March 11, 2026
Il Governo Meloni prosegue nella sua opera di smantellamento dei diritti dei dipendenti pubblici.
Il cosiddetto “DDL Merito” (AC 2511) rappresenta l’ennesima offensiva contro i lavoratori della Pubblica Amministrazione, un provvedimento che dietro la retorica della “valorizzazione” e della “performance” nasconde un progetto di precarizzazione, gerarchizzazione e controllo autoritario del lavoro pubblico.
Cosa prevede realmente questo DDL:
1. VALUTAZIONE COME STRUMENTO DI RICATTO
Il DDL introduce un sistema di valutazione che diventa strumento di disciplinamento del personale. L’articolo 3 impone che solo il 30% dei dipendenti possa ricevere punteggi apicali e appena il 20% di questi possa essere riconosciuto come “eccellenza”.
Esempio concreto: In un ufficio con 100 dipendenti, anche se tutti lavorano egregiamente, solo 30 potranno avere la valutazione massima e solo 6 saranno “eccellenze”. Gli altri 70, pur svolgendo lo stesso lavoro con la stessa dedizione, saranno automaticamente classificati come “meno meritevoli”. Questo crea artificialmente una competizione tra colleghi che distrugge la solidarietà nei luoghi di lavoro e incentiva comportamenti individualistici a scapito della collaborazione.
2. RETRIBUZIONE VARIABILE E DISCREZIONALE
Il DDL stabilisce che “il trattamento retributivo legato alla performance è progressivo e strettamente corrispondente, in termini percentuali, alla valutazione conseguita”.
Esempio concreto: Un funzionario che per anni ha percepito un certo livello di salario accessorio potrebbe vederlo drasticamente ridotto non per proprie mancanze, ma perché il suo dirigente ha deciso di premiare altri colleghi. Il lavoratore si troverà con una busta paga più leggera senza alcuna possibilità reale di contestazione, dato che la valutazione delle “caratteristiche trasversali” (capacità di “superare schemi consolidati”, “agire velocemente”, “costruire gruppi con elevate prestazioni”) è intrinsecamente soggettiva e non misurabile.
3. VALUTAZIONE ESTERNA E STAKEHOLDER: LA PRIVATIZZAZIONE DEL GIUDIZIO
L’articolo 11 prevede il “ricorso a organismi esterni di valutazione composti da professionisti specializzati” e dai “soggetti titolari di interessi (stakeholder)” e addirittura dalla “collettività” per le amministrazioni territoriali.
Esempio concreto: Un dipendente comunale dell’ufficio urbanistica potrebbe essere valutato da rappresentanti di associazioni di costruttori o immobiliaristi. Un funzionario dell’Agenzia delle Entrate potrebbe vedersi giudicato da rappresentanti di categorie economiche che hanno tutto l’interesse a un fisco “morbido”. Un insegnante potrebbe essere valutato da genitori che pretendono voti alti per i propri figli. Si apre così la porta all’ingerenza di interessi privati nella gestione del personale pubblico, minando l’imparzialità che dovrebbe caratterizzare la PA.
4. CARRIERA DIRIGENZIALE: UN PERCORSO A OSTACOLI PER POCHI ELETTI
Le nuove procedure di accesso alla dirigenza di seconda fascia (art. 12) prevedono:
•Una commissione di 7 membri con 2 “assessor” esterni
•Un “colloquio esperienziale-attitudinale e motivazionale”
•Un incarico temporaneo di 3 anni rinnovabile una sola volta
•Un periodo di “osservazione e valutazione” di almeno 4 anni
•Una valutazione finale da parte di un’altra commissione
Esempio concreto: Un funzionario con 20 anni di esperienza, competente e preparato, dovrà superare una selezione basata su criteri vaghi come “capacità di superare schemi consolidati” e “capacità di agire velocemente con tempestività e decisione”. Dovrà poi lavorare per 4 anni in una condizione di precarietà totale, sapendo che una valutazione negativa – magari dovuta a contrasti con il superiore politico – lo rimanderà al punto di partenza. Nel frattempo, chi ha le
giuste “relazioni” potrà contare su relazioni favorevoli del “dirigente sovraordinato” che partecipa alla commissione “con funzioni di relatore”.
5. PRECARIZZAZIONE STRUTTURALE DELLA DIRIGENZA
Gli incarichi dirigenziali diventano “temporanei” (massimo 3+3 anni), con rinnovo subordinato a “valutazione favorevole”. Per la prima fascia, il periodo di “osservazione” sale addirittura a 5 anni.
Esempio concreto: Un dirigente che si oppone a una decisione illegittima del vertice politico, o che semplicemente non è “gradito”, potrà essere facilmente rimosso alla scadenza dell’incarico temporaneo. La commissione di valutazione, per quanto formalmente indipendente, include dirigenti della stessa amministrazione che potrebbero subire pressioni. Il risultato sarà una dirigenza sempre più asservita al potere politico, incapace di esercitare quella funzione di garanzia e imparzialità che la Costituzione le assegna.
6. LA TRAPPOLA DELLA “FORMAZIONE OBBLIGATORIA”
Il DDL introduce la valutazione dei “livelli di formazione raggiunti” e della “capacità di raggiungere gli obiettivi formativi assegnati” come criteri di valutazione.
Esempio concreto: Un dipendente con carichi familiari, che non può frequentare corsi serali o nel weekend, sarà penalizzato rispetto a colleghi senza vincoli. La formazione, invece di essere un diritto e un’opportunità, diventa un ulteriore strumento di pressione. E chi deciderà quali corsi sono “utili”? Chi stabilirà se gli “obiettivi formativi” sono stati raggiunti? Sempre il superiore gerarchico, con ampia discrezionalità.
7. IL TRUCCO DELLA “VALUTAZIONE COLLEGIALE TRA DIRIGENTI”
L’articolo 2 introduce una “valutazione collegiale tra dirigenti” per “superare eventuali asimmetrie nelle scale di valutazione”.
Esempio concreto: In pratica, i dirigenti si riuniranno per “calibrare” le valutazioni, decidendo collegialmente chi premiare e chi penalizzare. Un meccanismo che favorirà accordi sotterranei, scambi di favori (“io premio il tuo protetto, tu premi il mio”) e l’emarginazione di chi non fa parte delle cordate giuste. Il lavoratore isolato, senza “sponsor”, sarà sistematicamente svantaggiato.
DENUNCIAMO CON FORZA:
1.L’assenza totale di confronto con le organizzazioni sindacali di base – Il DDL è stato elaborato senza alcuna consultazione reale con chi rappresenta i lavoratori
2.La filosofia aziendalista che riduce il servizio pubblico a logiche di profitto e competizione, ignorando che la PA deve garantire diritti, non massimizzare utili
3.L’attacco al principio di stabilità del rapporto di lavoro pubblico, con la precarizzazione strutturale della dirigenza che si estenderà inevitabilmente a tutto il personale
4.La creazione di un clima di competizione e sospetto tra lavoratori, funzionale a impedire l’organizzazione collettiva e la solidarietà
5.Il rafforzamento del potere discrezionale della politica sulla dirigenza e, attraverso essa, su tutta la PA
Il “merito” di cui parla questo Governo è solo un pretesto per:
•Dividere i lavoratori mettendoli gli uni contro gli altri
•Ridurre i salari reali trasformando quote di retribuzione certa in premi discrezionali
•Aumentare il controllo politico sulla PA attraverso una dirigenza ricattabile
•Smantellare le tutele conquistate in decenni di lotte dei lavoratori
•Aprire la strada a ulteriori privatizzazioni introducendo logiche e soggetti privati nella valutazione
Di fronte a questo ennesimo attacco ai diritti dei lavoratori pubblici, i Cobas chiedono innanzitutto il ritiro immediato del DDL e l’apertura di un confronto serio e trasparente con tutte le organizzazioni sindacali, non solo con quelle disposte ad avallare scelte calate dall’alto. La Pubblica Amministrazione ha bisogno di investimenti reali: nuove assunzioni stabilizzazione del personale precariorisorse adeguate per garantire servizi di qualità ai cittadiniI lavoratori pubblici meritano aumenti salariali dignitosi e uguali per tutti, non elemosine distribuite secondo valutazioni arbitrarie e discrezionali.
Chiediamo infine che venga rispettato l’articolo 97 della Costituzione, che impone alla PA imparzialità e buon andamento: principi incompatibili con un modello fondato sul servilismo verso il potere politico e sulla competizione sfrenata tra colleghi.
NO AL DDL MERITO! NO ALLA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO PUBBLICO!
La PA non si governa con il bastone e la carota, ma con risorse, rispetto e diritti.
Non esiste “merito” senza condizioni di lavoro dignitose, salari adeguati e tutele reali.
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