppo di un settore commerciale locale. Quando il confronto esplose, i gesuiti, su richiesta della monarchia spagnola, organizzarono e guidarono un potente esercito di ottomila indigeni sconfiggendo i rivoluzionari. E sebbene espulsi dal Paraguay nel XVII secolo, dopo le Guerre guaranitiche (1753-1756), i gesuiti parteciparono massicciamente alla colonizzazione ed al saccheggio europeo dell’America. Anche nelle metropoli iberiche i gesuiti furono espulsi in seguito alla loro lotta contro il “dispotismo illuminato” di Pombal e dei Borboni. Le idee gianseniste e gallicane si erano diffuse nella penisola iberica, sotto l’influenza dell’assolutismo francese e delle tendenze antiromane manifestate da alcuni settori del clero. Il 21 luglio 1773, con il Breve Dominus ac Redemptor, papa Clemente XIV, sotto la pressione dei Borboni soppresse la Compagnia di Gesù, che in questo periodo raccoglieva circa 23mila membri in 42 provincie (più di oggi). La Societas Jesu, nella situazione di arretramento che le fu imposto, si aggrappò alla sua funzione di salvatrice dello Stato cattolico.

E fu la rivoluzione a riportarla di nuovo in vita, nella sua specifica funzione controrivoluzionaria. Nel 1789 scoppiò la Rivoluzione Francese, che vide la vittoria temporanea dei repubblicani a Roma e la deportazione dei successori di Clemente XIV: Pio VI e Pio VII. La resistenza alla rivoluzione fu garantita da un’associazione segreta, l’“Amicizia cristiana”, fondata a Torino dall’ex-gesuita svizzero Nikolaus Albert von Diessbach. Dopo 40 anni, con la Sollicitudo omnium ecclesiarum del 1814, Pio VII revocò il Breve del 1773 disponendo la ricostituzione della Compagnia di Gesù nel mondo intero: “Ci considereremmo colpevoli di fronte a Dio di una colpa gravissima, se, davanti alle migliaia delle attuali agitazioni che si abbattono sulle cose pubbliche, fossimo negligenti e abbandonassimo questa sicurezza di salvazione (la Compagnia di Gesù) che Dio, per una singolare provvidenza, ci dona. Pertanto, mentre la barca di San Pietro è agitata dalle onde, non possiamo rifiutare questi rematori forti e esperti che ci offrono il loro aiuto per contenere la forza di questo mare agitato, che minaccia di ingoiarci in un naufragio inevitabile”. A quanto pare, la situazione attuale è ancor più preoccupante, se si è scelto di affidare il papato direttamente ad un membro della Compagnia stessa.

Nel processo di arretramento crescente della Chiesa, l’infallibilità papale fu trasformata in dogma nel 1871 da papa Pio IX. La Chiesa aveva perso l’immenso territorio pontificio, espropriato nella guerra di unificazione italiana e, fino al Concordato del 1929, il papa permase confinato nella piccola enclave che le restava dopo la Presa di Roma. Uno Stato che fino ad oggi non ha riconosciuto nessuna forma di democrazia.

Nel XX secolo i gesuiti continuarono ad essere l’avanguardia armata del papato nei principali processi nei quali era in gioco il destino del cattolicesimo. Nel periodo della rivoluzione spagnola (1931-1939) l’Ordine dei gesuiti possedeva un terzo della ricchezza nazionale del paese ed era un importante sostegno politico della monarchia. Per le sue attività controrivoluzionarie, la Seconda Repubblica Spagnola dissolse l’ordine e sequestrò, nel 1932, tutti i beni della Compagnia di Gesù per obbedire ad un potere straniero (il papa) e cospirare a fianco dei settori monarchici. Nel periodo finale della guerra civile spagnola, molti sacerdoti gesuiti impugnarono le armi nelle file controrivoluzionarie di un altro Francesco, Francisco Franco Bahamonde della curia spagnola, il quale determinò, nel maggio 1938, la revoca del decreto repubblicano restituendo alla Compagnia i suoi beni.

Il potere materiale millenario della Chiesa, che arrivò a possedere la maggior parte delle terre d’Europa e ad imporre il suo dominio – attraverso il terrore dell’Inquisizione – nel continente e altrove, possiede una doppia natura: materiale e simbolica. La sua forza non risiede solo nello Stato Vaticano<!–[if !supportFootnotes]–>[4]<!–[endif]–>, negli attivi finanziari dello Ior, stimati in circa otto miliardi di dollari, negli oltre 400mila sacerdoti e 700mila religiosi sparsi per il mondo, nell’influenza sui governi, ma anche su un capitale simbolico inestimabile, il ruolo di sostituto di Cristo nella Terra. In ogni caso, questo “capitale simbolico” si regge su un capitale assolutamente reale e materiale: la Chiesa cattolica è stata ininterrottamente la maggior detentrice di lingotti d’oro nell’ultimo millennio. Controlla circa 60.350 tonnellate d’oro, due volte le riserve ufficiali d’oro di tutto il mondo, e circa il 30,2% di tutto l’oro prodotto nella storia: un valore di 1245 miliardi di dollari (l’apice aureo della Chiesa fu raggiunto tra i secoli XIV e XVII, quando arrivò a controllare il 60% di tutto l’oro estratto nella storia). (Claudio Rendina, L’Oro del Vaticano, Roma, Newton & Compton, 2013).

Ma neanche tutto l’oro del mondo mette al riparo dalla crisi nella società capitalista: lo Ior ha registrato un bilancio negativo negli ultimi cinque anni, anche dopo il risanamento e l’eliminazione dei complici Marcinkus &co. La stessa crisi produce un conflitto tra potere materiale della Chiesa e Stati nazionali. 26 paesi hanno rappresentanti in Vaticano, che a sua volta è rappresentato in 37 Stati nazionali. In Italia, soprattutto a Roma, sono presenti 215 ordini religiosi, 89 maschili e 126 femminili, molti dei quali esistono da un millennio, in alcuni casi da un millennio e mezzo, proprietari di conventi e congregazioni in tutti i paesi del mondo.

In Italia la Chiesa è il vero “potere parallelo”. Nel 2012, il governo Monti ha tentato di tassare parte delle proprietà della Chiesa (la Chiesa è proprietaria di qualcosa come il 33-50% delle proprietà immobiliarie, altro dato mantenuto segreto), quelle usate a fini commerciali (hotel di lusso, resorts e similari). Il progetto Monti è stato bloccato dalla Corte Costituzionale, istituzione di uno Stato laico nella quale, però, entrano solo coloro che hanno ricevuto la benedizione previa del vescovo di Roma. E tutto l’arco politico italiano, anche la sedicente “sinistra”, il PD, ha taciuto.

Ma la crisi potenziale tra Stato italiano e Vaticano, che avrebbe dovuto essere risolta dai Patti Lateranensi (del 1929) celebrati tra il papato e il regime fascista, è rimasta in realtà solo sospesa e si riproporrà con la crisi galoppante dei conti pubblici (140% del Pil del debito pubblico) che la timida riforma del “professor” Monti voleva affrontare. Una crisi che confligge con l’altra, la crisi finanziaria della Chiesa: nel 2012 il Vaticano ha raggiunto il maggior deficit fiscale degli ultimi anni, circa 14,9 milioni di euro. In questa crisi incide anche il costo finanziario dei processi per pedofilia. Gli scandali per pedofilia, oltre al “costo morale” hanno anche un costo economico per i processi e gli indennizzi, che solo negli Usa, sono arrivati a tre miliardi di dollari in più di tremila processi aperti, con 3700 ecclesiastici denunciati, 525 già arrestati, la maggioranza dei quali, condannata, già sta scontando la pena. La crisi che ha riportato i gesuiti nella Chiesa nel XIX secolo era parte delle doglie del capitalismo in Europa; la crisi attuale, che un gesuita importato dalla fine del mondo cerca di affrontare, è parte della convulsione provocata dalla senilità storica del capitale; non è la crisi della nascita dell’Europa del capitale, ma dell’agonia del mondo capitalista.

La Compagnia di Gesù non è la soluzione; essa stessa è parte della crisi globale della Chiesa cattolica. Benché continui ad amministrare numerosi collegi e università in vari paesi (nel solo Brasile essa dirige 200 università e 180 collegi) è notorio il calo nelle sue file. Quando Bergoglio ricevette l’incarico di Provinciale dell’Argentina, nel 1973, c’erano 30mila gesuiti nel mondo. Oggi, 40 anni dopo, ce ne sono meno di 18mila. L’età media dei gesuiti oggi è di 57 anni e la riduzione dei suoi effettivi ha motivato l’unificazione delle Province e la chiusura di varie opere missionarie. Nonostante ciò, continua ad essere il maggior ordine religioso della Chiesa cattolica, presente in 127 paesi di tutti i continenti, e ad annoverare sei cardinali. Nella campagna mondiale per risollevare la Chiesa cattolica, che parte dalla costruzione di un’immagine positiva e “rinnovatrice” del nuovo papa, hanno fatto convergenza dai più reazionari rappresentanti del clero ai più antichi membri della Teologia della Liberazione. I brasiliani Leonardo Boff e Frei Betto non si sono risparmiati nel tessere le lodi al nuovo papa, facendo leva proprio sul fatto che si tratta di un membro della congregazione gesuitica, perché, ha affermato Boff, “un gesuita ha una testa ben strutturata” per “rinnovare” i vertici cattolici.

Per il momento, non ci sono state riforme o “rinnovamenti”, al di là dei gesti puramente simbolici a cui la stampa ha dato molta enfasi. Tuttavia, il cambiamento di direzione dello Ior e l’annuncio di una riforma nella Curia, hanno già suscitato una crisi che oltrepassa le fronteire della Chiesa. Nicola Grattieri, procuratore di Reggio Calabria e membro della task force contro la criminalità organizzata, ha allertato sul fatto che mettere mano alla struttura finanziaria della Chiesa significa toccare gli interessi della mafia, e che, pertanto, non è da escludersi l’ipotesi che questa ricorra ai suoi metodi usuali contro il papa stesso, a difesa dei suoi affari. Una giornalista del Corriere della sera, specializzata in questioni religiose, ha già pubblicato un libro annunciando l’aborto della “rivoluzione di papa Francesco”, causato dalle pressioni interne esercitate da diversi e potenti gruppi conservatori (Legionari di Cristo, Focolari, Opus Dei, Comunità di Sant’Egidio, Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, etc.), una pressione insuperabile e molto ben trincerata nel cuore dello Stato italiano. (Carlotta Zavattiero. Le Lobby del Vaticano. I gruppi integralisti che frenano la rivoluzione di Papa Francesco, Milano, Chiare lettere, 2013).

La funzione del nuovo papa, a cui abbiamo assistito finora, è stata quella del pompiere. Francesco I è andato nel “più grande paese cattolico del mondo”, il Brasile, nel quale la percentuale di cattolici è caduta dal 92% del 1970 al 65% del 2010; diminuzione che ha beneficiato le sette mafiose evangeliche che hanno governato il paese nell’ultimo decennio a fianco del Partito dei Lavoratori (PT). Il papa è andato anche per cercare di contenere il movimento giovanile che ha occupato le piazze brasiliane nel giugno scorso, per fuorviarlo, per richiamare il governo del PT perché “ascolti la voce delle strade” – per aprire spazio alla Chiesa cattolica e per ridurre quello degli evangelici. I “teologi della liberazione” si sono immediatamente e calorosamente uniti a questa operazione politico-religiosa. Tutto questo lavoro del Vaticano non è stato ovviamente gratuito: le spese sono finite sul conto dello Stato brasiliano. L’“apertura di Bergoglio ai progressisti” si può ridurre ad un incontro a Roma con il prete peruviano Gustavo Gutierrez, uno dei formulatori della Teologia della Liberazione, nel settembre 2013. Cosa si siano detti non è dato sapere.

I tratti inusitati del pontificato di Bergoglio, i gesti che hanno dato luogo all’attuale (e passeggera) “bergogliomania”, non sono la soluzione, ma il sintomo della crisi che percorre la Chiesa, la più profonda nei secoli, che dimostra – al di là delle dichiarazioni a favore dei poveri e contro la cupidigia e l’insensibilità dei ricchi – che questa istituzione millenaria ha unito il suo avvenire a quello del capitale. Un destino che si gioca, più che mai, non nelle navate dei templi religiosi, ma nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nelle strade del mondo intero.

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