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La questione urbana nella crisi neoliberale

Postato il 10 Maggio 2014 | in Italia, Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Vi segnaliamo questo articolo che focalizza la questione urbana all’interno delle trasformazioni sociali ed economiche del modo di produzione capitalistica

Nota introduttiva al primo incontro del ciclo di seminari La questione urbana nella crisi neoliberale.

Negli ultimi quarant’anni – più o meno a partire dagli anni Settanta – la cosiddetta «questione urbana» è diventata dirimente per l’analisi e la comprensione delle trasformazioni politiche e sociali che caratterizzano il capitalismo contemporaneo. Nel passaggio dal fordismo nordaltlantico al neoliberismo globale, infatti, si è compiuta una sorta di “rivoluzione spaziale” all’interno della quale la dimensione urbana gioca un ruolo decisivo, se pure non esclusivo. Come è stato osservato, il sinecismo radicale che caratterizza l’urbanizzazione progressiva del pianeta non costituisce un fenomeno puramente quantitativo (ad oggi più della metà della popolazione mondiale vive in un agglomerato urbano), ma soprattutto qualitativo [Brenner]. Alla luce di questo mutamento – della cui genesi e differenziazione interna si cercherà di rendere conto in questo ciclo seminariale – s’impone la necessità di scandagliare lo scenario urbano contemporaneo in relazione alle trasformazioni recenti del capitalismo. In particolare, proprio con l’intensificarsi della crisi economica, sembrano venire alla luce importanti nessi strutturali tra i processi di valorizzazione (e quindi di sfruttamento) e la produzione di una spazialità specifica tali che la metropoli può essere definita come «luogo di produzione per eccellenza» [Negri].

Come è stato osservato da più parti, le forme attuali di sviluppo metropolitano sono conformi ad alcune tendenze ricorrenti a diversa latitudine e longitudine. A titolo d’esempio si possono elencare l’aziendalizzazione dei servizi (ad esempio municipalità e trasporti), lo smantellamento dell’investimento pubblico, l’incremento del controllo sociale, la criminalizzazione della povertà, politiche immobiliari speculative. O, più in generale, si può sostenere che si sia progressivamente affermata un’imprenditorialità urbana [Harvey] a gestione mista – pubblica e privata – immersa in un contesto di elevata competizione interurbana per l’allocazione delle risorse. Uno scenario in cui lo spazio cittadino diventa uno degli ambiti privilegiati di valorizzazione capitalistica e in cui svanisce qualsivoglia illusione redistributiva legata alle politiche locali dei servizi [Smith].

In via provvisoria e ipotetica – avviando un ragionamento che si tratterà di tarare di volta in volta rispetto a situazioni specifiche – si può sostenere che il neoliberalismo sia caratterizzato da un «ribaltamento sussuntivo» [Alquati] a scala urbana: una sorta di passaggio – ogni transizione implica ibridazione, piuttosto che sviluppo omogeneo e lineare – dalla sussunzione del lavoro specifico a quella di una generica e trasversale messa a valore di forme di vita al contempo “lavoranti” e “lavorizzate”. Da questo punto di vista, la dimensione urbana non costituisce soltanto la sede di un’organizzazione funzionale della riproduzione sociale (secondo lo schema classico della metropoli fordista), quanto piuttosto la scala specifica di una capitalismo che riproducendosi si autovalorizza. Nel tessuto urbano, infatti, si genera e rigenera in forma perenne un «surprodotto sociale» [Lefebvre] rispetto alla quale la governance metropolitana si configura come un capillare dispositivo di cattura la cui effettività dipende in larga misura anche da un notevole incremento repressivo.

Il nesso tra valorizzazione, (ri)produzione sociale e urbanizzazione diventa particolarmente evidente all’interno della cosiddetta crisi del capitalismo neoliberale. In questo contesto, infatti, una volta venuta meno la finzione redistributiva – la città come gestione istituzionalizzata dell’onere riproduttivo che dipenderebbe semplicemente da un’opzione politica esteriore sulla gestione dei livelli di benessere complessivo raggiunti attraverso lo sfruttamento del mero settore produttivo – lo spazio urbano diventa terreno diretto di accumulazione di ricchezze private a fronte di un peggioramento delle condizioni diffuse di esistenza. Pur tendendo conto di differenze e specificità, dunque, si può sostenere che gli assemblaggi urbani contemporanei siano la sede specifica del venir meno della «successione temporale tra riproduzione e accumulazione» [Federici]. Quest’ultima, infatti, è garantita da una combinazione di complessa di fenomeni e processi produttivi di cui la metropoli costituisce l’integrazione reciproca e immediata [Negri].

Ciò non significa, tuttavia, che lo spazio urbano sia slegato o indipendente dalle interazioni scalari complesse che caratterizzano il capitalismo contemporaneo. Al contrario, proprio la metropoli contemporanea viene costantemente definita e ridefinita da un’interazione di piani le cui materializzazioni progressive e mutevoli dipendo dalla fissazione dei rapporti di forza all’interno del capitalismo. Nella metropoli, infatti, vengono letteralmente “decisi” i livelli di ricchezza prodotta e producibile (ricchezza materiale, simbolica, relazionale e così via) e l’intensità delle forme di accumulazione capitalistica di tale ricchezza. La metropoli dunque, costituisce uno scenario strutturalmente turbolento all’interno del quale le frizioni sociali e i conflitti – pur nelle forme spurie e variabili dal punto di vista dell’intensità – determinano un fattore determinante. In tal senso, e dal punto di vista politico, la metropoli può essere concepita come un mezzo e come un fine dell’agire collettivo: appropriarsene significa provare a incidere sui rapporti di forza su una scala concreta, specifica e situata, ma, in prospettiva allargata, implica la messa in questione dell’assetto economico-politico complessivo.

Nel corso di questo seminario, si cercherà di affrontare alcune questioni specifiche tenendo in conto del quadro generale appena tratteggiato. Su quali segmenti della produzione urbana è possibile incidere in modo efficace in modo da determinare la produzione della città? Quali processi di soggettivazione sono inerenti alla specificità della dimensione urbana e dei suoi livelli conflittuali? Come trasformare il carattere situato delle “lotte metropolitane” in una trasversalità generica e allargata capace di incidere a livello transnazionale? A partire da queste domande – declinate in modo puntuale nel corso dei diversi incontri – si cercherà, un poco alla volta, di costruire una discussione comune in grado di fornire qualche elemento condiviso di “immaginazione politica” all’altezza delle sfide presenti.

tratto da http://www.infoaut.org/index.php/blog/metropoli/item/11642-urbanizzazione-capitalistica-e-crisi

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