Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

L’illiberalismo non nasce dal nulla: è il figlio legittimo del neoliberismo

Postato il 23 Marzo 2026 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Le derive autoritarie che stanno attraversando le società occidentali non sono un incidente, e non nascono dall’ignoranza della gente. Sono il risultato – diretto, prevedibile, quasi inevitabile – di quarant’anni di politiche neoliberiste che hanno fatto a pezzi i diritti sociali, il welfare, la contrattazione collettiva e qualsiasi forma seria di redistribuzione.

Non siamo i soli a dirlo. Lo dice anche chi studia questi fenomeni nelle università. Marlène Laruelle, che dirige l’Illiberalism Studies Program alla George Washington University, lo ha spiegato con grande chiarezza in un’intervista uscita su Limes: tra neoliberismo e illiberalismo c’è un legame profondo, strutturale. Non sono opposti. Sono parenti stretti.

■ L’illiberalismo non è l’opposto del liberalismo: ne è un prodotto
C’è una narrazione comoda che va per la maggiore: l’illiberalismo sarebbe qualcosa che ci arriva da fuori – dalla Russia, dalla propaganda, dall’ignoranza diffusa. Laruelle la smonta pezzo per pezzo: «L’illiberalismo in realtà è un prodotto del liberalismo. Le sue radici affondano nella nostra società. Parla la sua stessa lingua: spesso chi tacciamo di illiberalismo dice di essere l’autentico difensore del liberalismo dalla perversione progressista. […] È una riconfigurazione della norma liberale. È un lento allontanamento dal liberalismo, dovuto ad ansie sociali, ristrutturazioni economiche, declino geopolitico. È la fase terminale del liberalismo in crisi, in cui quest’ultimo non riconcilia più le sue promesse di democrazia e prosperità e genera l’illiberalismo come estremo tentativo di riordine e sopravvivenza.»
È quello che noi, come sindacalismo di base, ripetiamo da anni: se svuoti la democrazia del suo contenuto sociale, se le promesse di benessere si rivelano bugie per la maggior parte delle persone, il sistema finisce per generare i propri mostri. Non dovrebbe sorprendere nessuno.

■ Le fondamenta della democrazia? Erose dal mercato
Laruelle mette il dito nella piaga:
«Le riforme orientate al mercato degli anni Ottanta hanno eroso le fondamenta sociali, economiche e politiche della democrazia postbellica. È il famoso e ben documentato senso di declassamento e di perdita di autonomia di molti dei nostri concittadini. Non è solo l’aspetto economico, ma pure la gestione tecnocratica della politica, il fatto che le istituzioni non rappresentino più la maggioranza della popolazione.»
«Per decenni ci è stato detto che non c’è alternativa, che c’è solo una direzione, che le ideologie sono morte e solo gli esperti possono dirci cosa fare.»
Eccolo, il famoso TINA – There Is No Alternative – il mantra thatcheriano che ha anestetizzato la politica per una generazione intera. Quando dici alla gente che non ci sono alternative, che la politica è roba da tecnici e non un terreno di conflitto, stai spianando la strada a chi si presenterà dicendo “le alternative ci sono” – anche se le sue risposte sono reazionarie, razziste e autoritarie.

■ L’autoritarismo era già scritto nel DNA del neoliberismo
Laruelle va ancora più in profondità e riconosce una cosa che in pochi ammettono: i semi dell’autoritarismo c’erano fin dall’inizio, nel cuore stesso del progetto neoliberista:
«In un certo senso il neoliberismo ha autorizzato una forma di capitalismo autoritario. Per esempio, sia i liberali sia gli illiberali hanno Ronald Reagan e Margaret Thatcher come punti di riferimento. La reazione illiberale è paradossale perché per certi versi incoraggia il popolo a ribellarsi al neoliberismo ma in pratica spesso è in continuità con i suoi meccanismi.»
Ed è qui il nodo: l’illiberalismo non tocca i rapporti di forza economici. Non sfiora i profitti, non redistribuisce niente, non restituisce potere a chi lavora. Quello che fa è gestire in chiave autoritaria la crisi sociale che il neoliberismo ha creato, scaricando la rabbia su capri espiatori – migranti, minoranze, le cosiddette “élite culturali” – mentre il capitale resta al sicuro, intoccabile.

■ Il tecnocapitalismo: quando lo Stato diventa un’appendice delle Big Tech
Laruelle descrive anche l’evoluzione più recente – e più inquietante – di tutto questo, guardando a quello che succede con l’amministrazione Trump:
«Il movimento tecnocapitalista sta diventando centrale nell’identità stessa degli Stati Uniti. Ora abbiamo interi poteri federali – domestici, finanziari e securitari – quasi interamente controllati da grandi gruppi privati digitali. In un certo senso il tecnocapitalismo sta diventando il nucleo dello Stato americano.»
Non siamo più nel classico schema del neoliberismo che “riduce lo Stato”. Qui siamo davanti a qualcosa di diverso e più pericoloso: la fusione tra Stato e grande capitale tecnologico. Una forma di potere senza precedenti, che rappresenta una minaccia concreta per qualsiasi democrazia che voglia essere qualcosa di più di una facciata.

■ La nostra lettura, quella di classe
Come COBAS, a questa analisi aggiungiamo la nostra prospettiva – quella di chi vive sulla propria pelle le conseguenze di tutto questo. I fenomeni che Laruelle descrive non sono astrazioni da convegno: sono la vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori.
• La precarizzazione del lavoro, portata avanti con decenni di riforme che hanno cancellato tutele e diritti, ha prodotto milioni di persone senza sicurezza, senza prospettive, senza voce.
• L’esplosione delle disuguaglianze: viviamo in società dove una manciata di persone accumula ricchezze oscene mentre la maggioranza arranca per arrivare a fine mese.
• Lo svuotamento della democrazia reale: quando le scelte economiche fondamentali vengono sottratte al controllo democratico e consegnate ai mercati, alle agenzie di rating, a istituzioni sovranazionali che nessuno ha eletto, la democrazia diventa un guscio vuoto.
• La privatizzazione di tutto: sanità, scuola, trasporti, energia. Quelli che erano diritti universali sono diventati merci, accessibili solo a chi se le può permettere.
• La distruzione dei corpi intermedi: sindacati indeboliti, partiti ridotti a macchine elettorali, associazionismo messo ai margini. Il neoliberismo ha bisogno di individui soli, non di comunità che si organizzano.
In questo deserto, l’illiberalismo attecchisce facilmente. Come osserva Laruelle, i leader illiberali «stanno cercando di dirci qualcosa sulla nostra società, che dobbiamo affrontare dei problemi legittimi e che rappresentano persone che altrimenti nessuno ascolta». Ma la loro risposta è fasulla: non libera nessuno, incatena di più. Non redistribuisce nulla, consolida il potere del capitale sotto una maschera autoritaria.

■ La nostra risposta: lotta di classe, non uomini forti
L’unica alternativa vera – sia al neoliberismo sia all’illiberalismo – è la lotta di classe, organizzata dal basso:
• Salari dignitosi e contratti stabili per tutte e tutti
• Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
• Ripubblicizzazione dei servizi essenziali
• Una fiscalità davvero progressiva e la tassazione delle grandi ricchezze
• Democrazia nei luoghi di lavoro e partecipazione diretta alle decisioni
• Regolamentazione e controllo pubblico delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, perché il tecnocapitalismo non diventi il nuovo sovrano
• Solidarietà internazionalista contro ogni forma di razzismo e di divisione tra chi è sfruttato

Non ci salverà nessun uomo forte. Non ci salverà il mercato. Non ci salveranno le “coalizioni dei volenterosi illiberali” che si contendono il potere tra Washington, Budapest e Bruxelles. Ci salverà solo la nostra capacità di organizzarci, di lottare e di costruire dal basso un’alternativa di società.

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