Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Anschluss. L’annessione della DDR e il futuro dell’Europa

Postato il 12 Novembre 2013 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

http://www.marx21.it/internazionale/europa/22913-anschluss-lannessione-lunificazione-della-germania-e-il-futuro-delleuropa.html

“Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”

9 Ottobre 2013

di Vladimiro GiacchéAnticipazione da
Vladimiro Giacché, Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur editore, 2013, pp. 304, in libreria dal 9 ottobre.(riproduciamo per gentile concessione dell’editore le pp. 149-157 del testo)Guai ai vinti: la criminalizzazione della RDT
La liquidazione pratica della RDT procedette in maniera parallela alla sua demonizzazione ideologica. Il documento forse più significativo della criminalizzazione della RDT è rappresentato dal discorso tenuto il primo luglio 1991 dal ministro della giustizia Klaus Kinkel, già presidente dal 1979 dal 1982 del servizio segreto della RFT (il Bundesnachrichtendienst, BND), al primo forum del ministero federale della giustizia. Eccone un passo: “Per quanto riguarda la cosiddetta RDT e il suo governo, non si trattava neppure di uno Stato indipendente. Questa cosiddetta RDT non è mai stata riconosciuta dal punto di vista del diritto internazionale. Esisteva una Germania unica (einheitlich), una parte della quale era occupata da una banda di criminali. Tuttavia non era possibile, per determinate ragioni, procedere penalmente contro questi criminali, ma questo non cambia di una virgola il fatto che c’era un’unica Germania, che ovviamente in essa vigeva un unico diritto e che esso attendeva di poter essere applicato ai criminali”.

La mostruosità storica e giuridica di questo passo meriterebbe un commento approfondito. Basterà, di passaggio, ricordare che la RDT era uno Stato riconosciuto non soltanto dall’ONU e da numerosissimi altri Stati, ma di fatto anche dalla stessa RFT, sin dal Trattato sui principi del 1972. E che il capo della “banda di criminali” di cui parla Kinkel era stato in visita di Stato nella Repubblica Federale non più tardi che nel 1987, quando era stato ricevuto con tutti gli onori da Helmut Kohl. Fu del resto lo stesso Günter Gaus, che ricoprì per anni l’incarico di responsabile della rappresentanza permanente della RFT nella Repubblica Democratica Tedesca, a dichiarare: “è insensato fare come se la RDT fosse una provincia che si era separata dalla Repubblica Federale. C’erano due Stati tedeschi, tra loro indipendenti, riconosciuti da tutto il mondo”. (…)
Questa sconcertante dichiarazione di Kinkel non sfuggì a Honecker, il quale negli appunti stesi in carcere e pubblicati postumi ne evidenziò la logica conseguenza: “la criminalizzazione dello Stato che fu la Repubblica Democratica conduce ad un vero bando sociale della massa dei cittadini della RDT. Chi ha partecipato alla costruzione di questo ‘Stato di non-diritto’ (Unrechtsstaat) sarà ‘legittimamente’ cacciato dal suo posto. Operaio, contadino, insegnante o artista, dovrà prendere atto del fatto che la sua espulsione dall’amministrazione, dall’insegnamento, dal teatro o dal laboratorio è ‘legale’”. Come vedremo, questa previsione a tinte fosche non si rivelerà troppo lontana dal vero.
Ma Kinkel fece un ulteriore grave passo pochi mesi dopo. Nel suo discorso di saluto al 15° congresso dei giudici tedeschi, il 23 settembre dello stesso anno, affermò testualmente: “conto sulla giustizia tedesca. Si deve riuscire a delegittimare il sistema della SED”.
In questa esortazione è evidente la clamorosa violazione dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo (ossia uno dei fondamenti dello stato di diritto), e assieme la teorizzazione esplicita di un utilizzo politico della giustizia: in questo modo di fatto Kinkel si rende colpevole proprio di quello di cui accusava la RDT. L’osservazione che Honecker in carcere fa con riferimento al procedimento che lo riguarda può quindi essere in qualche modo generalizzata: “con questo processo viene fatto quello che si rimprovera a noi. Ci si sbarazza dell’avversario politico utilizzando gli strumenti del diritto penale, ma ovviamente secondo i principi dello Stato di diritto”.
La giustizia del vincitore: i processi politici
A questa esortazione di Kinkel, purtroppo, una parte della giustizia federale rispose positivamente, anziché rispedirla al mittente. Nel corso degli anni furono aperti procedimenti penali nei confronti di circa 105 mila cittadini della RDT, in genere finiti nel nulla (ma che spesso ebbero un effetto devastante sulla carriera e sull’esistenza stessa degli interessati). In effetti, finirono sotto processo “soltanto” 1.332 persone (127 delle quali furono coinvolte in più di un processo). Risultarono condannate a pene variabili 759 persone (48 delle quali a pene detentive), si ebbero 293 assoluzioni e 364 processi furono interrotti per morte dell’imputato o per altri motivi.
Questo poté avvenire in forza di una sostanziale violazione del Trattato sull’unificazione e di ulteriori forzature della legge. In realtà fu adoperato surrettiziamente il diritto della RFT per giudicare l’operato di persone che avevano agito in ottemperanza alle leggi della RDT (in particolare guardie di confine, giudici e alti esponenti politici). Furono aperti ex novo procedimenti (mentre in base al Trattato la RFT avrebbe dovuto proseguire e portare a termine soltanto procedimenti già iniziati prima del 3 ottobre 1990). Per poter coinvolgere anche i più alti esponenti politici nei processi si inventò un presunto “ordine di sparare” a chi provasse a violare la frontiera impartito dagli alti comandi (mentre i soldati si limitavano a seguire le procedure – analoghe a quelle in uso nell’esercito della RFT – previste in caso di oltrepassamento illegale del confine o di ingresso non autorizzato in una zona militare, come del resto ammise in una sentenza del 1996 anche la Corte costituzionale federale). (…)
Il parlamento emanò tre successive leggi per prolungare i termini della prescrizione, e alla fine si giunse a considerare i quasi 41 anni della RDT come periodo di sospensione del decorso della prescrizione! Anche se in questo caso l’effetto pratico fu trascurabile (i procedimenti che si poterono effettivamente aprire e portare a termine in questo modo furono pochissimi), l’effetto mediatico e l’obiettivo di porre sul banco degli accusati l’intera storia della RDT fu conseguito.
Si trattò di fatto di processi esemplari, e più precisamente di “processi di rappresentanza”, in cui il procedimento penale era finalizzato a “delegittimare” postumamente, proprio come aveva richiesto Kinkel, la Repubblica Democratica Tedesca. Per quanto numerosi e gravi siano le responsabilità di Honecker nei suoi quasi 20 anni alla guida della RDT (in particolare l’assoluta sordità nei confronti della domanda di democratizzazione che veniva dalla società e l’ostinato rifiuto di cambiare rotta nella politica economica), è difficile non riconoscere delle ragioni nella sua denuncia del carattere politico del processo cui era sottoposto: “ci sono soltanto due possibilità: o i signori politici della RFT hanno consapevolmente, liberamente e addirittura volentieri cercato di avere rapporti con un assassino, o essi adesso consentono che un innocente sia accusato di omicidio. Nessuna di queste due alternative va a loro onore. Ma non ne esiste una terza… Il vero obiettivo politico di questo processo è l’intenzione di screditare la RDT e con essa il socialismo. Evidentemente, la sconfitta della RDT e del socialismo in Germania e in Europa per loro non è sufficiente… La vittoria dell’economia di mercato (come oggi si usa eufemisticamente definire il capitalismo) deve essere totale e totale deve essere la sconfitta del socialismo. Si vuole, come Hitler un tempo ebbe a dire davanti a Stalingrado, ‘che questo nemico non si riprenda mai più’. I capitalisti tedeschi hanno sempre avuto la tendenza alla totalità”.
In effetti in qualche caso questa “tendenza alla totalità”, questa furia liquidatoria nei confronti della RDT è giunta sino al punto di sconfinare nella adesione e giustificazione di quello che in Germania c’era prima della RDT stessa.
Quando Honecker nel 1992 fu estradato dalla Russia di Eltsin (a tal fine i medici russi produssero un certificato falso, che nascondeva la gravità del cancro al fegato di cui Honecker soffriva), venne rinchiuso in Germania nel carcere di Moabit, lo stesso in cui lo avevano rinchiuso i nazisti, per attività sovversiva nel Terzo Reich (durante il nazismo Honecker scontò 10 anni di carcere). E chi predispose l’atto di accusa pensò bene di riprendere letteralmente, senza modificarli in alcun modo, stralci dell’atto di accusa formulato a suo tempo dalla Gestapo. Cosicché nel curriculum vitae di Honecker allegato agli atti del processo si trovano queste frasi: “l’attività svolta [da Honecker] per l’organizzazione giovanile del partito comunista era illegale. Pertanto egli fu arrestato a Berlino il 4 dicembre 1935, per sospetta preparazione di attività di alto tradimento”.
Quando l’ex capo delle forze armate della RDT, Heinz Kessler, fu portato davanti a un tribunale tedesco federale – con l’accusa, anche nel suo caso, di aver dato l’“ordine di sparare” alla frontiera – non mancarono commenti sarcastici sul fatto che questo generale tedesco aveva disertato l’esercito tedesco; e in effetti lo aveva fatto: nel 1941, quando aveva abbandonato l’esercito di Hitler per unirsi all’armata rossa.
Ma il caso più estremo riguarda Erich Mielke, l’ex capo del potentissimo ministero per la sicurezza dello Stato (meglio noto come Stasi) – in definitiva colui che nella RDT ricopriva lo stesso incarico che nella RFT aveva ricoperto Kinkel. Per Mielke non si trovò di meglio che condannarlo per l’omicidio di due poliziotti nel 1931. In questo caso si riprese il fascicolo processuale aperto sotto il nazismo, che aveva portato nel 1935 alla decapitazione in carcere di un altro comunista, Max Matern. A Mielke negli anni Novanta andò meglio: fu condannato a 6 anni, ma fu scarcerato nel 1995 per motivi di salute (aveva 88 anni), dopo aver passato in carcere complessivamente 5 anni.
Gerhard Schürer, l’ex capo della pianificazione della RDT, nelle sue memorie scrive: “è per me incomprensibile che il massacro di 15 donne e bambini italiani [la strage di Caiazzo, N.d.A.] da parte del criminale di guerra Lehnigk-Emden durante la seconda guerra mondiale in base al diritto tedesco sia un reato prescritto, mentre l’atto di un giovane comunista, che – anche nel caso in cui egli l’abbia davvero commesso – deve essere spiegato con la situazione dell’epoca, prossima alla guerra civile, ancora dopo 64 anni viene perseguito e la pena implacabilmente comminata”.

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www.resistenze.org – popoli resistenti – germania – 13-07-10 – n. 327

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 

La borghesia tedesca in crisi scatena un’altra campagna anticomunista e contro la RDT

10/07/2010

I liberali del FPD [Partito Liberal Democratico] spingono per un’indagine sulle reti del servizio di sicurezza antifascista della RDT-DDR, che seppe far fronte all’aggressivo imperialismo occidentale fino al 1989, dentro il parlamento della Germania borghese RFT dal 1949 al 1990.

Con l’economia in crisi, un aumento della disoccupazione, una crisi politica derivante dalla complicità tedesca nella guerra coloniale in Afghanistan, la borghesia cerca di deviare l’attenzione delle masse, coltivare senza ritegno l’anticomunismo e combattere la crescente simpatia popolare verso la RDT socialista e verso il socialismo in generale. Lo stato esige dalla molto socialdemocratizzata Die Linke che continui a rinculare rinunciando completamente alla RDT e ad ogni idea socialista. Bassezza, revanscismo, filo-nazismo e caccia alle streghe sono gli elementi principali della Germania imperialista attuale.

Secondo una recente inchiesta pubblicata da Der Spiegel, il 57% dei cittadini dell’Est è disposto a difendere pubblicamente la RDT, il 49% crede che si vivesse bene e l’8% che si viveva meglio nella RDT che sotto il regime borghese. La maggioranza dei giovani crede che la RDT difendesse meglio l’ecosistema rispetto all’Ovest capitalista.

Vedere nota in: http://www.lefigaro.fr/international/2009/06/30/01003-20090630ARTFIG00340-ces-allemands-nostalgiques-du-paradis-perdu-de-rda-.php


www.resistenze.org – popoli resistenti – germania – 10-10-10 – n. 335

da Avante, organo del PCP- www.avante.pt/pt/1923/opiniao/110735/
Traduzione dal portoghese per 
www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Assalto all’Est
 
di Rui Paz
 
ottobre 2010
 
Il capitale monopolista ed i suoi servi hanno celebrato lo scorso 3 ottobre il 20° anniversario della liquidazione del primo Stato socialista tedesco e la restaurazione del capitalismo nella ex DDR. La distruzione della struttura economica socialista e il saccheggio della ricchezza appartenente a tutto il popolo della Repubblica Democratica Tedesca, vengono solitamente presentati, da parte di una oligarchia finanziaria sfruttatrice e parassitaria, in possesso di fortune colossali, proprietaria di banche e grandi imprese e gruppi economici, come una “rivoluzione”.
 
Ma le celebrazioni del 2010 sono state turbate dalla rivelazione dei documenti della “Corte dei Conti Federale”, inaccessibili fino ad ora, i quali dimostrano che il declino dell’economia tedesco-orientale, a partire dal 1990, non è da imputare al socialismo, come il capitale ha costantemente propagandato per due decenni, ma all’assalto al settore bancario dello Stato da parte delle banche occidentali. Deutsche Bank e Dresdner Bank sono stati le principali beneficiarie di tale atto di rapina.
 
Questi 20 anni di ‘”unificazione” che i banchieri, i multi-milionari e la classe politica servitrice del capitalismo celebrano, si sono trasformati per una parte importante dei lavoratori e del popolo tedesco in un calvario di disoccupazione e povertà, di liquidazione dei diritti sociali e lavorativi, di regressione antidemocratica e assenza di speranza per una vita migliore. La fine del socialismo nella RDT e la restaurazione capitalista hanno trascinato tutta la Germania in una situazione per cui il potere non eletto e incontrollabile del grande capitale prevale sulla volontà politica generale. Le banche e i monopoli privati, come Siemens, Allianz o Mercedes, senza alcuna legittimazione democratica decidono il destino di milioni di famiglie.
 
Nel 2003, la percentuale della popolazione che viveva al di sotto della soglia di povertà, nella parte occidentale era del 13%, in quella orientale era salita al 17,7%. Mentre nelle fabbriche occidentali solo il 70% dei lavoratori ha ancora un contratto di lavoro a tempo indeterminato (impensabile fino al 1990), ad oriente la situazione è ancora più drammatica con il 45,5% diviso tra lavoro precario e lavoro nero. È giunto il tempo di rivelare che dietro la cosiddetta “unificazione” della Germania si nasconde un attacco reale ai beni e alla ricchezza della ex DDR e un processo di regresso sociale senza precedenti nella storia d’Europa dal 1945.
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http://en.rian.ru/valdai_op/20101004/160819255.htmlRussian Information Agency Novosti
October 6, 2010The German issue todayAlexei Fenenko 

This fall marks 20 years since the reunification of Germany. On 12 September 1990 the Moscow Treaty was signed, apparently bringing the curtain down on the German question. On 3 October 1990, on the basis of the Moscow Treaty, the Cold War’s Eastern and Western Germany were reunified. Now, two decades later, it is time to consider whether the Moscow Treaty really did settle the “German question”.After the fall of the Berlin Wall (November 1989) there were two alternative possibilities for the reunification of Eastern and Western Germany. The first was the “2+4” formula. Under it, the FRG and the GDR would independently create a new unified whole, later to be joined by “the victorious powers” (the USSR, the U.S., Great Britain and France). The alternative was a “4+2″ formula, according to which the four “victorious powers” were to jointly decide on how Germany was to be unified. Britain and France favored the latter. The U.S. took a neutral position to avoid possible conflict both with Germany and one of its key allies – Britain. The situation changed, however, when the USSR became involved. At a meeting with Chancellor Helmut Kohl in Zheleznovodsk (July 1990) Michael Gorbachev backed the “2+4” formula. The George Bush senior’s administration in turn supported him, and France and Britain fell in line behind the two global superpowers.

Thus the Moscow Treaty was born of compromise. It was signed by two German states (Eastern and Western Germany) and the four “victorious powers.” The document stipulated the conditions for Germany’s reunification according to the “2+4” formula alongside a guarantee of its future peaceful development. It also repealed “the victorious powers’” rights to German territory. Germany pledged to keep within restrictions on conventional armed forces, not to create weapons of mass destruction (WMD) and to refrain from acts of aggression against other states. Particular emphasis was placed on the new Germany’s final borders and neighboring countries.

Despite all the efforts taken, the Moscow Treaty did not manage to settle the German question. Moreover, for a number of reasons it may yet prove a flashpoint in relations on the continent.

Firstly, the Moscow Treaty is not technically a peace treaty. In law “the victorious powers” as yet have no peace treaty with Germany. The parties’ obligations under the Moscow Treaty are preliminary in character.

Secondly, the Moscow Treaty retained the restrictions on German sovereignty. It restored Germany’s full legal identity and repealed “the victorious powers’” rights to German territory. But the limitations on German sovereignty imposed by the Bonn treaty (1952) remain in force. Germany is still forbidden to hold referendums on military affairs, to demand the withdrawal of Allied troops before signing a peace treaty, to make foreign policy decisions without the approval of the victorious powers, and to pursue a number of developments within their armed forces, in particular, Germany is banned from creating weapons of mass destruction (WMD).

Thirdly, Berlin created a succession of precedents for an expanded interpretation of the Moscow Treaty. For example, during Operation Desert Storm (1991) Germany backed the anti-Iraq coalition. Twenty years later, German soldiers maintained a presence in Bosnia, Kosovo, Macedonia and Afghanistan.

Fourth, there are some misgivings about German nuclear issues. Germany participates in the NPT as a non-nuclear state. Yet at the same time Berlin has a complete nuclear fuel cycle. Hence, it could produce nuclear weapons. Indeed, such a move would only require a political decision. Two of Germany’s ex-Ministers of Defense – Rupert Scholz and Rudolf Scharping – pointed out that, in certain circumstances, this could in fact be possible. Besides, Germany has ambitions to become a permanent member of the UN Security Council, which will give it legal nuclear status. Thus, the five permanent UN Security Council members will be five legitimate nuclear powers.

Other states are still concerned about Germany’s future. In 1991, despite the positions taken by Britain and France, Berlin recognized the independence of Slovenia and Croatia. Moreover, it even threatened to withdraw from the European Community. Then Paris and London persuaded Bill Clinton’s U.S. administration to maintain an American military presence in Germany at all costs. When entering the Bosnian war (1992 -1995), the U.S. tried to unite its NATO allies (including Germany) in a joint military operation in order to bring a halt to Berlin’s unilateral response to the Balkan issue.

Today the issue of Germany’s military independence is developing in a new direction. In April 2009, the Bundestag recommended that Angela Merkel’s Government consider the possibility of the withdrawal of U.S. tactical nuclear weapons from Germany. Although a majority of deputies voted against the immediate withdrawal of American tactical nukes, in February 2010, Berlin cooperated with the Benelux countries and Norway, proposing to raise this issue for consideration within NATO. But since 1957 American tactical nukes have been at the core of U.S. security guarantees to Germany. Thus their potential withdrawal would confirm Berlin’s intention to construct an independent military policy.

Germany’s nuclear discussions have raised concern among some NATO allies. In February 2010 the U.S. Secretary of State Hillary Clinton and her deputy James Steinberg said that such decisions should be considered within the Alliance. At the Tallinn Summit (22 -23 April 2010) NATO foreign ministers decided to maintain a united Alliance policy on the issue of nuclear deterrents. The new draft of NATO’s military doctrine (May 2010) focused on (1) the preservation of a common nuclear policy and (2) the continued presence of American tactical nuclear weapons on NATO members’ territory. So this could be a new potential source of stress in regard to the German question.

Russia also has some food for thought. Berlin is one of Moscow’s leading partners. So Russia is unlikely to oppose any discussion the issue of restoring full German sovereignty. Yet a Germany that is militarily independent is one factor that is sure to alter the balance of power in Europe. Therefore, the twentieth anniversary of the Moscow Treaty an even more apt moment to reflect on how and in what format the impending revision of the document meets Russia’s interests.

Alexei Fenenko is Leading Research Fellow, Institute of International Security Studies of RAS, Russian Academy of Sciences

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Abgewickelt und betrogen

DDR-Betriebe und die Treuhand
Rückblick: Im Sommer 1990 bekommen 16 Millionen DDR-Bürger neues Geld: Der Freude über die harte D-Mark folgt schnell Ernüchterung. Denn die
Volkseigenen Betriebe müssen nun ihre Belegschaft in D-Mark bezahlen und sich über Nacht dem Weltmarkt stellen. Privatisieren oder dichtmachen – das
ist die Aufgabe der Treuhandanstalt, der größten Staatsholding der Welt. Der Ausverkauf der DDR-Wirtschaft beginnt. 8000 Betriebe sollen marktfähig
gemacht werden oder untergehen.Die Mitarbeiter des Wärmeanlagenbaus Berlin (WBB) glauben, dass sie den Sprung in den Markt schaffen können. WBB, größter DDR-Hersteller für
Fernwärmetrassen, besitzt ein Millionenvermögen. Offizieller Substanzwert: 160 Millionen D-Mark. Doch die Treuhand rechnet den Betrieb klein und
verkauft ihn für ganze zwei Millionen D-Mark an den westdeutschen Geschäftsmann Michael Rottmann. Der entlässt die meisten Beschäftigten,
verkauft die WBB-Immobilien für knapp 150 Millionen und transferiert das Betriebsvermögen ins Ausland.2,5 Millionen Arbeitsplätze abgewickelt
1200 Menschen verlieren ihre Arbeit. Rottmann flieht ins Ausland. Erst 14 Jahre nach dem Firmenzusammenbruch wird der Geschäftsmann gefasst und zu
einer mehrjährigen Haftstrafe verurteilt. Fast 200 Millionen Mark Firmengelder bleiben verschwunden. Wie WBB geht es tausenden von Firmen.Als die Treuhand im Dezember 1994 ihre Arbeit beendet, sind 2,5 Millionen Arbeitsplätze in der ehemaligen DDR vernichtet. Was bleibt, ist ein
Schuldenberg von 250 Milliarden D-Mark. Bis heute belasten die Milliarden, die die Abwicklung der DDR-Wirtschaft gekostet hat, den Bundeshaushalt –
von den sozialen Folgen ganz zu schweigen.Vernichtende Bilanz Werner Schulz, damals grüner Bundestagsabgeordneter, durchleuchtete in
einem Untersuchungsausschuss die Geschäfte der Treuhandanstalt. Seine Bilanz ist vernichtend: “Im Grunde genommen ist es das größte
Betrugskapitel in der Wirtschaftsgeschichte Deutschlands.”

http://frontal21.zdf.deZDFdeprogramm0,6753,PrAutoOp_idPoDispatch:9935358,00.html

„Beutezug Ost – Die Treuhand und die Abwicklung der DDR“

Verantwortlich: Albrecht Müller 
http://www.nachdenkseiten.de/?p=6735#more-6735

Endlich kommen die Zweifel an der Arbeit der Treuhand und an der Weisheit der Währungsunion breiter zur Sprache. Heute Abend um 21:00 h setzt Frontal 21 seine Aufarbeitung der Vorgänge um die Treuhand und um die Währungsunion mit einer Dokumentation fort. Die Vorschau auf diese Sendung „Beutezug Ost – Die Treuhand und die Abwicklung der DDR“ finden Sie hier und als Anlage 1. In der Vorschau finden Sie auch weitere Links zu Teilen der Sendung. Albrecht Müller

Wenn diese Versuche der Aufarbeitung einer düsteren Geschichte auch spät kommen, es ist besser als gar nicht. Nach meinem Eindruck liegt so viel im Dunkel, dass es dringend geboten wäre, die Vorgänge um die Abwicklung der fast 8000 Betriebe der DDR, um den Verkauf der ostdeutschen Banken an die westdeutschen Banken und um die Währungsunion vom 1.7.1990 neu aufzuarbeiten. Ein neuer Untersuchungsausschuss zur Abwicklung von Betrieben durch die Treuhand wäre dringend geboten. Den Historikern allein kann man diese Untersuchung des Raubs am Vermögen der Mehrheit der Menschen in Mittel- und Ostdeutschland nicht überlassen.

Zur Abwicklung der Betriebe

frontal 21 hatte am 31.8.2010 einen Bericht über die Abwicklung eines Berliner Betriebes gebracht. Hier der Link und der Titel: „Die Treuhand und die Abwicklung der DDR“ DDR-Betriebe: Abgewickelt und betrogen Den Einführungstext finden Sie in Anlage 2.
Wie dort geschildert wird, sind in der ehemaligen DDR Betriebe reihenweise unter Wert verkauft worden – an westdeutsche Geschäftsleute wie im konkreten Fall der WBB in der Dokumentation vom 31. August, an westdeutsche „Anleger“ und an Bürger der ehemaligen DDR, so weit sie gut im Geschäft waren.
Einem weiteren Kreis bekannt und dokumentiert sind nach meiner Kenntnis nur wenige Fälle. Frühere Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter der Betriebe können sich aber noch (!) gut an die Abwicklung erinnern. Dieses Wissen müsste systematischer gesammelt und aufbereitet werden.
Es sollte auch selbstverständlich sein, dass die Verantwortlichen, solange sie noch leben und rüstig sind, mit den Vorgängen im einzelnen konfrontiert werden. Das gilt zum Beispiel für Birgit Breuel, die der Treuhand vorstand, aber auch zum Beispiel für Hans Olaf Henkel und Klaus von Dohnanyi, die in Leipzig bei Abwicklungsvorgängen „beraten“ haben.
In die Aufarbeitung gehören auch Untersuchungen darüber, ob die Betriebe mehrheitlich wirklich so marode waren, wie das öffentlich dargestellt wurde und immer noch wird.
Welche Rolle spielten die Filialen westdeutscher Banken in Mittel- und Ostdeutschland? Ein Leser meines Buches „Machtwahn“ hatte mir nach Lektüre der Passagen über die politische Korruption den Hinweis gegeben, dass er als westdeutscher Angestellter einer Bank in Dresden sich ständig darüber wundern musste, dass in diesen Kreisen die Erhaltung von Betrieben der ehemaligen DDR keine Priorität hatte. Im Gegenteil.

Wo sind die Vermögen geblieben? Wer und wie wurde „geschmiert“?
Wenn wie im konkreten Fall der Abwicklung des Berliner Wärmebaus WBB der offizielle Substanzwert bei 160 Millionen D-Mark lag und die Treuhand den Betrieb klein rechnet und ihn für ganze zwei Millionen D-Mark an einen westdeutschen Geschäftsmann verkauft, dann kann dies nicht mit rechten Dingen zugegangen sein. Die Wahrscheinlichkeit, dass in vielen dieser Fälle Schmiergeld im Spiel war, ist groß. Dieses landete in der Regel in den Steueroasen. Dafür braucht man sie. Auch deshalb der Widerstand gegen ihren Abbau auch von deutscher Seite.

Währungsunion und Umrechnungskurs
Wer wie ich 1990 als Mitglied des Deutschen Bundestags der Währungsunion mit den damals beschlossenen Umtauschrelationen nicht zugestimmt hat, wurde scheel angesehen und – wie auch Oskar Lafontaine zum Beispiel – verdächtigt, gegen die Vereinigung der beiden deutschen Staaten zu sein. Ich war vor allem wegen der Belastung der ostdeutschen Betriebe durch den dann installierten Umrechnungskurs von 2:1 dagegen. Das beraubte sie ihrer Wettbewerbsfähigkeit und belastete sie mit überhöhten Schulden gerechnet in DM-West.
Es wäre jedenfalls gut, wenn endlich auch dieses Kapitel aufgearbeitet würde.

Verschleuderung der ostdeutschen Banken an die westdeutschen Banken
Dieses Thema haben wir in den NachDenkSeiten wie auch in „Machtwahn“schon oft angesprochen. Wir verwiesen auf einen verdienstvollen Artikel im Berliner Tagesspiegel vom 1.7.2005. Frontal 21 greift diese Geschichte jetzt auf: Download (Frontal21 exklusiv: Banken verdienten Milliarden an der Wiedervereinigung) Es hat lange gedauert und exklusiv ist die Nachricht auch nicht. Aber immerhin: der Vorgang wird nicht weiter totgeschwiegen, wie es mit dem Tagesspiegel-Artikel und unseren Beiträgen bisher geschehen ist.

Anlage 1:

Vorschau: Frontal21 am 14.09.2010
Frontal 21-Dokumentation
Beutezug Ost
Die Treuhand und die Abwicklung der DDR
“Das gesamte Industriekapital der DDR wurde mit einem Schlag vernichtet. Im Grunde genommen ist es eigentlich das größte Betrugskapitel in der Wirtschaftsgeschichte Deutschlands”. Der grüne Europaabgeordnete Werner Schulz findet deutliche Worte für die Arbeit der Treuhand.

20 Jahre nach der deutschen Wiedervereinigung geht die ZDF-Dokumentation “Beutezug Ost” der Frage nach: Wie konnte aus dem Wert der DDR-Betriebe, den der erste Treuhandpräsident Detlev Rohwedder auf 600 Milliarden D-Mark schätzte, ein Milliardendefizit werden? Die Treuhandanstalt, zuständig für die Privatisierung der DDR-Betriebe, hinterließ einen Schuldenberg von 250 Milliarden D-Mark (zirka 125 Milliarden Euro).

Als am 1. Juli 1990 die DDR-Mark im Verhältnis 1:1 und 1:2 in D-Mark umgetauscht wurde, vervielfachten sich die Lohn- und Herstellungskosten für die DDR-Betriebe. Mit der Währungsunion brach der Absatz selbst lukrativer Betriebe schlagartig ein. Edgar Most, der ehemalige Vizepräsident der DDR-Staatsbank, sieht in der D-Mark-Umstellung die Hauptursache für den Untergang der DDR-Industrie. Most und Bundesbankpräsident Pöhl warnten Kanzler Kohl vergeblich vor den Folgen der Währungsunion. Most weist die Behauptung zurück, die DDR-Wirtschaft sei ohnehin am Ende gewesen: “Erst mit der D-Mark-Einführung mit diesem falschen Umrechnungskurs waren wir endgültig pleite”, so der ehemalige Staatsbankier.

“Alternativlos” nennen die Treuhand-Verantwortlichen wie Ex-Bundesfinanzminister Theo Waigel das Vorgehen der Treuhandanstalt noch heute. Die Schwachstellen bei der Abwicklung der DDR-Wirtschaft zeigen Beispiele wie das Kühlschrankwerk DKK Scharfenstein. Obwohl DKK wettbewerbsfähige Produkte wie den ersten FCKW-freien Kühlschrank herstellte, gelang es der westdeutschen Konkurrenz, DKK zu zerschlagen.

Als Birgit Breuel, Präsidentin der Treuhandanstalt, am 31. Dezember 1994 das Schild von der Fassade des Treuhandgebäudes in der Berliner Wilhelmstraße abschraubte, waren 8000 Staatsbetriebe an private Investoren oft unter Wert verkauft oder geschlossen. 2,5 Millionen DDR-Bürger hatten ihren Arbeitsplatz verloren.

Film von Herbert Klar und Ulrich Stoll
Quelle: Frontal21

Anlage 2:

Die Treuhand und die Abwicklung der DDR
Frontal21 vom 31.08.2010
DDR-Betriebe: Abgewickelt und betrogen
von Herbert Klar und Ulrich Stoll
Rückblick: Im Sommer 1990 bekommen 16 Millionen DDR-Bürger neues Geld: Der Freude über die harte D-Mark folgt schnell Ernüchterung. Denn die Volkseigenen Betriebe müssen nun ihre Belegschaft in D-Mark bezahlen und sich über Nacht dem Weltmarkt stellen. Privatisieren oder dichtmachen – das ist die Aufgabe der Treuhandanstalt, der größten Staatsholding der Welt. Der Ausverkauf der DDR-Wirtschaft beginnt. 8000 Betriebe sollen marktfähig gemacht werden oder untergehen.
Quelle: Frontal21

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http://www.edizioninemesis.it/component/content/article/37-novita/55-erich-honecker-qappunti-dal-carcere.html

Erich HONECKER – “Appunti dal carcere”

Prezzo di copertina: euro 8,00

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Prefazione di Margot HONECKER

Introduzione di Alessio ARENA

Gli avvenimenti del 1989, che condussero alla caduta del Muro di Berlino e alla fine delle esperienze socialiste nell’Europa orientale, sono spesso oggetto di attenzione e rivisitazioni ad opera dei media. Di quei fatti viene proposta un’immagine mitica e stereotipata: quella della vittoria della libertà e della democrazia sul totalitarismo e del crollo ineluttabile di un modello economico fallimentare. La politica del presidente sovietico Gorbacëv viene descritta come l’estremo, disperato tentativo di salvare ciò che non poteva essere salvato, di democratizzare un regime intrinsecamente incompatibile con la libertà.
In queste pagine redatte in carcere tra il 1992 e il 1993 e ultimate durante il breve periodo di esilio in Cile prima della morte, Erich Honecker propone una lettura assai diversa degli eventi.

Con franchezza e lucidità, esse ripercorrono gli eventi che condussero all’annessione della Germania orientale socialista alla Repubblica Federale guidata da Helmut Kohl, rivalutando anche il ruolo svolto dalla dirigenza sovietica e da Gorbacëv, vero e proprio demolitore consapevole e volontario del socialismo reale. La riflessione sui fatti offre a Honecker l’occasione per rivendicare i successi del “primo Stato socialista sorto sul suolo tedesco”, trarre un bilancio di quell’esperienza e proporre spunti di analisi per comprenderne i limiti e le carenze. Un documento fondamentale – proposto per la prima volta al pubblico italiano e introdotto da uno scritto di Margot Honecker – per comprendere meglio la recente storia d’Europa e del mondo e per preparare più consapevolmente il socialismo del XXI secolo.

Erich Honecker (1912-1994) milita sin da giovane nelle fila del Partito Comunista di Germania (KPD). Condannato nel 1937 a dieci anni di reclusione per la sua attività
di resistenza al nazismo, riesce a evadere dal carcere solo due mesi prima della fine della II Guerra Mondiale. Dirigente del Partito Socialista Unificato di Germania (SED),
la formazione politica egemone nella Repubblica Democratica Tedesca, viene nominato segretario generale del Partito nel 1971 e, due anni dopo, Presidente del Consiglio di Stato. Costretto alle dimissioni ed espulso dal Partito nel 1989 per la sua opposizione alla “svolta” gorbacioviana, viene incarcerato e processato dalle autorità della Repubblica Federale di Germania nel 1992, in seguito all’annessione della RDT. Nel corso del processo pronuncia un accorato discorso di autodifesa, smascherando il carattere politico del procedimento. A seguito dell’interruzione del giudizio, motivata dal suo grave stato di salute, espatria in Cile, dove muore alcuni mesi dopo.

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