Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Ocse, mai così tante diseguaglianze

Postato il 6 Giugno 2015 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

DiseguaglianzeIl rapporto. L’organizzazione dei paesi più industrializzati ha registrato un aumento delle differenze tra ricchi e poveri: un fenomeno che con la crisi si è accentuato, e che non si arresta. Dal 2007 al 2011 il 40% della fascia più bassa ha perso il 40% del reddito, mentre i più facoltosi hanno guadagnato il 51%. Le cause: dal dilagare del lavoro precario alla detassazione dei milionari.

Siamo arri­vati a «un punto cri­tico, le ine­gua­glianze non sono mai state così forti nei paesi Ocse», afferma Angel Gur­ria, segre­ta­rio gene­rale dell’organizzazione che riu­ni­sce i 34 paesi più indu­stria­liz­zati. «Stiamo cam­biando di dimen­sione», spiega un eco­no­mi­sta. Nel terzo rap­porto Ocse sulle ine­gua­glianze, pre­sen­tato ieri al Châ­teau de la Muette, la situa­zione appare peg­gio­rata rispetto ai pre­ce­denti studi (2008 e 2011): dall’inizio della crisi, il 40% della popo­la­zione più povera ha regi­strato un calo di red­dito; tra il 2007 e il 2011 il red­dito reale (cor­retto dagli effetti infla­zio­ni­stici) della fascia più debole è dimi­nuito di circa il 40%, men­tre il 10% più ricco, dal 1995 ha accu­mu­lato un aumento del 51%.

All’origine dell’aumento delle ine­gua­glianze c’è l’esplosione del part time impo­sto, dei con­tratti a ter­mine, del pre­ca­riato, dei tagli al sala­rio per spin­gere le per­sone al lavoro auto­nomo, accol­lan­dosi tutti i rischi, forme di occu­pa­zione che hanno rap­pre­sen­tato più della metà dei nuovi posti creati nei paesi Ocse dal 1995 al 2013. In più, sot­to­li­nea l’Ocse, nei prin­ci­pali paesi indu­stria­liz­zati più della metà del lavoro pre­ca­rio riguarda i gio­vani sotto i trent’anni. Le donne restano indie­tro, con salari in media del 15% più bassi degli uomini e il 16% in meno di pos­si­bi­lità di occu­pare un impiego.

Oggi, nei 34 paesi più ric­chi del mondo il 10% della popo­la­zione più agiata ha un red­dito 9,6 volte supe­riore a quello del 10% più povero. Nel 1980 que­sto scarto era di 7,1 volte supe­riore, nel 2000 era già salito a 9,1, cioè siamo di fronte a una pro­gres­sione costante delle dise­gua­glianze. Que­sti scarti aumen­tano in modo espo­nen­ziale se si cal­co­lano i patri­moni delle fami­glie. La crisi ha aggra­vato la situa­zione e acce­le­rato que­sto fenomeno.

L’Ocse sot­to­li­nea le con­se­guenze nega­tive della cre­scente ine­gua­glianza: nei 19 paesi esa­mi­nati, avrebbe ampu­tato la cre­scita di 4,7 punti tra il 1990 e il 2010. E per il futuro il per­pe­tuarsi di que­sta ten­denza è desti­nato a distrug­gere il capi­tale umano e a decur­tare le pos­si­bi­lità di cre­scita dell’economia. C’è stato l’aumento del pre­ca­riato che è andato di pari passo con la dimi­nu­zione dell’efficacia dei mec­ca­ni­smi di redi­stri­bu­zione, le tasse sono dimi­nuite per i ric­chi e ad esse sfug­gono lar­ga­mente le mul­ti­na­zio­nali gra­zie al ben oliato mec­ca­ni­smo dell’«ottimizzazione fiscale», oggi sotto accusa anche nella Ue. I tagli alle impo­ste per i più ric­chi, in un mondo dove ormai si è dif­fusa l’intolleranza fiscale (prima dell’era Rea­gan, negli Usa il decile più alto era tas­sato a più dell’80%, per­cen­tuale che oggi sarebbe con­si­de­rata insop­por­ta­bile), hanno con­tri­buito all’esplosione delle ineguaglianze.

Nel mondo indu­stria­liz­zato ci sono paesi più ine­guali di altri. Cile, Tur­chia, Mes­sico, ma anche Usa e Israele sono tra i più ine­guali, men­tre Dani­marca, Nor­ve­gia, Slo­ve­nia e Slo­vac­chia sono quelli dove le dif­fe­renze sono minori, come mette in evi­denza la tabella del rap­porto Ocse che pre­senta il coef­fi­ciente Gini. La Fran­cia è in una posi­zione cri­tica, ormai al 21esimo posto per ine­gua­glianza su 34 paesi: la situa­zione si sta aggra­vando con la crisi, il 10% delle per­sone più ric­che ha regi­strato una cre­scita del red­dito del 2% l’anno (cioè più della media Ocse), men­tre il 10% più povero ha subito un calo dell’1% (un po’ meno della media), gra­zie agli ammor­tiz­za­tori sociali, non ancora del tutto distrutti. Ma, dal punto di vista della con­cen­tra­zione patri­mo­niale, il 10% più ricco con­trolla più della metà del patri­mo­nio delle fami­glie. La pre­si­denza del socia­li­sta Hol­lande non sem­bra aver avuto alcuna influenza su que­sto trend di diseguaglianza.

Quest’ultimo rap­porto Ocse sug­ge­ri­sce agli stati mem­bri di inter­ve­nire, per rein­tro­durre più effi­caci poli­ti­che redi­stri­bu­tive. Siamo di fronte a un caso di schi­zo­fre­nia dell’organizzazione, che in nume­rosi altri rap­porti non fa che sug­ge­rire da anni la libe­ra­liz­za­zione del mer­cato del lavoro e il taglio ai diritti come solu­zione per uscire dalla crisi e com­bat­tere la disoc­cu­pa­zione. È que­sta la ricetta che viene pre­sen­tata come Tina (there is no alter­na­tive) a tutti gli stati della Ue, dall’Italia fino alla Grecia.

La pro­gres­siva distru­zione della classe media, che in gran parte si impo­ve­ri­sce, ha già con­se­guenze poli­ti­che, con l’irruzione della destra popu­li­sta, la cre­scita della paura e l’illusione di una solu­zione nel rifiuto dell’altro.

La classe media, che si assot­ti­glia e perde ter­reno, si sente vit­tima della mon­dia­liz­za­zione e que­sto comin­cia ad avere effetti anche geo­po­li­tici. In Europa, cre­sce l’euroscetticismo e la chiu­sura nazio­na­li­sta.
Per­fino negli Usa si dif­fonde lo scet­ti­ci­smo verso le pro­po­ste di Obama su accordi inter­na­zio­nali di libe­ra­liz­za­zione com­mer­ciale, come il Ttip con la Ue o il Tpp con il Giap­pone e l’area del Pacifico.

LA MINORANZA DEI “PAPERONI”

Pubblicato in L’Angolo Finanziario

Secondo la Oxfam, agenzia internazionale che si batte contro la fame nel mondo, il divario tra ricchi e poveri si sta allargando al punto che entro il 2016 un minuscolo gruppo di miliardari avrà più ricchezze della stragrande maggioranza restante del mondo.
Nel 2009 la percentuale di ricchezza concentrata nelle mani del “top 1%” era del 44% nel 2009, mentre nel 2014 é aumentata al 48% del totale e supererà quota 50% nel 2016. Le 80 persone più ricche del pianeta hanno risorse equivalenti ai 3,5 miliardi di poveri che costituiscono il 50% della popolazione globale. Mentre l’élite possiede in media 2,7 milioni di dollari a testa, il 99% si deve accontentare di 3.851 dollari.

Dai dati rilevati risulta che un quinto dei miliardari del mondo operano nel settore finanziario e delle assicurazioni; lo scorso anno é stato particolarmente positivo per i leader del settore farmaceutico e sanità, la cui ricchezza é aumentata del 47 per cento.

Secondo le Organizzazioni Internazionali la disuguaglianza va combattuta non solo per ragioni etiche, ideologiche o sociali, ma anche per motivi strettamente economici. L’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani infatti soffoca la crescita economica e quindi danneggia le prospettive di ripresa per tutti. Per combattere la disuguaglianza si propone un piano di azione in vari punti che prevedono un giro di vite contro l’evasione fiscale delle imprese, l’imposizione di un salario minimo per tutti i lavoratori, maggiori investimenti in servizi pubblici gratuiti e una riforma fiscale che tassi i capitali e la ricchezza invece del lavoro e dei consumi.
Viene rilevato che è giunta l’ora che i nostri leader sfidino i potenti interessi che ostacolano la transizione a un mondo più giusto ma anche globalmente più ricco. L’aumento della disuguaglianza, infatti, colpisce i poveri due volte: dando loro una fetta sempre più piccola della torta economica e riducendo la crescita e quindi le dimensioni della torta.
Passando ora dai dati globali a quelli del nostro Paese si evidenzia che a partire dal 2008, mentre crollava Lehman Brothers, l’America eleggeva il primo presidente nero, l’ultimo governo di Silvio Berlusconi scivolava via, mentre la Cina cresceva del 60% e Apple diventava la società di maggior valore al mondo, in Italia si consumava un evento storico. In sordina, però, quando tutti erano troppo presi a seguire gli altri eventi, quelli che hanno segnato le prime pagine dei giornali dal 2008 in poi, per accorgersene. Eppure non era invisibile, perché è stato uno spettacolare evento caratterizzato da una parte da una sempre più manifesta sofferenza sociale dei molti e dall’altra di un opulenza dei pochi.

Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese. I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti. Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro. In altri termini i VIP più noti dell nostra economia anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno.
Cinque anni dopo, ovvero nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già avvenuti: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri. Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l’economia italiana balzava all’indietro di circa il 12%. I 18 milioni di italiani al fondo delle classifiche della ricchezza sono scesi invece a 96 miliardi: una scivolata in termini reali (cioè tenuto conto dell’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione) di poco superiore al 20%. Quanto poi a quelli che in base ai patrimoni sono gli ultimi dodici milioni di abitanti, il 20% più povero della popolazione del Paese, lo squilibrio è ancora più marcato: nel 2013 le 10 famiglie più ricche d’Italia hanno risorse patrimoniali sei volte superiori alle loro.
Sono questi i risultati svolti sui patrimoni degli italiani durante gli anni della crisi. L’analisi si basa sui dati pubblicati dalla Banca d’Italia relativi alla ricchezza netta nel Paese e la sua suddivisione fra strati sociali. Per le famiglie con i dieci maggiori patrimoni, una lista che negli anni è cambiata, le informazioni sono tratte dalla classifica annuale dei più ricchi stilata dalla rivista Forbes. Inevitabilmente né l’una né l’altra serie di dati è perfetta, molte informazioni sui patrimoni non sono pubbliche e restano soggette a stime più o meno accurate. Ma le tendenze emergono con prepotenza e raccontano due storie di segno diverso. La prima non è a lieto fine: dal 2008 l’Italia ha subito un colossale abbattimento di ricchezza che si è scaricato con forza verso la parte bassa della scala sociale, mentre al vertice tutto si svolgeva in modo opposto. Lassù il ritmo dell’accumulazione di patrimoni personali accelerava come forse mai negli ultimi decenni. La seconda storia invece fa intravedere un po’ di luce in fondo al tunnel, perché la lista dei super-ricchi è cambiata in modo tale da alimentare qualche speranza sulle capacità del Paese di produrre in futuro più innovazione, lavoro e reddito e meno rendite più o meno parassitarie.

Il punto di partenza di questi anni non è incoraggiante. Calcolata in euro del 2013, la ricchezza netta totale degli italiani crolla di 814 miliardi negli ultimi cinque anni (quelli per i quali sono disponibili i dati, fino appunto al 2013). Sparisce nella voragine della recessione quasi un decimo di patrimonio netto delle persone che vivono in questo Paese. Circa due terzi di questa erosione si spiega con il calo del valore delle case, mentre il resto è dovuto a perdite finanziarie o al ricorso di certe famiglie ai risparmi per sostenere le spese quotidiane. Per la parte della ricchezza in mano ai ceti meno ricchi, si assume che la loro quota nel 2013 sul totale del patrimonio degli italiani sia rimasta invariata rispetto al 2010: è ad allora che risalgono gli ultimi dati disponibili. In realtà questa è una stima ottimistica, perché la tendenza alla diminuzione della quota di patrimonio dei più poveri è evidente dagli anni precedenti. Nel 2000 per esempio il 40% più povero della popolazione residente in Italia, 24 milioni di persone, aveva patrimoni pari al 4,8% della ricchezza netta totale del Paese. Dieci anni dopo quella quota era già scesa al 4,2%.

Anche così, il calo dei patrimoni della “seconda” metà d’Italia, l’Italia meno ricca, è superiore alla media del Paese. Chi è già povero si impoverisce più in fretta. Nel 2013 quei 30 milioni di italiani avevano nel complesso 829 miliardi (mentre gli altri 30 controllavano gli altri 8500). Nel 2008 però quegli stessi 30 milioni di persone avevano (in euro 2013) per l’esattezza 935 miliardi. Dunque la “seconda” metà del Paese durante la Grande Recessione è andata giù dell’11,3% in termini patrimoniali. La prima metà invece, i 30 milioni di italiani più ricchi, è scesa dell’8,2%. Gli uni non solo erano molto più poveri degli altri prima della crisi: si sono impoveriti di più durante. Tutt’altro Paese invece per le prime dieci famiglie. La loro ricchezza netta sale di oltre il 60% in termini reali fra il 2008 e il 2013 e la loro quota sul patrimonio totale degli italiani aumenta. Cambia però anche un altro dettaglio: la loro composizione. I più ricchi del 2013 non sono gli stessi del 2008 o del 2004 e per certi aspetti formano una lista più interessante. Ora nel gruppo si trovano famiglie meno dedite alle rendite di posizione, alla speculazione pura o al rapporto con la politica per fare affari. Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo.

Secondo la graduatoria di Forbes scivolano in basso i capitalisti italiani che basano i loro affari su concessioni pubbliche o investimenti immobiliari e finanziari. Sale in fretta invece il patrimonio di produttori industriali dediti all’export. Succede nell’alimentare, nella moda e lusso, nella farmaceutica e nell’industria ad alto contenuto tecnologico. La diversa qualità del “capitale vincente” è forse un passo avanti di un’Italia sempre più piena di squilibri. È un Paese che si sta liberando di alcuni vizi del suo capitalismo. Se risolverà il problema della povertà, e uscirà dalla crisi, forse l’Italia potrà ritrovarsi con una marcia in più.

Mario De Luca
27 marzo 2015

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