Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Priebke, preti, suore, frati

Postato il 19 Ottobre 2013 | in Italia, Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Priebke, preti, suore, frati

1) Quando Priebke si nascose a Bolzano e lì attese i documenti falsi

di Davide Pasquali, su “Alto Adige” del 12 ottobre 2013

… fu appoggiato in particolare da alcuni preti altoatesini come Johann Corradini di Vipiteno e Franz Pobitzer di Bolzano ma anche dal vicario separazionista Alois Pompanin, che gli concesse il battesimo cattolico...”

 2) Nazisti, la chiesa di Francesco faccia luce

di Alessandro Cassinis, su “Il Secolo XIX” del 15 settembre 2013

… sacerdoti come il croato Draganovic, il francescano Dömöter e l’ex cappellano militare Petranovic accoglievano a Genova i nazisti in fuga e li spedivano in America con documenti falsi…

3) Sul libro di Uki Goñi “OPERAZIONE ODESSA”:

* Argentina: dopo l’apertura degli archivi sui nazisti. Quei 47 dossier mancanti

di Alvaro Ranzoni, su “Panorama” del 29/8/2003

… A Buenos Aires agivano i cardinali Antonio Caggiano e Santiago Copello… Mai erano emerse tanto chiare le accuse al regime peronista e alla Santa sede (più volte ricorre il nome di Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI)...”

* Mi manda il Cupolone

di Giovanni De Luna, su “La Stampa” del 3/11/2003

… la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano…

* Priebke e l'”Operazione Odessa”

su “Liberazione” del 14-15/3/2004

… Il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di ritirare dal commercio il volume di Uki Goni “Operazione Odessa” (Garzanti). A chiedere il ritiro del libro era stato Erich Priebke..:

4) DOSSIER DRAGANOVIC

fonti: Genova Notizie, Wikipedia

… tacita complicità, circa la copertura di criminali di guerra, fra i quali, oltre ad Ante Pavelic, figurano Stjepan Hefer, che raccoglie l’eredità di Pavelic alla guida del Movimento per la Liberazione della Croazia, e altri come Ljotic, Nedic, Save Radonic (ministro della Giustizia e uno capi separatisti del Montenegro). A tutti questi personaggi venivano forniti falsi documenti d’identità, denaro e collegamento con la Spagna… Dal collegio di San Girolamo passano Steve Vujovic ministro separatista del Montenegro; Lazar Soskic capo della polizia del Montenegro; Stevan Ivanic direttore dell’Istituto di Igiene di Belgrado; il ministro del commercio Valiljevic; Marisav Petrovic, colonnello delle SS bosniache; i fratelli Vrioni, membri del governo filonazista albanese; Jusuf Kosovac, sicario per conto della polizia politica del governo collaborazionista montenegrino e albanese, già condannato a 20 anni per omicidio prima della guerra; Isa Noljetinac, capo della polizia nel governo collaborazionista albanese e responsabile di oltre 200 omicidi fra la popolazione serba di Pristina; tale dottor Hefer, ministro del governo Pavelic; i generali Vilko Pecnikar e Eugen Kvarternik, e altri ancora compresi nelle liste dei servizi segreti alleati come ricercati per crimini contro l’umanità e complicità con il Terzo Reich… Tutto questo dal proprio ufficio del collegio di San Girolamo, in collegamento con la commissione Pontificia per i Rifugiati diretta da padre Elias Ivica, con sede in via Piave a Roma, organismo ben visto dal movimento Ustascia…

5) Reputazioni in calo

di Felice Accame (Radio Popolare, 2008)

… D’accordo che, Anatole France alla mano, la reputazione dei francescani, già alla fine dell’Ottocento, non era poi un granché… ma da qui a spiegare certe nefandezze ce ne corre…

— ALTRI LINK:

Sulle “Ratlines” e sulla organizzazione, frutto della collaborazione tra Vaticano e ustascia, per la fuga dei criminali nazisti, si veda la documentazione raccolta alla nostra pagina:

http://www.cnj.it/documentazione/ratlines2.htm

ed in particolare:

http://www.cnj.it/documentazione/odessa.htm

http://www.cnj.it/documentazione/ratlines.htm

nonché

Le ratlines patrocinate da mons. Alois Hudal e da padre Krunoslav S. Draganovic per l’espatrio clandestino degli ex gerarchi nazisti e ustascia

di Giovanni Preziosi (2011)

http://giovannipreziosi.wordpress.com/2011/05/31/le-ratlines-patrocinate-da-mons-alois-hudal-e-da-padre-krunoslav-s-draganovic-per-lespatrio-clandestino-degli-ex-gerarchi-nazisti-e-ustascia/

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http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2013/10/12/news/quando-priebke-si-nascose-a-bolzano-e-li-attese-i-documenti-falsi-1.7905373

 Quando Priebke si nascose a Bolzano e lì attese i documenti falsi

Durante la guerra la moglie e i figli del capitano SS vivevano a Vipiteno. Nella fuga lo aiutarono un parroco e il padre francescano Franz Pobitzer

di Davide Pasquali

12 ottobre 2013

BOLZANO. Erich Priebke ha almeno due legami con Bolzano. Il primo è un nome che si trasformò in tragedia. Il battaglione nazista decimato dai partigiani in via Rasella, in seguito al quale ebbe luogo la rappresaglia che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine, si chiamava proprio così: Bozen. Ma questa è poco più di una coincidenza.

La polpa sta altrove: Priebke per salvarsi alla fine della guerra passò, come tantissimi altri, almeno 150 grandi criminali di guerra, proprio dalla nostra provincia. Venne nascosto per mesi in una casa del centro storico del capoluogo e a Bolzano riuscì a farsi procurare i documenti falsi per poi potersi imbarcare per l’Argentina.

Dopo la sconfitta della Germania, infatti, il capitano fuggì da un campo di prigionia presso Rimini e si rifugiò in Argentina, a San Carlos de Bariloche, ai piedi delle Ande argentine, dopo essere passato per Bolzano grazie all’assistenza dell’organizzazione filonazista Odessa.

Priebke fu appoggiato in particolare da alcuni preti altoatesini come Johann Corradini di Vipiteno e Franz Pobitzer di Bolzano ma anche dal vicario separazionista Alois Pompanin, che gli concesse il battesimo cattolico, e fu aiutato nella sua fuga dalla rete di contatti gestita dal sacerdote croato Krunoslav Draganovic.

Questo era il poco che si sapeva fino a qualche anno fa. Prima che aprissero certi archivi, specie quelli della Croce Rossa. E prima che lo storico nord tirolese Gerald Steinacher andasse a ficcarci il naso come un cane da tartufo. Per sei lunghi anni. «Dal 1943 al 1948 – racconta Steinacher – la base di Priebke fu Vipiteno, dove fu aiutato dal parroco Corradini ma anche da padre Franz Pobitzer di Bolzano. Dal 1943 vissero a Vipiteno la moglie e i due figli di Priebke, che si trovava prigioniero a Rimini; quando nel 1946 fuggì dal carcere, Priebke raggiunse la sua famiglia a Vipiteno. Qui tra le altre cose si battezzò».

Un do ut des, per riuscire ad ottenere, grazie all’aiuto del clero compiacente, i documenti falsi per l’espatrio. Una storia che lascia stupiti, quella che riguarda Erich Priebke. Dopo aver ricevuto un documento di identità – secondo il quale era un direttore di albergo lettone, apolide, di nome Otto Pape – se ne stette bel bello a Bolzano per dei mesi, in attesa che gli venisse spedito il passaporto della Croce rossa internazionale. Il suo indirizzo? Via Leonardo Da Vinci numero 24. Si trattava di un piccolo edificio parte del vecchio ospedale.

Se ne sapeva niente, fino a pochi anni fa. Di lui, come di altri 30-40 mila fra collaborazionisti e personaggi minori del nazismo. Priebke non fu il solo pezzo grosso a transitare da qui, fra i silenzi e le connivenze. Per fare giusto due esempi, se ne scapparono indisturbati, grazie all’aiuto dei sudtirolesi, anche Josef Mengele e Adolf Eichmann. La Svizzera e l’Austria non possedevano porti. La Germania era occupata e controllata dagli Alleati; passare per la Francia non si riusciva; la Jugoslavia di Tito era impenetrabile, la Spagna troppo lontana. L’Italia era la via più semplice. Ma per raggiungere i porti, le vie possibili in pratica erano solo tre: passo Resia, passo del Brennero e gli alti passi pedonali della valle Aurina.

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http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2013/09/15/AQ2ScwO-nazisti_francesco_chiesa.shtml

 Il Secolo XIX, 15 settembre 2013

Nazisti, la Chiesa di Francesco faccia luce

 di Alessandro Cassinis

Genova – Sono passati dieci anni da quando Tarcisio Bertone, allora arcivescovo di Genova, tuonò dal pulpito della cattedrale di San Lorenzo contro l’inchiesta che questo giornale stava pubblicando sulla fuga dei nazisti da Genova in Argentina. A ferire il cardinale erano state le rivelazioni su alcuni sacerdoti che a Genova si erano comportati da angeli custodi di sterminatori come Mengele, Eichmann, Barbie, Priebke e il feroce capo degli ustascia Ante Pavelic. Tutti ospitati a Genova sotto falso nome e imbarcati sulle navi per Buenos Aires fra il 1947 e il 1951 lungo quella “via dei topi” che aveva nell’Argentina di Peron il capolinea dell’impunità.

«La Chiesa genovese acquisirà tutti i documenti necessari per stabilire la verità dopo che il maggiore quotidiano genovese ha riportato notizie che non ci risultano vere», disse allora Bertone. La pietra dello scandalo fu la domanda che l’inchiesta del Secolo XIX aveva reso ineludibile : sapeva l’allora arcivescovo Giuseppe Siri che sacerdoti come il croato Draganovic, il francescano Dömöter e l’ex cappellano militare Petranovic accoglievano a Genova i nazisti in fuga e li spedivano in America con documenti falsi?

Bertone nominò una commissione di saggi e promise un rapporto pubblico in tempi brevi. Dieci anni dopo Andrea Casazza, l’autore di quell’inchiesta, ha sondato alcuni membri della commissione. La verità è che non è stato fatto quasi nulla. Nessuna indagine. Nessun dossier.

Forse qualcuno sperava che il tempo avrebbe fatto calare la polvere su una pagina così oscura e inquietante del nostro passato. Ma la storia non si insabbia. Dieci anni dopo Il Secolo XIX torna a chiedere la verità sulla rotta della vergogna: quale fu il ruolo della curia genovese nella fuga dei gerarchi nazisti? Quali i patti con l’Argentina peronista e i servizi segreti americani? I sacerdoti coinvolti ricevevano ordini dall’alto? E da chi? chi forniva i documenti falsificati, le coperture, il denaro per la permanenza dei fuggiaschi a Genova? Sono domande che troverebbero una risposta soltanto se la curia genovese acconsentisse a rendere davvero pubblici i documenti di quegli anni, a cominciare dalle carte conservate nell’archivio personale di Siri.

Dieci anni dopo c’è un fatto nuovo, che riaccende la speranza di fare finalmente luce. Un papa argentino ha scelto il nome del poverello di Assisi e il suo linguaggio semplice e diretto. Ha ribaltato il vertice Ior e ha rinnovato la gerarchia vaticana mettendo fine, fra l’altro, al lungo regno di Bertone. Ha bollato l’ipocrisia come «il linguaggio della corruzione» e ha invitato i cattolici a essere «trasparenti come bambini». Ha ammesso, nella lettera a Eugenio Scalfari, «tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che [la Chiesa] può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono». Nella sua missione di testimoniare il Vangelo, il Papa può riaprire quel capitolo tragico, che offende un intero popolo perseguitato nei campi di sterminio, getta un’ombra incancellabile sulla sua Argentina, infanga Genova, città martire della guerra e avanguardia della Resistenza, e lascia un sospetto inaccettabile sul suo cardinale più illustre.

Francesco ci ha ricordato che bisogna parlare come insegna il Vangelo: «Sia il tuo dire sì sì, no no». Il resto sarebbe omertà.

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Uki Goñi

Operazione Odessa

Garzanti, 2003

ISBN 88-1169-405-1

in english:

Uki Goni

The Real Odessa: How Peron Brought the Nazi War Criminals to Argentina

Publisher: Granta Books (23 Jan 2003)

448 pages – ISBN-10: 1862075522 / ISBN-13: 978-1862075528

http://www.amazon.co.uk/Real-Odessa-Brought-criminals-Argentina/dp/1862075522

excerpts online:

The Real Odessa: Smuggling the Nazis to Argentina

http://greyfalcon.us/The%20Real%20Odessa.htm

Quei 47 dossier mancanti

 di Alvaro Ranzoni

su Panorama, 29/8/2003

Molte delle carte sui gerarchi di Hitler accolti e protetti da Peron non si trovano più. Lo rivela il centro Wiesenthal, mentre un libro accusa apertamente la Santa sede.

Aspetteranno ancora per un po’, poi quelli del centro Simon Wiesenthal, specializzato nella caccia ai criminali nazisti (2.500 nomi rivelati in 17 anni), torneranno alla carica con il presidente argentino Néstor Kirchner. Non è possibile infatti che dai meandri del vecchio Hotel de Inmigrantes, che custodisce gli archivi dell’autorità argentina per l’immigrazione, siano saltati fuori solo due dei 49 fascicoli richiesti, con la storia di soli 17 criminali di guerra sui 68 segnalati. Troppo poco, se si considera che di questi 17 ben 16, tutti ùstascia croati, sono contenuti in un unico faldone, mentre l’altro dossier venuto alla luce è quello di un criminale belga, Jan-Jules Lecomte, il borgomastro-boia di Chimay.

I primi torturarono e uccisero migliaia di serbi ed ebrei, il secondo si divertiva a scovare i bambini ebrei rifugiati nei monasteri per avviarli ai campi di sterminio. Non stelle di prima grandezza nella classifica dell’orrore, insomma. Non sono stati trovati finora i dossier che spiegherebbero come fecero ad arrivare in Argentina e da chi furono aiutati criminali del calibro di Josef Mengele, il medico che sperimentò le sue folli teorie su migliaia di vittime; Adolf Eichmann, il pianificatore dello sterminio degli ebrei, poi giustiziato in Israele; Klaus Barbie, il «boia di Lione»; Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’unico ancora vivo (novantenne, sconta l’ergastolo agli arresti domiciliari a Roma).

«Il nuovo presidente argentino ha promesso piena trasparenza» spiega a Panorama Sergio Widder, direttore della sezione di Buenos Aires del Centro Wiesenthal, «e noi non abbiamo motivo di dubitarne. Ma certo non ci accontenteremo di spiegazioni a mezza bocca su dossier smarriti o bruciati non si sa perché e non si sa da chi» aggiunge.

Quello che è emerso è comunque abbastanza sconcertante.

Subito dopo la guerra il dittatore Juan Domingo Peron, che vagheggiava una sorta di «Quarto Reich», aveva creato una rete perfetta per portare in Argentina i criminali nazisti ricercati dalle forze alleate.

Dal 1947 ai primi anni Cinquanta il terminale europeo di questa «rotta dei topi» fu Genova dove c’era uno speciale ufficio retto da un ex capitano delle Ss, Carlos Fuldner, amico di Peron.

Il terminale italiano era gestito in gran parte da religiosi. «A Genova operava, tra gli altri, un monsignore croato, Karlo Petranovic, dipendente dalla locale Curia e protetto dall’arcivescovo Giuseppe Siri (ma la Curia genovese smentisce, ndr).

A Roma un altro prete, Stefan Draganovic, fondatore della Confraternita di San Gerolamo, avviava i criminali nazisti verso il capoluogo ligure con l’attiva collaborazione del vescovo Aloys Hudal, rettore del collegio tedesco di S. Maria dell’Anima, e sotto la protezione del Vaticano.

A Buenos Aires agivano i cardinali Antonio Caggiano e Santiago Copello. Tutto giustificato con la lotta al comunismo» spiega lo scrittore argentino Uki Goñi, autore del libro L’autentica Odessa, frutto di sei anni di ricerche, di cui Garzanti pubblicherà a febbraio l’edizione italiana.

Mai erano emerse tanto chiare le accuse al regime peronista e alla Santa sede (più volte ricorre il nome di Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI). È di Goñi la prima bozza dell’elenco che il centro Wiesenthal ha presentato al governo argentino.

Lo scrittore ha trascorso un anno negli archivi dell’Hotel de Inmigrantes, l’edificio che ospitò per i primi giorni molti dei 5 milioni di emigranti in Argentina e che oggi l’Associazione Italia-Argentina vorrebbe restaurare come sede delle aziende italiane a Buenos Aires. Ha rovistato tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco e su quelle dei personaggi più significativi ha trovato i numeri dei relativi dossier. Che però nessuno sa dove siano finiti.

http://www.panorama.it/mondo/americhe/articolo/ix1-A020001020528

Argentina: dopo l’apertura degli archivi sui nazisti

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LA STAMPA, 3/11/2003

Sezione: Cultura Pag. 16

LA FUGA DEI CRIMINALI NAZISTI VERSO L’ARGENTINA DI PERÓN:

UNA METICOLOSA E DOcUMENTATA RICOSTRUZIONE DELLO STORIcO UKI GOÑI

OPERAZIONE ODESSA

Mi manda il Cupolone

 Giovanni De Luna

Lo chiamavano il «Mengele danese», Carl Vaernet era un medico delle SS che sosteneva di aver scoperto una «cura» per l’omosessualità; nel 1944 Himmler mise a disposizione delle sue folli ricerche la popolazione del «triangolo rosa», gli omosessuali internati a Buchenwald. I malcapitati furono castrati e gli fu impiantato un «glande sessuale artificiale», un tubo metallico che rilasciava testosterone nell’inguine. Secondo i racconti dei sopravvissuti, i medici delle SS a Buchenwald raccontavano barzellette raccapriccianti su quel tipo di esperimenti. Vaernet era un pazzo sadico; inserito nella lista dei criminali di guerra, alla fine del conflitto riuscì a scappare sano e salvo in Argentina. E come lui migliaia di aguzzini nazisti tedeschi, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ecc.; tutti se la cavarono grazie a una rete di complicità mostruosamente efficiente e all’aperta connivenza del governo di Juan Domingo Perón. Un romanzo (Dossier Odessa) di Frederick Forsyth, raccontava di un gruppo di membri delle SS che dopo la sconfitta si erano raccolti in un’organizzazione segreta (Odessa, acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen) che aveva il duplice scopo di salvare i commilitoni dalle forche degli Alleati e creare un Quarto Reich che completasse l’opera di Hitler. Per quanto romanzesca fosse la trama «inventata» da Forsyth, il suo racconto si avvicinava in modo inquietante alla realtà. Odessa esisteva davvero. Solo era difficilissimo ricostruirne la storia: i fascicoli del suo archivio erano stati distrutti in gran parte nel 1955, nel marasma degli ultimi giorni del governo di Perón; quelli che rimasero furono definitivamente buttati via nel 1996. Ma le tracce della sua attività erano troppo evidenti per essere cancellate del tutto. così ora, finalmente, grazie alla pazienza e all’abilità dello storico e giornalista argentino Uki Goñi (Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, pp. 480, e.24) e lunghe ricerche in Belgio, Svizzera, Londra, Stati Uniti, Argentina, disponiamo di una storia completa della più incredibile operazione di salvataggio di migliaia di criminali mai progettata e mai realizzata in tutto il Novecento.

Diciamolo subito. Se l’Argentina di Perón era la «terra promessa», l’asilo già generosamente predisposto ancor prima che la guerra finisse, il cuore e il cervello dell’intera operazione Odessa era a Roma (dove Perón soggiornò dal 1939 al 1941), nel cuore del Vaticano. In quel turbinoso dopoguerra italiano era veramente difficile distinguere tra vincitori e vinti. Nazisti e fascisti avevano perso la guerra; eppure mai ai vinti mancò il soccorso dei vincitori, il sostegno di quelle istituzioni che sarebbero dovute nascere all’insegna dell’antifascismo e della democrazia e che invece erano ricostruite nel segno della più rigorosa continuità con i vecchi apparati del regime fascista. Fu l’anticomunismo, furono le prime avvisaglie della «guerra fredda» a spingere i vincitori a salvare i vinti.

Il Vaticano fu il motore di questa scelta. Ma veramente monsignor Montini fu il protagonista di questo intervento che garantì l’incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann ecc.? E veramente il Vaticano fu il crocevia di tutta una serie di iniziative che puntavano a rimettere in piedi il movimento ustascia di Ante Pavelic per organizzare una guerriglia anticomunista contro la Jugoslavia di Tito? Sì, veramente. Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti e incredibili». Oggi la disamina di quei registri è possibile e Goñi l’ha fatta. E le sue conclusioni sono nette: la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (quest’ultimo, argentino, nel 1960 espresse pubblicamente – «bisogna perdonarlo» -, il suo rincrescimento per la cattura di Eichmann da parte degli israeliani), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère.

I documenti citati da Goñi sono molti e molto convincenti, da una lettera del 31 agosto 1946 del vescovo Hudal a Perón che chiedeva di consentire l’ingresso in Argentina a «5 mila combattenti anticomunisti» (la richiesta numericamente più imponente emersa dagli archivi) all’intervento di Montini per esprimere all’ambasciatore argentino presso la Santa Sede l’interesse di Pio XII all’emigrazione «non solo di italiani» (giugno 1946). Non si tratta di iniziative estemporanee e certamente la loro rilevanza storiografica non può esaurirsi in una lettura puramente «spionistica».

Un versante della seconda guerra mondiale trascurato dagli storici è quello che vede gli Stati latini, cattolici e neutrali, europei e sudamericani, protagonisti di vicende diplomatiche segnate però da un particolare contesto culturale e ideologico: nella cattolicissima Argentina (la Vergine Maria fu nominata generale dell’esercito nel 1943, dopo il golpe dei militari) ci si cullò nell’illusione di poter formare insieme con la Spagna e il Vaticano una sorta di «triangolo della pace», per preservare «i valori spirituali della civiltà» fino a quando la guerra in Europa continuava. Un progetto più ambizioso puntava a unire, con la leadership del Vaticano, i paesi dell’Europa cattolica, Ungheria, Romania, Slovenia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia di Vichy per integrarli nel «nuovo ordine europeo» voluto dai nazisti; in quel periodo (1942-1943), in Sud America governi filonazisti esistevano già in Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay: il disegno era di conquistare a un’alleanza in chiave antiamericana anche il piccolo e democratico Uruguay e il grande e cattolico Brasile. Questi disegni naufragarono tutti sotto il peso delle rovinose sconfitte militari dell’Asse ma furono l’humus ideologica da cui nacque nel dopoguerra la rete di «Odessa».

La centrale italiana operò soprattutto per il salvataggio degli ustascia di Ante Pavelic. Alla fine della guerra ce n’erano migliaia, sparsi nei vari campi a Jesi, Fermo, Eboli, Salerno, Trani, Barletta, Riccione, Rimini ecc. Una poderosa ricerca ora avviata dal giovane storico Costantino Di Sante sta facendo luce su una delle pagine più oscure di quel periodo. Si trattava di criminali macchiatisi di delitti che avevano suscitato orrore perfino nei loro alleati nazisti (che biasimarono «gli istinti animaleschi» dei croati): fucilazioni di massa, bastonature a morte, decapitazioni, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%. Alla fine della guerra circa 700 mila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa ma nell’elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari. Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che coniugava le nozioni di «purificazione» religiosa e «igiene razziale» con un appello affinché la Croazia «fosse ripulita da elementi estranei».

Gran parte di questi criminali si salvò passando da Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Parlando del loro capo, Ante Pavelic, un rapporto dei servizi segreti americani concludeva: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelic è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano». Alla fine, tra il 1947 e il 1951, secondo i dati raccolti da Di Sante, furono 13 mila gli ustascia che riuscirono a salvarsi usando il canale italoargentino.

Priebke e l'”Operazione Odessa”

 (fonte: Liberazione, 14-15/3/2004)

Il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di ritirare dal commercio il volume di Uki Goni “Operazione Odessa” (Garzanti). A chiedere il ritiro del libro era stato Erich Priebke, nel quadro di una ampia offensiva giudiziaria che ha visto di recente l’ex ufficiale nazista proporre numerose istanze contro editori di quotidiani, riviste e libri presso diversi tribunali italiani. Nella sua motivazione, il giudice De Sapia ha rivelato che il capitolo del libro dedicato a Priebke «si caratterizza per una prevalente connotazione critica, fondata sulla condanna del predetto in relazione ai fatti delle Fosse Ardeatine. La valutazione certamente negativa che traspare dal testo è sostanzialmente fondata su tale evento, che da solo giustifica le conclusioni adottate nello scritto, con particolare riferimento alla fuga in Argentina per sottrarsi alla giustizia, che rappresenta il motivo di fondo del volume».

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http://genova.ogginotizie.it/3833-il-dossier-draganovic/#.Ul8D5ciBHy0

 4 dicembre 2010

Il Dossier Draganovic

E’ storia nota dell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale in Italia, nonché del periodo immediatamente seguente alla fine delle ostilità: fra i principali organizzatori delle vie di fuga per criminali nazisti, fascisti e appartenenti al tristemente famoso corpo degli Ustascia

E’ storia nota dell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale in Italia, nonché del periodo immediatamente seguente alla fine delle ostilità: fra i principali organizzatori delle vie di fuga per criminali nazisti, fascisti e appartenenti al tristemente famoso corpo degli Ustascia di Ante Pavelic (il quale aveva, fra gli altri, il singolare hobby di collezionare occhi umani…!), oltre ad agenti dei servizi segreti nazisti come Walter Rauff, Franz Rostel, Dieter Kersten, vi erano diversi religiosi: monsignor Alois Hudal, guida della comunità dei cattolici tedeschi, che non nasconde le simpatie per il nazionalsocialismo; padre Glavas, fanatico ammiratore di Hitler e confessore dello stesso Pavelic, e Krunoslav Draganovic, sacerdote e fervente fautore dell’unificazione religiosa (e politica) in Bosnia e Croazia.

Krunoslav Stepan Draganovic nasce il 30 ottobre 1903 a Brcko, in Croazia, da Pietro Draganovic e Maria Franci. Frequenta le scuole elementari e medie a Travnik quindi studia teologia a Sarajevo (dove entra nelle grazie del vescovo di Sarajevo Ivan Saric) e Vienna, diventa professore all’università di Zagabria e trascorre diversi periodi a Roma, all’Istituto Pontificio di Studi Orientali. Dopo aver lavorato anche agli archivi vaticani, diventa segretario privato di monsignor Saric, fervente simpatizzante del movimento Ustascia, di idee antisemite, il quale, dopo la dichiarazione di indipendenza della Croazia, ha una parte di primo piano nella campagna di conversione religiosa forzata ed è costretto a lasciare il paese nella primavera del 1945, con lo stesso Pavelic, Andrija Artukovic e altri leader del movimento.

Padre Draganovic, in ragione della profonda amicizia che lo lega ai più importanti capi Ustascia, diventa egli stesso ufficiale del corpo scelto di Pavelic nonostante vestisse l’abito talare, e prende parte a diverse operazioni di pulizia etnica contro i serbi della regione di Kozara. Per l’impegno e lo zelo con cui presta servizio, diventa ufficiale superiore del ministero per la colonizzazione Interna e responsabile di aver ordinato molti omicidi ed espulsioni forzate di profughi serbi, ebrei, rom, per affidare poi i territori liberati alla popolazione croata, oltre a favorire l’espansione del Terzo Reich.

Nel 1943 è inviato a Roma come rappresentante della Croce Rossa croata, in realtà per allacciare contatti in Vaticano da parte dell’arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac nella cerchia di papa Pio XII. Nel 1945 è segretario dell’Istituto croato presso il collegio di San Girolamo degli Illirici, al numero 7 di via Carlo Alberto, sotto la protezione di monsignor Jurai Magjerec, dove organizza i rifugi per i capi Ustascia in fuga, primo fra tutti Ante Pavelic.

Il documento del Dipartimento di Stato americano redatto in base al rapporto del 12 febbraio 1947, a firma dell’agente Robert Clayton Mudd, elenca diversi criminali Ustascia, collaborazionisti albanesi, montenegrini e croati, nascosti in San Girolamo. E’ lo stesso Draganovic ad accogliere Pavelic a Roma e a nasconderlo per circa due anni, fino alla partenza per l’Argentina.

Nell’estate 1947 il sacerdote è avvicinato da agenti del controspionaggio austriaco, i quali gli propongono di mettere la sua esperienza al servizio degli americani, come era successo per il tristemente famoso Klaus Barbie, capo della Gestapo a Lione. Pare che, per “conto terzi”, Draganovic abbia avuto parte di primo piano nell’organizzazione del movimento Krizari (crociati), ideale continuazione degli Ustascia, coinvolti in atti di terrorismo in Jugoslavia nel 1947, e nella sparizione dell’oro accumulato da Pavelic.

La fonte è un comunicato del governo jugoslavo ripreso dalla agenzia Tanjug e quindi dalla Associated Press il 12 luglio 1948, nel quale si parla di cinquanta uomini processati a Zagabria per spionaggio e terrorismo, indicati anche come “agenti del Vaticano”. Durante le udienze viene fatto ripetutamente il nome di Draganovic fra i principali organizzatori della missione Krizari.

Molto attivo il capitano Krilic, corriere segreto per conto di Pavelic e segretario personale di Draganovic a San Girolamo, tramite il quale sono organizzate spedizioni di gruppi di tre persone, detti “trojke”, per organizzare sabotaggi in Jugoslavia, via Austria, i cui confini sono tenuti sotto controllo da Urban Drago, altro ex Ustascia, e da un certo dottor Stambuk, stretto collaboratore di Draganovic.

Sarebbero stati oltre novanta gli agenti sabotatori inviati in Jugoslavia, membri di un non identificato “comitato per lo Stato croato”, ma fonti vaticane smentiscono che Draganovic fosse coinvolto in un complotto, tanto meno collegato ad ambienti pontifici.

Costretto a lasciare San Girolamo nell’ottobre del 1958, è nuovamente contattato dalla CIA con una vera e propria offerta di impiego. Secondo documenti ufficiali, Draganovic è regolarmente registrato sul libro paga dell’esercito USA fino al 1962, e pare sia stato impiegato anche dall’Intelligence Service britannico, dal KGB e dal servizio informazioni jugoslavo.

Riappare in pubblico a Belgrado il 15 novembre 1967, in occasione di una conferenza stampa nella quale sorprende tutti e denuncia gli atti criminali degli Ustascia, elogiando senza mezzi termini Tito.

Fonti vicine al movimento Ustascia dicono poi che sia stato rapito, ma lo stesso Draganovic afferma di essere rientrato in Jugoslavia volontariamente. Nei fatti, Krunoslav Draganovic vive tranquillo senza essere perseguito, fino alla morte, avvenuta nel 1983 in un monastero vicino a Sarajevo.

Alcuni quindi sostengono l’esistenza di contatti in Vaticano nella protezione o, se non altro, nella tacita complicità, circa la copertura di criminali di guerra, fra i quali, oltre ad Ante Pavelic, figurano Stjepan Hefer, che raccoglie l’eredità di Pavelic alla guida del Movimento per la Liberazione della Croazia, e altri come Ljotic, Nedic, Save Radonic (ministro della Giustizia e uno capi separatisti del Montenegro). A tutti questi personaggi venivano forniti falsi documenti d’identità, denaro e collegamento con la Spagna. Pare che il fondo monetario a disposizione dell’organizzazione ammontasse a oltre 50 milioni di lire dell’epoca.

Dal collegio di San Girolamo passano Steve Vujovic ministro separatista del Montenegro; Lazar Soskic capo della polizia del Montenegro; Stevan Ivanic direttore dell’Istituto di Igiene di Belgrado; il ministro del commercio Valiljevic; Marisav Petrovic, colonnello delle SS bosniache; i fratelli Vrioni, membri del governo filonazista albanese; Jusuf Kosovac, sicario per conto della polizia politica del governo collaborazionista montenegrino e albanese, già condannato a 20 anni per omicidio prima della guerra; Isa Noljetinac, capo della polizia nel governo collaborazionista albanese e responsabile di oltre 200 omicidi fra la popolazione serba di Pristina; tale dottor Hefer, ministro del governo Pavelic; i generali Vilko Pecnikar e Eugen Kvarternik, e altri ancora compresi nelle liste dei servizi segreti alleati come ricercati per crimini contro l’umanità e complicità con il Terzo Reich.

Oltre che coordinare l’attività di accoglienza dei responsabili Ustascia in Italia, Draganovic prende contatti con diversi rappresentanti d’ambasciata di paesi sudamericani, e anche con la Croce Rossa Internazionale per ottenere falsi passaporti. Tutto questo dal proprio ufficio del collegio di San Girolamo, in collegamento con la commissione Pontificia per i Rifugiati diretta da padre Elias Ivica, con sede in via Piave a Roma, organismo ben visto dal movimento Ustascia.

Stringe contatti anche con circoli politici austriaci, specialmente con il clero cattolico e alcuni stretti collaboratori dell’ex canceliere Schusschnig, nel frattempo rifugiatosi con la famiglia, aiutato dello stesso Draganovic, nel monastero di Borgo Santo Spirito, territorio protetto dalla extraterritorialità. Schusschnig mantiene poi contatti con l’arcivescovo croato Saric grazie all’azione di padre Draganovic e alla protezione di un ex ufficiale Ustascia, tale Ivankovic. E’ in rapporti anche con il vescovo di Salisburgo, Steinbach, e con il delegato britannico Haman, dai quali riceve informazioni, viaggiando fra Austria e Italia come corriere, nonchè direttive per coordinare l’attività e riferire al capo, Ante Pavelic e all’ex ministro Farkovic.

L’agente dei servizi americani William Gowen, membro dell’Unità 430, è assegnato al caso fra il 1949 e il 1955, e ha condotto una capillare opera di sorveglianza di Ante Pavelic, predisponendone l’arresto a Roma, ma viene poi bloccato per un intervento diretto dei propri superiori, i quali avevano contattato Draganovic in Austria per esaminare la possibilità di organizzare, con il suo aiuto la fuga di Klaus Barbie e dello stesso Pavelic, che dopo un periodo di clandestinità a Roma, viene fatto fuggire a Buenos Aires. Le prove dell’attività di Draganovic esposte dall’agente Gowen, parlano di almeno cinque organizzazioni religiose finanziate dagli Ustascia a Roma, specialmente sull’Aventino, con attività di copertura come negozi di alimentari, posteggi e garages pubblici, appartamenti privati. Le cinque organizzazioni sono: il monastero di Santa Sabina dell’ordine domenicano, la scuola di Sant’Alessio per gli studi romani, la locale sezione romana dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, l’ordine benedettino di Sant’Anselmo, e un convitto di monache. Alcune strutture, vicine le une alle altre, erano collegate da tunnel sotterranei.

Nei documenti, un certo colonnello W.R.Philips fa menzione anche di due operazioni segrete, denominate Rusty e Odeum, compiute fra il 1946 e il ’49 dai servizi americani, più precisamente dall’Unità 7821 dipendente dall’ECIC (European Command Intelligence Center) in collegamento con il DAD (Department of Army Detachment) e con l’EUCOM (European US-Army Command).

Nel testo si parla della Commissione Superiore per la Germania, ma riguardo a questa e all’EUCOM mancano molti dossier, come alcune determinanti prove per ricostruire lo scopo delle due operazioni. La partecipazione dei servizi segreti tedeschi pare comunque certa, come afferma nelle proprie memorie Kurt Merck, che agisce nel campo del mercato nero in Francia per conto della Gestapo durante la seconda guerra mondiale e che, dopo la resa tedesca, entra in contatto con lo spionaggio americano, svolgendo missioni in Austria e Germania, specialmente intorno all’ottobre 1949. Merck, che muore il 5 settembre 1951, parla di Klaus Barbie come di un “buon amico” grazie al quale sono conclusi molti vantaggiosi affari.

Tornando all’attività di Draganovic in Italia, nel rapporto B-4240 dell’ottobre 1946 redatto dagli agenti speciali del CIC (Counter Intelligence Corp) Anthony Ragonetti e Louis Caniglia, Draganovic è indicato come il personaggio chiave degli affari segreti della chiesa croata a Roma, più influente anche del suo superiore nominale, padre Dominic Mandjc, e che una delle sue guardie del corpo sarebbe stato Ljubo Milos, ex ufficiale del campo di concentramento di Jasenovac, poi arrestato e in seguito diventato uno dei personaggi di primo piano nell’opposizione al maresciallo Tito, ovvero i già citati Crociati (Krizari) fino all’arresto effettuato dalle autorità jugoslave, che lo condannano a morte.

Un altro rapporto del giugno 1948 collegato all’affare Barbie, redatto da Paul Lyon e Charles Crawford, agenti dalla Sezione 430 del controspionaggio americano in Austria, fa riferimento alla “Rat-Line” nella quale sono coinvolti gli stessi servizi d’informazione dell’esercito americano e, naturalmente, padre Draganovic, in una mutua assistenza nel quadro della politica di denazificazione dell’Europa voluta dagli alleati nell’estate 1947. Nel rapporto si parla di come Klaus Barbie sia stato affidato alle attenzioni di Draganovic e favorito nel trasferimento in Sud America.

Sempre l’agente Paul Lyon firma un altro rapporto che prende spunto dalla richiesta del governo francese nel 1950 per ottenere l’estradizione del capo della Gestapo di Lione, il quale pareva fosse nascosto nella zona americana di Berlino e protetto dal 66°Dipartimento di Sicurezza e controspionaggio dell’esercito USA, al quale faceva capo la già citata sezione austriaca 430. Paul Lyon ricostruisce l’allestimento della “Rat-Line”in Italia e Austria dall’estate 1947, quando anche il governo sovietico fa ufficiale richiesta per la restituzione di criminali ricercati in URSS. Parte dei documenti forniti per il transito attraverso l’Austria e altri ancora per l’entrata in paesi sudamericani, erano forniti proprio dall’agente americano Crawford, per avere via libera verso i porti di Napoli e Genova.

http://it.wikipedia.org/wiki/Krunoslav_Draganovic

Krunoslav Draganovic

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Padre Krunoslav Stjepan Draganovic (Brcko, 30 ottobre 1903 – Sarajevo, 3 giugno 1983) è stato un teologo e filosofo croato, segretario dell’Istituto croato di San Girolamo, il principale organizzatore delle “ratlines” utilizzate anche da criminali di guerra nazisti per sfuggire alla giustizia dopo la seconda guerra mondiale.

Controverso e misterioso personaggio, collegato in via indiretta e poco trasparente allo IOR[1], alla CIA e al partito nazista[2], diverse fonti confermano inoltre la sua mal celata vicinanza al movimento Ustascia[3], il movimento nazionalista croato affiliato alle frange fasciste a cui era stato consegnato il controllo della Croazia dalle potenze dell’Asse nel 1941. Vicino ad Ante Pavelic, nel 1948 fu lui ad aiutare il dittatore condannato per crimini di guerra nella fuga verso l’Argentina peronista.

Draganovic fu accusato di riciclaggio di denaro e di furto di oggetti dalle vittime dell’Olocausto in Croazia.[4]

Biografia

Nato nel 1903 a Brcko in Bosnia, Draganovic aveva ricevuto un’educazione cattolica e nazionalistica. Terminate le scuole superiori in Travnik, (ora centro amministrativo della Bosnia centrale) studiò teologia e filosofia a Sarajevo, prendendo i voti nel 1928. Dal 1932 al 1935 studiò a Roma presso il Pio Pontificio Istituto Orientale e alla Pontificia Università Gregoriana, lavorando negli archivi vaticani.

Nel 1935 ritornò in Bosnia diventando segretario del vescovo Ivan Šaric; nell’aprile del 1941, quando i nazisti occuparono Zagabria, era professore di teologia all’università.

Fonti dell’intelligence intervistate da Mark Aarons e John Loftus per il loro libro “Ratlines”[5] (titolo originale “Unholy Trinity: The Vatican, The Nazis, and The Swiss Banks”) dichiararono che Draganovic era in via ufficiosa a capo delle operazioni di intelligence croate della Segreteria di Stato vaticana e al contempo collaborava con l’Intelligence americana, francese e britannica. “Era vicepresidente dell’Ufficio per la colonizzazione ustascia che rappresentava per i nazisti una macchina della morte, poiché disponeva di serbi e ebrei destinati allo stermini o alla deportazione”[6].

Nell’agosto del 1943 Draganovic ritornò a Roma come segretario della “confraternita croata di San Girolamo” nel monastero di San Girolamo dei Croati in Via Tomacelli[7]. Questo monastero divenne il centro delle operazioni ratline croate come documentato dalla CIC.

In un memorandum del 1948 un agente spiegò che l’accordo consisteva in una forma di mutua assistenza: in cambio di aiuti a persone a lui care che vivevano in Germania, faceva in modo di ottenere loro (per lo più criminali di guerra) il visto per il Sud America, principalmente Argentina, vista l’accondiscendenza di Juan Perón, imbarcandosi dal porto di Genova, dove aveva trovato appoggio e documenti falsificati (rilasciati dalla croce Rossa romana) presso la Daie (Delegación Direción Argentina de Immigración Europea) di via Albaro, diretta da Carlos Fuldner, ex ufficiale SS.[8]

Avrebbe avuto influenti contatti in Vaticano, come il segretario di Stato Luigi Maglione e persino papa Pio XII.[9]

Nel 1958 all’indomani dell’elezione di papa Giovanni XXIII il cardinale Domenico Tardini chiese a Draganovic di lasciare Roma.[10]

Passò gli ultimi anni della sua vita a Sarajevo aggiornando il registro generale della chiesa cattolica in Iugoslavia e morì nel 1983.

Note

^ Eric Salerno, Mossad base Italia: le azioni, gli intrighi, le verità nascoste, Il Saggiatore 2010, pp. 99-102

^ ” Ustascia, fuga con l’ oro degli ebrei “

^ R. Roggero, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, GREcO&GREcO 2006. pp. 539-542

^ da “La Repubblica del 16 gennaio 2006”: Olocausto, Corte suprema Usa dice sì a processo a Vaticano.WASHINGTON – La Corte Suprema americana ha dato oggi il suo via libera al processo che un gruppo di sopravvissuti dell’Olocausto ha intentato […] all’Istituto Opere di Religione), e all’ordine francescano, accusandoli di essersi appropriati, alla fine della guerra, di beni di vittime del brutale regime Ustascia, al potere in Croazia dal 1941 al 1945. Quei beni, secondo l’accusa, sarebbero stati trasferiti illegalmente dai francescani croati nelle casse della Banca vaticana (sic!) e sarebbero serviti a finanziare la fuga di gerarchi ustascia e altri criminali nazisti transitati proprio attraverso la città pontificia verso destinazioni sicure in Sudamerica e altrove. Il processo era stato bloccato nel 2003 su ricorso di un giudice federale, il quale aveva sostenuto che si trattava di questioni da affrontare a livello di governo statunitense e non di tribunale. La corte Suprema ha respinto oggi il ricorso e ha deciso che il processo, avviato nel 1999 da un gruppo di ebrei davanti ad una corte di San Francisco, deve andare avanti

^ CNJ / Ratlines

^ p. 106

^ Secondo Aarons e Loftus “fu inviato a Roma da Pavelic e dall’arcivescovo Stepinac come rappresentante della Croce Rossa croata con l’incarico di costruire la rete clandestina per l’espatrio dei nazisti” p. 107

^ http://www.ilsecoloxix.it/Oggetti/3431.pdf

^ Aarons/Loftus, op. cit. p. 66

^ Richard Breitman, U.S. intelligence and the Nazis], p. 217

Bibliografia

Mark Aarons, Ratlines, Edizioni Newton Compton, Roma, 1993, ISBN 8879832174

(EN) Richard Breitman, U.S. intelligence and the Nazis, Cambridge University Press 2005, pp. 210-222

=== 5 ===

Reputazioni in calo

(Felice Accame, trasmissione “La caccia” del 14 dicembre 2008 su Radiopopolare – trascrizione)

Nel 1892, Anatole France scrisse La rosticceria della Regina Pédauque. Si tratta del diario di formazione di un giovane, tal Elme-Laurent-Jacques Ménètrier, familiarmente detto “Tournebroche” che, in italiano, starebbe per “Girarrosto”. Figlio di un rosticciere di rue Saint-Jacques si ritrova in bottega l’abate Jerome Coignard, dottore in teologia e laureato in lettere sì, ma interessato anche ai quarti di pollo fumante, al buon vino, alle donne – che gli sono costate quattro anni alla Bastiglia – nonché, infine, alla sua educazione. Il libro ebbe tanto successo che, l’anno dopo, forse dispiaciuto di averlo fatto morire, Anatole France ritenne opportuno prolungare la vita letteraria del suo personaggio – , scrivendo Le opinioni di Jerome Coignard, dove – affrontando tematiche fondamentali come quelle della scienza, del sapere accademico, della religione, dell’esercito, dello Stato, delle rivoluzioni sociali, della storia e della giustizia – costui dice la sua in modo più sistematico; poco – pochissimo – pentito di non esser stato propriamente zelante nei confronti della regola di San Francesco e poco – pochissimo – pentito di aver alle spalle una somma di errori “del letto e della tavola”, come dice lui, e piuttosto lieto – lietissimo – di aver traccheggiato vita natural durante fra Epicuro e San Francesco – più, dico io, dalla parte dello scettico Epicuro che da quella del fiducioso San Francesco. Le caratteristiche del sant’uomo e quella del maiale, comunque, alla bell’e meglio vi convivono e ciò dovrebbe darci un’idea della reputazione di cui, all’epoca, potevano godere i frati francescani.

Agostino Gemelli (1878-1959), fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, fu disgustosamente antisemita e fascista. Nessuno gliene chiese conto. Se la cavò alla grande, onorato e stimato anche in tempi di repubblica. Ed era un frate francescano. Antonio Conio – noto più tardi come Fra Ginepro, francescano – è nato a Pompeiana, vicino a Sanremo, nel 1903. Fascista convinto, fu tra coloro che vollero portare la cosiddetta civiltà in Africa Orientale, non contento andò poi in Albania – finendo prigioniero prima dei greci poi degli inglesi – e, una volta libero, non contento ancora aderì entusiasticamente alla Repubblica di Salò dandosi anche parecchio da fare per mantenere ottimi rapporti con i tedeschi. Sosteneva che “senza la guerra” un giovane “non sarebbe mai diventato un uomo” e “sarebbe rimasto un ozioso nauseabondo”. Dopo la Liberazione, venne arrestato, a Genova, e passò alcuni mesi nel carcere di Marassi, prima di, Curia permettendo, far perdere le proprie tracce andandosi a chiudere nel convento dei Cappuccini di Loano, da dove peraltro – fino al 1962, anno della sua morte – usciva volentieri per mantenere rapporti attivissimi con tutti i gruppi fascisti ancora operanti nel Paese.

Andrea Casazza, ne La fuga dei nazisti, ricostruisce pazientemente tutte le mosse attuate dalla classe dirigente nazionalsocialista tedesca per riuscire a scamparla nei giorni successivi alla loro disfatta. Scopre così che Genova – perché città di mare e non solo per quello – ha avuto un ruolo determinante. Faccio un esempio: la mattina del primo giugno 1950, a Genova, Adolf Eichmann ha un appuntamento presso la sede della Croce Rossa. Si incontra con il francescano di origini ungheresi Edoardo Doemoeter. Vuole un passaporto per espatriare in Argentina. Si presenta con documenti falsi che vengono garantiti dal francescano che firma testimoniando che quello è il signor Riccardo Klement. E’ l’ultima tappa di quel suo percorso di fuga che era cominciato sul finire del 1946, allorquando sotto mentite spoglie in Germania non si sentiva più sicuro. Decide, allora, di andare in Italia e “secondo le tracce raccolte dagli uomini di Wiesenthal” – che, anni dopo, lo scoveranno e se lo porteranno in Israele per processarlo e condannarlo a morte -, “da Merano raggiunge Roma dove trova accoglienza in un convento di francescani anche grazie all’interessamento del vescovo austriaco Alois Hudal”, noto fascista.

Altri esempi. Un altro francescano compare, salvifico, nella vita di Priebke. Altri due francescani, a Buenos Aires, fra il 1946 e il 1947, si danno da fare per salvare Ante Pavelic – capo del governo fantoccio croato sotto il nazismo, responsabile dell’uccisione di migliaia di ebrei, zingari e serbi – e altri 7.500 ustascia che il Vaticano ha aiutato a fuggire dall’Europa. A Roma, a selezionare i profughi, erano ancora dei francescani.

D’accordo che, Anatole France alla mano, la reputazione dei francescani, già alla fine dell’Ottocento, non era poi un granché – e d’accordo anche che quella connotazione tutta positiva che si vorrebbe assegnare allo scetticismo può davvero condurre alle più sfrenate licenze idealistiche e, quindi, all’autoritarismo – ma da qui a spiegare certe nefandezze ce ne corre.

A meno che.

L’insegnamento del poverello di Assisi è tutto mirato al vivere nell’obbedienza, non riconoscendo altra autorità e legge che l’osservanza del Vangelo. Vivere è obbedire. Ma non “credere, obbedire e combattere” di fascistica memoria. Checché ne dicesse l’abate Coignard, San Francesco predicava l’obbedienza più generalizzata: l’obbedienza del corpo allo spirito, l’obbedienza a tutti gli animali e l’obbedienza a tutti gli uomini – poveri, infermi e umili sì, ma anche – e qui forse sta il punto – obbedienza anche ai ricchi ed ai grandi, fra le cui file – ovviamente – stanno anche i grandi fetentoni. Ma nel Vangelo non sta affatto scritto che bisogna obbedire ai grandi fetentoni. Anzi.

Fra Ginepro da Pompeiana è stato arrestato come collaborazionista il 6 agosto del 1945. Come racconta Alessandro Acito in una sua biografia, il giorno dopo, “L’Unità” pubblica un articolo in cui, nel darne notizia, dice che durante il suo primo interrogatorio, il frate ha mantenuto un “contegno calmo ed eminentemente francescano”, ma lo definisce anche frate “donnaiolo”, perché, dalle sue capaci tasche, erano saltati fuori ben 51 nomi femminili. Il che, se come dato biografico è probabilmente insignificante, come dato strettamente ideologico, ci mostra, invece, una certa continuità, quasi rassicurante, con il buon vecchio abate Coignard.

F.A.

Nota

In una “caccia” del 10 giugno 2007, mi ero occupato di un altro fra Ginepro e mi ero ripromesso di estendere la riflessione anche a quest’ultimo. Cosa fatta, dunque. E, per quanto concerne gli strani destini politici di alcuni membri dell’Ordine dei Francescani, cosa fatta con gli interessi.

L’edizione più recente della Rosticceria della Regina Pédauque di Anatole France, se non vado errato, è quella di Einaudi, a Torino, nel 1980. Possiedo, poi, una copia de I detti dell’abate Coignard, stampata – senza indicazione di data, ma presumibilmente nel 1922 – dall’editore Caddeo in Milano. Per la “storia di un frate fascista”, cfr. A. Acito, Fra Ginepro da Pompeiana, Prospettiva editrice, Civitavecchia 2006. Per il concetto di obbedienza francescana, cfr. la voce relativa, a cura di Sebastiano Lopez in Dizionario francescano, Edizioni Messaggero, Padova 1983, pp. 1111-1131. La fuga dei nazisti di Andrea Casazza è stato pubblicato dalle edizioni de Il Melangolo, a Genova, nel 2007.

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