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Tsipras e la NATO

Postato il 4 Gennaio 2015 | in Mondo, Scenari Politico-Sociali | da

Riceviamo e pubbichiamo

TSIPRAS E LA NATO

di Alfonso Navarra

tsiprasIn Grecia si vota il 25 gennaio e Syriza è in testa nei sondaggi. Se vince, come è probabile, cosa il premier Tsipras farà sulla NATO? Sicuramente il problema non è in cima ai suoi pensieri e le posizioni del 2012 (“dobbiamo uscire!”) si sono, diciamo, ammorbidite. Quello che conta per Tsipras è, a parole, battere l’austerità in Europa, e, nei fatti, in particolare il piano imposto dalla Troika per la Grecia , il cosiddetto memorandum, cioé l’accordo per i 240 miliardi di euro di prestiti internazionali in cambio delle “riforme” antipopolari.

Sappiamo tutti che Syriza chiede uno sconto del 70% del debito greco nelle mani delle grandi istituzioni internazionali, salvando i creditori privati.

(Alla City di Londra Syriza ha poi spiegato che si accontenterebbe di una “moratoria” del pagamento degli interessi sul debito pari a 9 miliardi di euro).

Il debito greco ammonterebbe a 330 miliardi di euro, pari al 177% del PIL (che negli anni della crisi si è ridotto di 1/4). Di questi 330 miliardi il 72% sarebbero da considerarsi, appunto, “official loans”, cioé crediti in mano a istituzioni pubbliche (60% della UE attraverso i suoi fondi ESFS e ESM, e 12% del FMI). L’8% sarebbe detenuto direttamente dalla BCE.

Lo sconto chiesto da Syriza colpirebbe soprattutto la UE, attraverso l’ESM (il cd fondo salva-stati che detiene il 44% del debito pubblico greco) e i suoi Stati membri: in percentuale maggiore la Germania (27%), ma anche l’Italia avrebbe problemi con il suo 18% di quota ESM.

Per il suo popolo Syriza promette elettricità e cibo gratuito alle fasce povere, ripristino della 13esima mensilità ai pensionati minimi, innalzamento della soglia di esenzione fiscale da 5mila a 12mila euro.

Non ci saranno comunque “decisioni unilaterali”, né sul debito né sulle misure di austerity.

L’impressione che personalmente mi sono fatto è che Tsipras pensi furbescamente, almeno nelle proclamazioni elettorali, di tenere per le palle l’Europa, ma il suo è probabilmente un calcolo sbagliato. “O accettate le mie – del resto ragionevoli – condizioni o crolla a catena il sistema bancario europeo, quindi salta l’euro”. Pensa di poter scaricare parte consistente del debito sui Paesi europei finanziatori presumento che questi – la Germania in primis, ma c’è anche l’Italia – possano contemporaneamente consentire alla Grecia di rimanere nell’Unione Europea. Non si tratta di mosse per mollare l’Unione, è proprio convinto di potere mettere in saccoccia la Merkel, Juncker, Draghi e tutti quelli che gli stanno dietro (e forse sopra)!

Sicuramente Tsipras sta complicando la vita al governatore della BCE Draghi, che deve far digerire alla Bundesbank il Quantitative Easing da 500 miliardi di euro (l’acquisto di titoli di Stato per creare moneta e contrastare la deflazione). L’eurozona entra in fibrillazione. Ci si comincia a chiedere se la Grecia sarà la buccia di banana che farà scivolare il quadro politico verso quelle derive euroscettiche e nazionalistiche temute dai giocatori di Borsa (onoreranno gli Stati i loro impegni sul debito pubblico?). Anche in Spagna si attende la vittoria di Podemos alle elezioni del 2015. In Francia si profila il trionfo di Marine Le Pen alle presidenziali del 2017.

Tsipras è sicuramente più abile e socialmente radicato dei “sinistrati” italiani (i Vendola, i Ferrero e quanti altri) ma mi pare che sottovaluti il potere e la forza delle oligarchie finanziarie, politiche e militari contro le quali andrà a sbattere il muso.

La Repubblica di oggi, ad esempio, con Federico Fubini accenna ai motivi per cui il “ricatto” di Tsipras presumibilmente non passerà.

“Nel 2015 Atene deve rimborsare agli investitori privati titoli per 16 miliardi di euro: se voltasse le spalle all’Europa e i creditori le tagliassero i rifornimenti, il prossimo governo greco non avrebbe altra scelta che tornare a stampare moneta propria per continuare ad esistere. Sarebbe un segnale per tutti, Italia inclusa, che l’euro non è per sempre e il solo sospetto che la porta d’uscita si è aperta può bastare a far salire i tassi d’interesse verso livelli pericolosi… La pressione per varare gli interventi sui titoli di Stato prima delle elezioni greche è massima, perché l’euro ha bisogno di una nuova rete di sicurezza prima che da Atene arrivino nuove scosse. La banca centrale può sempre decidere di escludere la carta greca dagli acquisti, fino a quando il nuovo governo non deciderà se continuare o meno il programma di assistenza europea… Anche così, per Draghi resta tutt’altro che facile mettere in minoranza la Bundesbank e obbligare la Germania – contro la sua volontà – a farsi carico tramite la Bce del rischio su centinaia di miliardi di debito italiano, portoghese o spagnolo. Ancora meno lo è mentre un governo del Sud Europa annuncia il suo rifiuto a ripagare i prestiti ricevuti…”

Tsipras sta chiedendo alla BCE di pagare assegni in bianco per la Grecia (non so se ci è o se ci fa a chiedere cose impossibili) quando il problema è invece di lavorare per creare, intanto, un “Fronte del Sud” per rivedere Trattati generali inaccettabili e nel frattempo sospendere di fatto, con la massima avvedutezza, la loro applicazione in Patria nelle clausole palesemente vessatorie.

Si predica l’internazionalismo, ma in realtà si pratica un “nazionalismo aperto” (come poteva essere quello di Mazzini nell’800). Non si lavora per un obiettivo europeo democratico e popolare in cui inserire la Grecia, ma si ha in mente la sola Grecia adoperando una retorica europeista. Non è giusto né utile – ritengo – lavorare di fatto per dei privilegi alla Grecia in questa “gabbia” UE (con il retropensiero: “se mi fate fallire fallite anche voi”) ma ha senso invece darsi da fare perché l’Europa non sia più una prigione neoliberista/monetarista e diventi invece uno strumento democratico promotore di diritti e di diritto a livello internazionale.

Cittadini e popoli europei abbiamo bisogno di un’Europa unita e democratica per poter sperare di abbattere la “dittatura finanziaria” che sta opprimendo l’intero mondo. Non ci serve tornare, paesello per paesello, alle singole monete nazionali (se non addirittura regionali) ma di costruire un controllo pubblico e democratico su una moneta in grado di pesare nel mondo – e magari, ad esempio, di superare il dominio del dollaro, che oggi è il dominio della turbo-finanza dei derivati.

(Anche la geopolitica dell’energia, che è tra l’altro il fattore determinante della crisi Ukraina, restringe i margini delle manovrette. La guerra principale che si sta combattendo da quelle parti – almeno per il momento è così – ha come posta principale chi deve rifornire di gas e di petrolio l’Europa: se devono essere gli USA, con le nuove tecnologie del fracking che pescano dalle rozze scistose, o se deve continuare ad essere la Russia, con i sistemi produttivi tradizionali. La dipendenza energetica è anche dipendenza economica, quindi è una manna per chi si propone di esercitare un’egemonia politico-militare).

Secondo lo stesso schema di ragionamento, non ci serve organizzare le energie per uscire singolarmente dalla NATO, ma occorre unirsi per scioglierla con un’azione europeista e internazionalista. Ammettiamo che il nostro Alexis (ci credo poco), appena eletto capo del governo, dichiari: “Da oggi la Grecia esce dalla NATO e si fa pacificamente i fatti propri” crediamo che questo possa influire, ad esempio, sulla crisi Ucraina che, grazie proprio all’allargamento della alleanza atlantica, può precipitarci nel vortice disastroso di una guerra persino nucleare? Penso che, se abbiamo a cuore la pace (ed in fin dei conti, la nostra stessa sopravvivenza) dovremmo piuttosto consigliare di sabotarne le tendenze belliche dall’interno, con alcune prese di posizione dall’impatto politico e pratico realmente micidiale, se si considera il dato fondamentale che lo Statuto dell’Alleanza impone decisioni all’unanimità:

1- la Grecia non voterà mai l’allargamento ulteriore della NATO ad Est perché pone il problema dello scioglimento collettivo dell’Alleanza, ormai residuo fossile (in tutti i sensi) della Guerra Fredda finita da un pezzo;

2- la Grecia chiede l’immediata denuclearizzazione della NATO e si pronunzia per una immediata Convenzione internazionale che proibisca le armi nucleari;

3- per la Grecia si può relegare in soffitta l’impegno collettivo NATO a spendere il 2% del PIL per la difesa;

4- per il voto greco, si dovrà togliere la sigla NATO a tutte le missioni militari “out of area”;

5- la Grecia decide unilateralmente che le basi di truppe USA e NATO sul suo territorio le chiude (anche lì lo Zio Sam ha proteso le sue lunghe braccia armate!).

A questo punto, mi pare ovvio, sarebbero gli USA, con il loro blocco militare di fatto non più utilizzabile, a darsi da fare per espellere la Grecia (ed è anche prevedibile che, provandoci anche con le cattive, ci riuscirebbero presto, considerati gli attuali rapporti di forza). Verrebbe comunque fuori un pandemonio, in termini di dibattito politico e di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, che potrebbe essere orientata su come un blocco militare viola lo spirito e la lettera della Carta dell’ONU. Ma per concepire questo tipo di tattica realmente radicale bisogna essere internazionalisti di nome e di fatto, non semplicemente dei nazionalisti “aperti” impreziositi da “narrazioni” internazionaliste…

Qualcuno potrà osservare: manifesti una sfiducia preventiva alquanto immotivata sulla natura “rivoluzionaria” di Syriza e del suo leader. Syriza è la speranza più corposa e concreta per una rifondazione libertaria ed egualitaria della sinistra europea, in conformità alle migliori tradizioni storiche del nostro continente, dall’Illuminismo alle culture del Movimento Operaio ed alle maturazioni culturali femministe, ecologiste, pacifiste, mondialiste. Sarà, forse, speriamo. Ho però appena visitato il sito ufficiale della sinistra radicale al Parlamento Europeo (http://www.guengl.eu/) e devo costatare che la parola NATO la si deve cercare con la lente di ingrandimento nelle pieghe, negli anfratti, ed è sempre affrontata di striscio come problema derivato e secondario. Sicuramente non c’è consapevolezza della centralità strategica della denuclearizzazione civile e militare, che è il cuore dell’estinzione della NATO, anche nel suo collegamento con la conversione energetica rinnovabile, base essenziale dell’ecosviluppo alternativo. La “nuova” sinistra che emerge dal sito mi pare purtroppo “vecchia” nel privilegiare una logica redistributiva quando nel XXI Secolo è arrivato il momento di proporre un nuovo immaginario della ricchezza e un nuovo modo di produrla, consumarla, amministrarla…

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