Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

I potenti scioperi del proletariato egiziano

Postato il 24 Settembre 2013 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Riceviamo e pubblichiamo

I potenti scioperi del proletariato egiziano

23 settembre 2013

I più radicali movimenti di massa messi in moto dalla crisi economica mondiale del capitalismo esplosa nel 2008 si sono avuti, ad oggi, in Egitto e in Tunisia. La classe lavoratrice in questi paesi si è mobilitata con forti scioperi per i propri obiettivi economici, organizzandosi sindacalmente a tal scopo.

È stata l’azione del proletariato, autonoma sul piano economico anche se non ancora su quello politico, a costringere le locali borghesie a sostituire i loro arnesi politici, Mubarak e Ben Alì, non più adatti a mantenere il controllo sui lavoratori, secondo il classico motto “cambiar tutto per non cambiare niente”.

Ciò conferma la fondamentale tesi marxista che nel capitalismo la sola classe rivoluzionaria è il proletariato. Tesi confermata, a rovescio, dai movimenti di massa per esempio in Turchia e in Brasile, dove i lavoratori non hanno agito per i propri fini, nemmeno economici, non hanno scioperato in modo apprezzabile, sono rimasti mescolati indistintamente in manifestazioni a carattere popolare, cioè interclassista, e di conseguenza i locali regimi borghesi non hanno avuto bisogno di sostituire il proprio personale politico per fingere un cambiamento.

Continuità del regime borghese da Nasser a Mubarak

In Egitto le lotte dei lavoratori sono cresciute a partire dal 2004, col primo di una lunga serie di scioperi, fuori dal controllo del sindacato di regime egiziano, la Federazione Egiziana dei Sindacati (ETUF), dei 24 mila operai, di cui 1/3 donne, della fabbrica tessile Misr Spinning and Weaving Company di Mahalla, il più grande stabilimento tessile del Nord Africa e del Medio Oriente.

La ETUF fu fondata nel 1957, dopo il colpo di Stato del luglio 1952 dei “Liberi Ufficiali” capeggiati da Nasser, che la borghesia appoggiò e la cui ragione di fondo fu creare condizioni più favorevoli all’investimento di capitale. «Non fu una rivoluzione, ma un pacifico e forse concordato passaggio di mano del comando dello Stato» (“Base produttiva e lotte di classe in Egitto”, Il Partito Comunista n.36/1977, 41/1978).

Le masse operaie e contadine saggiarono presto la natura del nuovo regime. Gli operai delle grandi fabbriche di Kafr el Dawwar, scesi in sciopero nell’agosto del 1952 per rivendicazioni salariali al grido di “Viva la rivoluzione dell’esercito”, e i fellah (i contadini poveri) dei dintorni che solidarizzarono con loro furono accolti dall’abbraccio fraterno dell’esercito che ne uccise 8. I dirigenti operai Mustafa Khamis e Mohammed Hassan el Bakari furono processati e giustiziati.

A marzo 1975 lo sciopero degli operai della Misr di Mahalla sfociò in una rivolta durata tre giorni. La polizia uccise 50 lavoratori ma fu costretta ad abbandonare la città e le richieste degli scioperanti furono accolte. Probabilmente a seguito di questa ed altre lotte, nel 1976 fu promulgata la Legge n.35 che rafforzò il controllo dell’ETUF sulla classe lavoratrice.

Nei primi anni dopo il 1952, giovandosi del clima mondiale di forte crescita economica permessa dalle distruzioni della Seconda Guerra mondiale, anche l’economia egiziana crebbe, pur non a ritmi molto elevati, e consentì un ridotto progresso delle condizioni di vita della classe lavoratrice, dovuto, quindi, non alla politica nasseriana, di stampo socialdemocratico, ma a quella determinata fase dell’economia capitalistica mondiale. Già nella seconda parte della presidenza di Nasser, che morì nel 1970, la crescita economica iniziò a rallentare. L’inizio della lunga crisi economica mondiale, nel 1974, bloccò tale progresso e diede inizio a un graduale arretramento.

È l’andamento dell’economia capitalista, che solo il marxismo sa prevedere, a determinare le politiche dei governi borghesi, non viceversa. Ecco perché la maggior parte dei socialdemocratici, che in ogni paese nei primi decenni del secondo dopoguerra avevano sostenuto politiche di estensione dello Stato sociale e, in parte, di nazionalizzazione, con la crisi economica si sono adeguati alla crisi del Capitale, diventando artefici delle cosiddette politiche neoliberiste. Le minoranze della socialdemocrazia rimaste fedeli alla originaria impostazione politica interventista sono peggiori dei loro ex compagni perché fanno credere ai lavoratori che il capitalismo stia da anni peggiorando le loro condizioni per colpa di una particolare politica – il neoliberismo – e non perché non può essere altrimenti dati i suoi immodificabili caratteri.

In Egitto, anche Sadat, successore di Nasser, non fece altro che seguire, giocoforza, le mutate esigenze dell’economia capitalista, inaugurando, nel 1974, la politica che definì della “Porta aperta” (Infitah), ossia volta a rendere più appetibile l’investimento in patria dei capitali privati egiziani ed esteri.

Nel 1981 Sadat fu ucciso in un attentato. Fu allora istituito lo stato d’emergenza durato fino a maggio 2012, e reintrodotto a luglio scorso, in base al quale ogni forma di assembramento è proibita e punibile. Gli successe Mubarak, che nel 1991 siglò col Fondo Monetario Internazionale un Programma Economico di Ristrutturazione e Aggiustamento Strutturale, che spingeva nella medesima direzione, per la semplice ragione che la crisi avanzava. A seguito di questo accordo fu promulgata la Legge 301 che stabilì la privatizzazione di 314 imprese pubbliche.

Nel nostro lavoro “Il fondamentalismo islamico nei paesi del Magreb, una fuorviante prospettiva per il proletariato”, pubblicato su Comunismo n.44 del luglio 1998, nel capitolo sull’Egitto, significativamente intitolato “La polveriera egiziana”, scrivevamo: «Le cifre dell’autosufficienza alimentare sono complessivamente peggiorate (…) Un esempio per tutti il grano: nel 1960 la produzione nazionale copriva il 66% del consumo, nell’87 scende al 22%, per risalire al 45% nel 1991 (…) L’Egitto rimane uno dei primi paesi importatori agricoli mondiali con un enorme deficit commerciale».

Nel 2003 fu approvata la Legge Unificata sul Lavoro che introduceva maggiore flessibilità nell’assunzione della forza lavoro attraverso forme contrattuali a tempo, il precariato, e dava mano libera alle imprese nei licenziamenti. Evidente l’analogia con gli altri paesi, il che dimostra ancora una volta come sia l’economia capitalista a determinare la politica dei partiti borghesi.

Un decennio di crescita impetuosa delle lotte proletarie

Si arriva così al 2004. Dal 1988 al 1993 le statistiche danno una media di 27 scioperi all’anno. Dal 1998 al 2003 la media annuale sale a 118. Nel 2004 si contano 265 agitazioni; 222 nel 2006; 580 nel 2007; 630 nel 2008, 700 nel 2009, 530 nel 2010, 1.400 nel 2011, 1.969 nel 2012 e 2.400, fra manifestazioni e scioperi, nel primo quarto del 2013, in una progressione travolgente!

Nel dicembre 2006 gli operai della Misr di Mahalla entrarono in sciopero a oltranza, determinati come mai prima, e dopo quattro giorni ottennero quanto rivendicato. 6.000 operai della fabbrica abbandonarono L’ETUF che si era opposta apertamente allo sciopero. Il comitato di sciopero costituitosi per la lotta assunse carattere permanente, primo passo di una nuova organizzazione sindacale, e continua ancor oggi ad operare.

La sciopero vittorioso diede l’esempio, si estese alla fabbrica d’auto di Mahalla, all’acciaieria e ai cementifici di Helwan e Tura, a 30.000 operai di una decina di fabbriche tessili del delta del Nilo e di Alessandria, al settore delle costruzioni e dei lavori pubblici, ai campi petroliferi di Suez, ai trasporti, alla metropolitana del Cairo, all’agroalimentare, ai panifici, fino ai servizi sanitari. Scioperi in gran parte fuori dal controllo dell’ETUF e quindi illegali.

I lavoratori di Mahalla, città di circa 400 mila abitanti a 110 chilometri a nord del Cairo, il 6 aprile 2008 sono stati la forza motrice e la guida della rivolta dell’intera città, considerata la prima aperta manifestazione contro Mubarak. Da quella data ha preso il nome un movimento politico, Movimento Giovanile 6 Aprile, per altro estraneo alla classe operaia tanto per gli obiettivi quanto per i componenti. Un militante del movimento, Ayman Abdelmeguid, commentando lo sciopero a oltranza di 4.000 operai delle acciaierie di Suez, durato quasi un mese l’agosto scorso, ha augurato un compromesso fra lo Stato e i lavoratori quale soluzione migliore per l’Egitto – cioè per il capitalismo nazionale – affermando: «Noi qui non stiamo cercando il comunismo ma un capitalismo non predatorio». E l’intervento della polizia contro gli operai delle acciaierie in sciopero, con bastonature e arresto di due organizzatori della lotta, è stato definito da Ayman Abdelmeguid «un errore politico commesso sotto pressione». Dato che ogni qual volta i lavoratori scioperano mettono “sotto pressione” il governo borghese saranno sempre giustificati per simili “errori”!

Il coordinatore generale del Movimento 6 Aprile, Ahmed Maher, 30 anni, ingegnere, ha affermato che «i lavoratori non hanno avuto un ruolo nella rivoluzione, ne erano lontani» (Le Monde Diplomatique, marzo 2011). Sarà invece l’esplosione della lotta proletaria a causare, non la “rivoluzione”, ma l’eliminazione di Mubarak l’11 febbraio 2011.

Nei primi giorni alle oceaniche manifestazioni al Cairo, iniziate il 25 gennaio 2011, i lavoratori partecipano senza un’azione autonoma. Ma già a fine mese uno sciopero ad oltranza inizia alle acciaierie di Suez, si estende agli altri lavoratori della città, poi agli altri centri urbani ed industriali – Mahalla, Port Said, Ismailiyya, Fayyoum, Alessandria, Giza, Helwan, Kafr El-Zaiat, Menoufeia, Ramsis, Opera, Nozha, Maadi, e naturalmente al Cairo – coinvolge ogni categoria e diventa, nei giorni 9, 10 e 11 febbraio, uno sciopero generale spontaneo, che conduce il regime borghese a scaricare Mubarak per evitare danni più gravi.

Messo da parte il Rais le manifestazioni popolari rifluiscono, ma gli scioperi proseguono con intensità anche maggiore. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), organo dirigente della vera macchina di dominio della borghesia egiziana, l’esercito, che per alcuni mesi ha amministrato direttamente il potere, ha avuto quale prima preoccupazione quella di intimare ai lavoratori di sospendere gli scioperi. Ma gli appelli sono caduti nel vuoto e i mesi di febbraio e marzo hanno registrato il massimo di scioperi fino ad allora raggiunto, coinvolgendo ogni categoria: tessili, metallurgici, navalmeccanici, alimentaristi, chimici, braccianti, minatori, elettromeccanici, insegnanti, ferrovieri, tranvieri, telefonici, aeroportuali, portuali, ospedalieri, bancari, impiegati pubblici.

La formazione delle nuove organizzazioni sindacali

Nel fuoco di queste lotte sono state costituiti dai lavoratori centinaia di nuovi organismi sindacali, che si sono definiti “indipendenti”, ossia al di fuori dell’ETUF e del regime borghese di cui è strumento. Questa è stata la più importante conquista dei proletari egiziani: «Il vero risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più» (Manifesto del Partito Comunista, 1848).

Sorti per organizzare gli scioperi, come nella storia del movimento operaio di tutti i paesi, questi organismi si sono poi dati carattere permanente. Hanno una struttura o limitata al singolo stabilimento, oppure a più fabbriche e luoghi di lavoro della stessa azienda o della stessa categoria produttiva; in settori quali le poste, le ferrovie, gli insegnanti, ad esempio, la formazione di una organizzazione nazionale è favorita rispetto alle singole fabbriche. Raggiunta una certa forza i lavoratori travolgono le divisioni fra aziende e categorie, specchio della struttura produttiva capitalista, per organizzarsi in strutture territoriali, come è stato nel caso del Consiglio dei Lavoratori di Sadat City, della Federazione Regionale dei Sindacati di Suez e del Congresso Permanente dei Lavoratori di Alessandria.

Questi organismi sindacali per raccogliere le quote di adesione devono ricorrere al lavoro dei loro militanti, come in Italia si faceva coi cosiddetti “collettori” prima dell’introduzione del deleterio strumento della delega, “diritto” in Egitto riservato alla sola ETUF. La riscossione diretta delle quote mensili è evidentemente meno “automatica”, ma evita di fornire la lista degli iscritti all’azienda, di far passare dalle sue casse i soldi del sindacato, oltre a mantenere un rapporto continuo e diretto fra sindacato e lavoratore. È quindi un metodo obbligato per un combattivo sindacato di classe.

Queste organizzazioni nate nell’ondata di scioperi dal febbraio 2011, erano state precedute, oltre che dalla formazione del comitato di sciopero sopra citato alla Misr di Mahalla, che agiva in forma non ufficiale, dalla costituzione, nel dicembre 2008, della Unione Generale dei Lavoratori dell’Autorità Statale delle Imposte (IGURETA), a seguito di una loro mobilitazione. Questa iniziò nel dicembre 2007 e, culminata, dopo 11 giorni di sciopero, nella occupazione, con circa 8.000 manifestanti, della strada a fronte dell’Ufficio Centrale del Dipartimento al Cairo, si concluse con la concessione di un aumento di ben il 325% degli stipendi. Almeno 30.000 lavoratori aderirono a questo nuovo sindacato, riconosciuto ufficialmente dal ministero del lavoro nell’aprile 2009.

Sul finire del 2010 sono nati altri due organi sindacali fuori dall’ETFU, fra i tecnici ospedalieri e gli insegnanti, che sono riusciti a rafforzarsi e a mobilitare i lavoratori successivamente alla destituzione di Mubarak.

Il 30 gennaio 2011, durante le giornate di mobilitazione delle masse, i dirigenti di questi tre organismi sindacali e quelli della neonata Unione dei Pensionati hanno costituito una nuova struttura confederale, la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU), a cui in seguito hanno aderito parte dei nuovi organismi di lotta nati su base aziendale o territoriale.

A luglio 2011 sono sorti dei contrasti, per ragioni non chiare, all’interno dell’EFITU che hanno condotto il 14 ottobre a una scissione e alla formazione del Congresso del Lavoro Democratico Egiziano (EDLC).

A fine ottobre 2011 l’EFITU dichiarava di organizzare 70 sindacati nei seguenti settori: trasporto, 15, enti locali e servizi sociali, 10, petrolio e gas, 8, manifattura, 7, produzione di alimenti e distribuzione, 8, agricoltura e pesca, 4, turismo, 4, poste e telecomunicazioni, 2, costruzioni, 2, educazione, 2, media, 1, banche, 1, sanità, 1, commercio, 1, elettricità e acqua, 1, pensionati, 1, operai giornalieri, 1. I sindacati federati hanno dimensioni diverse che vanno da qualche centinaio di iscritti a strutture nazionali consolidate come l’IGURETA che dichiara 54.000 membri o il Sindacato Indipendente degli Insegnanti della Scuola con 40.000 iscritti a maggio 2011.

Ma gli scioperi continuano

«Il Consiglio Supremo delle Forze Armate non permetterà la continuazione di tali atti illegali [gli scioperi] che costituiscono un pericolo per la nazione e vi si opporrà prendendo misure legali per proteggere la sicurezza della nazione». Né questo ammonimento del 18 febbraio, né altri successivi, né la propaganda martellante imbastita dal regime, dai partiti e dai giornali borghesi per “difendere la rivoluzione”, per “tornare alla normalità” e per la “costruzione del nuovo Egitto”, hanno fermato gli scioperi.

Lo SCAF e i governi che si sono succeduti, prima provvisorio poi dei Fratelli Musulmani, questo consacrato dalla turlupinatura delle elezioni democratiche, hanno tradotto in pratica i minacciati atti repressivi, dimostrando con decine di morti e centinaia di arresti la continuità del regime al di sopra dei suoi contingenti rappresentanti, dietro ai quali si nascondere il reale detentore del potere, la borghesia e la sua macchina di dominio, il suo Stato di classe.

A luglio 2011 lo sciopero a oltranza, durato oltre venti giorni, degli operai delle sette grandi compagnie che operano sotto l’Autorità del Canale di Suez (ACS), si è esteso alle vicine città di Ismailiyya e Port Said. È questa una regione con la maggiore combattività operaia, come indicano la formazione della Federazione Regionale dei Sindacati di Suez, l’alta adesione allo sciopero degli insegnanti (95%) e la rivolta di Port Said dell’anno successivo.

Dopo i picchi di febbraio e marzo, le agitazioni hanno avuto una nuova impennata nell’autunno, con lo sciopero a oltranza nei trasporti pubblici del Cairo, durato oltre due settimane, e quelli coordinati a livello nazionale nei settori della raffinazione dello zucchero, della scuola e delle poste.

Lo sciopero nella scuola, il 17 settembre, il primo nella categoria dal 1951, ha coinvolto almeno 250.000 insegnanti.

Come abbiamo visto, dopo il 2011, che aveva registrato il più alto numero di scioperi nella storia della borghese repubblica egiziana, le lotte sono molto cresciute ancora nel 2012 e nel 2013.

Non le ha fermate la repressione borghese. Ma nemmeno i tentativi volti a distrarre i lavoratori dai loro obiettivi di classe e coinvolgerli nella politica parlamentare: deposizione di Mubarak, cambio di ben cinque governi (Ahmed Shafik, 31 gennaio 2011 – 3 marzo; Essam Sharaf, 3 marzo – 21 novembre; Kamal al-Ganzouri, 7 dicembre – 24 luglio 2012; Hisham Qandil, 2 agosto – 3 luglio 2013; Hazem al-Biblawi, dal 9 luglio), due referendum costituzionali (19 marzo 2011 e 15 dicembre 2012), elezioni parlamentari (novembre-dicembre 2011), con la vittoria dei Fratelli Musulmani, e quelle presidenziali (maggio 2012) vinte da Morsi, infine deposto dal colpo di Stato del 3 luglio scorso.

A Port Said – città strategica, sul canale di Suez e con le più grandi caserme, quartier generali e campi di addestramento dell’esercito – a gennaio-febbraio 2013 è scoppiata una rivolta a seguito della condanna all’impiccagione di 21 tifosi della squadra di calcio cittadina, accusati d’aver preso parte ai disordini durante una partita svoltasi un anno prima e che avevano provocato 74 morti. La rivolta è culminata in diversi giorni di sciopero generale. Negli scontri, in cui oltre 60 sono rimasti uccisi, sono stati dati alle fiamme commissariati ed è stato tentato un assalto alla prigione per liberare i condannati. La polizia ha infine abbandonato la città, lasciandola in mano ai manifestanti, che hanno organizzato delle squadre di sicurezza. L’esercito è però rimasto in città, controllando i manifestanti a distanza e presidiando i punti strategici senza venire allo scontro, per volontà, evidentemente, di entrambe le parti, e aspettando che la rabbia si stemperasse da sola.

Il regime borghese si sforza di conservare la fiducia della popolazione nell’esercito, mostrato come l’unica istituzione dalla parte del popolo. A tal scopo incarica delle azioni repressive soprattutto la polizia. Altro suo strumento sono le milizie dei partiti islamici, come fece la borghesia italiana col fascismo, alimentando la falsa contrapposizione fra democrazia, che sarebbe difesa dall’esercito, e gli islamisti, come in Italia si opposero fascismo e antifascismo, in realtà due facce della stessa medaglia: la Dittatura Borghese.

La fiducia nell’esercito – che ha origine dal colpo di Stato nazionalista, antimonarchico ed antibritannico dei “Liberi Ufficiali” capeggiati da Nasser nel 1952 – è però certamente meno salda nella classe lavoratrice che nelle altre classi e strati della popolazione, perché la forza del movimento è tale da richiedere il suo intervento repressivo, come nello sciopero a oltranza dei tranvieri della Compagnia Autobus del Delta del febbraio 2012, quando l’esercito ha organizzato il crumiraggio coi suoi mezzi e uomini, o nel recente sciopero alla Misr di Mahalla del 26 agosto scorso, con un carro armato entrato nella fabbrica a riportare l’ordine.

È debole l’influenza nella classe operaia dei Fratelli Musulmani, e nulla nella sua avanguardia organizzata sindacalmente. Hanno la loro base sociale in alcune categorie delle libere professioni e nei tanti diseredati che sopravvivono con la pelosa beneficenza degli enti assistenziali islamici, sempre gonfi di denaro, a cui volentieri lo Stato si appoggia, anche quando colpisce il movimento, per non farlo tracimare dalla posizione e dal ruolo che volta volta ritiene utile affidargli. Sono questi diseredati la massa di manovra portata in piazza dai Fratelli Musulmani dopo il colpo di stato del 3 luglio e massacrati dall’esercito.

Ostacoli alla formazione di un sindacato di classe

È in questa esplosiva situazione sociale, nella crescita degli scioperi e delle nuove organizzazioni sindacali di classe, che risiedono le cause che hanno spinto la borghesia egiziana – oltre e più che per lo scontro fra le sue fazioni interne – a tanti cambiamenti di governo, da ultimo ritenendo di non potersi più affidare ai Fratelli Musulmani per il controllo dei lavoratori.

La classe operaia organizzata è la sola che può dirigere e disciplinare le immense energie che si sprigionano dal sisma sociale provocato dalle contraddizioni ineliminabili del capitalismo, che affiorano in tutta la loro violenza nelle fasi storiche di crisi generale di sovrapproduzione.

L’’organo dirigente della borghesia, il suo Stato, ha la chiara consapevolezza che è il proletariato il suo vero nemico. E agisce di conseguenza. Da un lato col bastone della repressione, dall’altro corrompendo le organizzazioni sindacali dei lavoratori per inglobarle nel suo regime.

L’’azione di assoggettamento delle organizzazioni economiche del proletariato è caratteristica dei regimi capitalisti nell’epoca dell’imperialismo. Per i lavoratori si apre una doppia possibilità: o la riconquista dell’organizzazione sindacale di regime, o la ricostruzione del sindacato di classe fuori e contro le strutture sindacali passate in mano alla borghesia. Che prevalga l’una o l’altra dipende da diversi fattori inerenti la storia delle diverse organizzazioni. In Italia, ad esempio, dopo trent’anni di lotta dei nostri compagni all’interno della CGIL ricostituita dall’alto, a fine anni ’70 il nostro partito ha considerata chiusa ogni possibilità di riconquista, indicando da allora la necessità della ricostruzione, fuori e contro i sindacati di regime, del Sindacato di Classe e lavorando a tal scopo nei nuovi organismi sindacali cosiddetti di base.

In Egitto osserviamo che i lavoratori per lottare non hanno potuto utilizzare il sindacato di regime locale, l’EFTU, e si sono organizzati fuori e contro di esso. In Tunisia, invece, almeno per ora, il movimento dei lavoratori, guidato da quello dei disoccupati, ha utilizzato le strutture dell’UGTT.

Ogni organizzazione sindacale, anche quelle rinate fuori dai sindacati di regime, è minacciata dal tentativo di assoggettamento da parte della borghesia. Il percorso della organizzazione sindacale non si svolge nel vuoto, è grandemente influenzato dai partiti che ne detengono la direzione. Difficile alla lunga resistere col solo sano istinto operaio alle forze che gli si contrappongono, per questo il proletariato ha bisogno dell’organo politico della classe lavoratrice, il Partito Rivoluzionario. Ogni sindacato o viene conquistato all’indirizzo del Partito Comunista o, prima o dopo, cadrà nelle mani della classe dominante.

E anche in Egitto si sono già manifestati i pericoli che minacciano la formazione di un autentico sindacato di classe.

Da un lato lo strato di organismi sindacali nato dall’attuale ondata di scioperi è ancora debole perché non è riuscito a darsi una reale struttura nazionale. La maggior parte dei neonati sindacati indipendenti agisce nell’ambito della singola azienda e i tentativi di organizzare scioperi generali da parte dell’EFITU non sono andati a buon fine.

Dall’altro, l’EFITU, per l’assenza del partito di classe, è esposta all’abbraccio mortale del regime borghese attraverso l’azione dell’opportunismo sindacale che opera al suo interno fin dalla sua costituzione.

Per esempio, Kamal Abu ‘Ayta è stato fondatore e capo dell’IGURETA, il sindacato dei funzionari per la riscossione delle imposte, e fra i promotori della fondazione dell’EFITU, di cui l’IGURETA, fra le organizzazioni federate, è una delle più consistenti. A gennaio 2012 Abua ‘Ayta è stato nominato presidente dell’EFITU. Ma è stato anche eletto deputato nelle liste della Karama Party, un partito nasseriano. Dovrebbe far riflettere che l’EFTU, il sindacato di regime fuori e contro il quale è nata l’EFITU, fu una creazione di Nasser. Evidentemente non è questa la contraddizione che preoccupa Abu ‘Ayta: alle elezioni di novembre-dicembre 2011, con le quali si è guadagnato il posto da deputato, il Karama Party ha partecipato alla coalizione denominata Alleanza Democratica capeggiata dai Fratelli Musulmani.

Dopo il colpo di Stato del 3 luglio e le dimostrazioni dei Fratelli Musulmani, l’esercito ha lanciato un appello per una manifestazione il 26 luglio “contro il Terrorismo”, per cercare di coinvolgere la classe lavoratrice nella contrapposizione fra democrazia ed islamisti. Le due confederazioni sindacali nemiche, l’EFTU e l’EFITU, hanno dato entrambe la loro adesione. Il gruppo dirigente dell’EFITU, positivamente, si è diviso, con la maggioranza, guidata da Abu ‘Aita, pronto a combattere i suoi ex-compagni di cartello elettorale, appoggiandosi all’esercito, e una consistente minoranza, attorno a un documento redatto da Fatma Ramadan, che ha rigettato l’appello indicando nello SCAF, al pari dei Fratelli Musulmani, il nemico dei lavoratori.

Questa divisione è stata approfondita dalla decisione di Kamal Abu ‘Ayta di accettare la carica di Ministro del Lavoro offertagli dal nuovo governo provvisorio di Hazem al-Biblawi, insediatosi il 9 luglio. Divenuto ministro Abu ‘Ayta ha dichiarato: «I lavoratori, che sono stati campioni dello sciopero sotto il precedente regime, devono ora diventare i campioni della produzione».

Sia la minoranza dell’EFITU capeggiata da Fatma Ramadan sia il Congresso Permanente dei Lavoratori di Alessandria hanno senza tentennamenti stigmatizzato questa dichiarazione di Abu ‘Aita favorevole ad una tregua negli scioperi.

tratto da – Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale

http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti361.htm

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