May 20, 2026
Diciamolo senza giri di parole: in troppe amministrazioni pubbliche sta passando un’abitudine inaccettabile. Si butta addosso ai dipendenti il compito di cercarsi da soli i corsi di formazione, scegliersi i percorsi, organizzarsi i tempi. Come se fosse un problema loro. Non lo è. E la Direttiva del Ministro Zangrillo del 14 gennaio 2025 lo dice nero su bianco.
COSA DICE DAVVERO LA DIRETTIVA
Non servono interpretazioni creative. Basta leggerla. La Direttiva sulla “Valorizzazione delle persone e produzione di valore pubblico attraverso la formazione” mette in capo alla Dirigenza –non ai lavoratori – la responsabilità di progettare, organizzare e garantire la formazione del personale.
Testualmente: il disegno e l’attuazione concreta delle politiche formative sono «una delle principali responsabilità del datore di lavoro pubblico e della dirigenza». Il dirigente deve gestire le persone che gli sono assegnate, sostenendone la crescita. E la promozione della formazione è un obiettivo di performance del dirigente stesso: non un di più, non una gentilezza, un obiettivo su cui viene valutato.
La Tavola 1 della Direttiva non lascia margini di ambiguità. Ai Dirigenti spetta:
• definire piani formativi individuali e assegnare ai dipendenti obiettivi di formazione;
• rendere la formazione compatibile con il lavoro quotidiano, non un’aggiunta da incastrare nei ritagli di tempo;
• seguire e monitorare che i percorsi vengano effettivamente completati nei tempi previsti.
MANDARE UNA MAIL CON IL LINK A SYLLABUS NON È “FARE FORMAZIONE
“Eppure è esattamente quello che succede in moltissimi uffici. Arriva la comunicazione: “Ecco la piattaforma, ecco il catalogo, scegliete voi”. Fine.
Nessuna analisi dei bisogni, nessun piano, nessun accompagnamento. Il lavoratore viene lasciato solo davanti a un elenco di corsi, senza sapere quali servano davvero, né quando farli, né come conciliarli con le scadenze dell’ufficio.
Questo approccio smonta pezzo per pezzo tutto l’impianto della Direttiva, che invece prevede un percorso serio e articolato:
1. Si parte dalla rilevazione dei fabbisogni – cosa serve all’organizzazione, alla professionalità del singolo, al riequilibrio generazionale.
2. Si programma nel PIAO quali interventi fare, per chi, con che modalità, quante ore, in che tempi.
3. I Dirigenti assegnano i percorsi in modo mirato, non a pioggia.
4. Si verifica che la formazione abbia prodotto risultati concreti.La Direttiva lo dice a chiare lettere: la formazione va «progettata ed erogata in modo sistematico», partendo da «un’accurata definizione di obiettivi strategici». Un dipendente che sceglie corsi a caso non colma le lacune vere dell’ufficio, non acquisisce le competenze che servono, non contribuisce ai target del PNRR. Si riduce tutto a una spunta su un foglio Excel, e la formazione diventa l’ennesimo adempimento vuoto.
CHI NON FORMA, PAGA
E qui arriviamo al punto che molti dirigenti preferiscono ignorare.
La Direttiva richiama espressamente l’art. 21 del d.lgs. 165/2001: chi non adempie agli obblighi sulla formazione del personale rischia conseguenze serie. Si va dal mancato rinnovo dell’incarico fino alla revoca o al recesso dal rapporto di lavoro. Non sono parole nostre, sono parole della legge.In più, l’art. 13, comma 4-bis, del Codice di comportamento (d.P.R. 62/2013) stabilisce che il dirigente «cura la crescita professionale dei collaboratori, favorendo le occasioni di formazione». Violare questo obbligo è un illecito disciplinare. Punto.
COSA CHIEDIAMO
COBAS non chiede nulla di rivoluzionario. Chiede semplicemente che si applichi quello che è già scritto:
5. Ogni dirigente predisponga un piano formativo individuale per i propri dipendenti, costruito sui bisogni reali dell’ufficio e sugli obiettivi dell’amministrazione. Non un foglio generico: un piano vero.
6. Si smetta subito di scaricare sui lavoratori la responsabilità di scegliersi i corsi da soli. È un’elusione bella e buona degli obblighi dirigenziali.
7. Le ore di formazione siano riconosciute come orario di lavoro , senza se e senza ma. La Direttiva lo prevede espressamente: la formazione si fa in orario di servizio, non nel tempo libero.
8. Gli OIV e i Nuclei di valutazione facciano il loro mestiere : verifichino se i dirigenti hanno raggiunto gli obiettivi formativi e, in caso contrario, ne accertino le responsabilità.
9. Le organizzazioni sindacali vengano coinvolte nella definizione dei programmi formativi. Non a cose fatte, non per prendere atto: nella fase in cui si decide.
UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO
La formazione non è un favore che l’amministrazione fa al lavoratore quando ne ha voglia. E non è nemmeno un peso che il dipendente deve portarsi sulle spalle da solo, tra una pratica e l’altra. È un diritto e un dovere, e la legge dice con chiarezza che organizzarla spetta ai dirigenti. Pretendere che i lavoratori si arrangino da soli vuol dire sabotare gli obiettivi della Direttiva Zangrillo e, in ultima analisi, negare ai cittadini quel miglioramento dei servizi pubblici che una formazione fatta bene potrebbe garantire.
Noi Cobas non ci stiamo.
Bando per la gestione dei nidi: “Allarme tenuta occupazionale”
I sindacati Cgil, Cus e Cobas di Pisa esprimono profonda preoccupazione per “il nuovo bando...
Lascia un commento