Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Sei domande all’economista Domenico Moro sul governo Monti

Postato il 22 Dicembre 2012 | in Italia, Scenari Politico-Sociali | da

Sul quotidiano Pubblico hai recentemente pubblicato un articolo ( http://keynesblog.com/2012/11/29/le-risorse-per-la-sanita-ci-sono/) ove attacchi il Governo Monti confutando la tesi che non ci sono più risorse disponibili per la sanità. I soldi ci sono? e come andrebbero spesi?

Per mesi è stata raccontata la favola dell’austerità indispensabile per risanare il debito. Nel frattempo è cresciuto lo spread (spiega cosa è) ed è crollata la domanda. …

Quali sono le emergenze reali del paese e come affrontarle?

Quali sono le linee guida della legge di stabilità ?

Oltre al tuo lavoro di ricerca sei anche un militante comunista e recentemente hai scritto un articolo che ha destato numerose polemiche a sinistra. Il suo titolo è emblematico:I comunisti, la tattica e le alleanze e esprimi una critica documentata al Governo prodi  i e 2 e al Partito democratico. Vuoi tornare su questo articolo spiegando le scelte di un futuro governo di centrosinistra ?

Prima domanda) I deficit sanitari di molte regioni italiane dipendono da tre ragioni. La prima consiste nelle crescenti sovvenzioni dirette ed indirette erogate dalle regioni a favore del privato. La sanità è uno dei settori in cui il capitale privato ha maggiormente incrementato la sua presenza, proprio perché garantisce alti profitti, dovuti a sovvenzioni statali, e agisce di fatto in condizioni di semimonopolio al di fuori dai rischi del mercato e della concorrenza che in altri settori si è fatta più accesa. La seconda consiste nella riduzione dei trasferimenti statali alle regioni e della imposta da cui proviene il 60% del finanziamento della sanità regionale, l’Irap. I vari governi hanno acconsentito alle richieste della Confindustria di ridurre l’Irap, presentandola come una imposta, mentre in realtà rappresenta la parte del salario – quella indiretta – che va a pagare la sanità dei lavoratori dipendenti. La terza ragione è la forma assunta dalla regionalizzazione stessa, basata sul concetto secondo cui il federalismo fiscale e sanitario sarebbe di per sé migliore di una gestione sanitaria nazionale. Si è visto chiaramente che, in un contesto politico-sociale come quello attuale, il federalismo favorisce connessioni improprie tra ceto politico locale e imprenditori locali. Un primo passo verso la soluzione della questione sanitaria consiste nel ristabilire adeguati trasferimenti statali, attraverso il recupero di risorse mediante una riforma complessiva del sistema fiscale in un senso più progressivo, e nel ripristino di aliquote dell’Irap più alte e nell’abolizione delle deduzioni per le imprese introdotte dal governo Monti. A tutto questo vanno aggiunte, soprattutto, la riduzione delle convenzioni e dei finanziamenti alla sanità privata, e la reinternalizzazione nel pubblico di funzioni e servizi ora delegati al privato. Un altro passo importante sarebbe la risoluzione dei conflitti di interessi che una parte della classe medica italiana ha con l’industria sanitaria e farmaceutica.

Seconda domanda) Lo spread è la differenza tra i tassi d’interesse sul debito statale che pagano l’Italia e gli altri Paesi dell’area euro e i tassi pagati dal governo tedesco. Non esiste un rapporto di causa effetto diretto tra aumento del debito e aumento dei tassi d’interesse e, tantomeno, esiste una correlazione diretta tra austerità e tassi d’interesse. Ne sono la dimostrazione i casi di Giappone e Usa, che hanno debiti alti come e più del nostro ma pagano tassi molto più bassi dei nostri. Ad ogni modo, i tassi d’interesse sul debito italiano con Monti, dopo un prima discesa sono risaliti subito a livelli vicini a quelli toccati con il governo Berlusconi. Sono scesi solo dopo che la Bce, come richiesto da molti, si è decisa a fare una politica, fra l’altro non molto aggressiva, di erogazione di liquidità. Politiche di austerità e di riduzione degli investimenti statali produttivi hanno il solo effetto di deprimere la domanda e la produzione, aumentando il debito in rapporto al Pil, che è l’indicatore di cui tiene contro l’Europa e i cosiddetti mercati, che poi non sono altro che le banche e gli istituti finanziari italiani e mondiali.

Terza domanda) La prima emergenza reale non è lo spread ma è il ritorno della povertà di massa. Ciò dipende dalla disoccupazione, che è arrivata a comprendere tre milioni di persone, dalla sottoccupazione e dal crollo dei salari reali. Questi fenomeni dipendono da due fattori: il crollo della produzione manifatturiera, che rischia di lasciare l’Italia con un apparato industriale ridimensionato e il blocco del turn over e dei contratti nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe bisogno di maggiori investimenti. Quelli statali, però, vengono bloccati a priori a causa del fiscal compact e dell’inserimento del pareggio di bilancio obbligatorio in Costituzione. Gli investimenti privati preferiscono prendere la strada dell’estero, anche con le delocalizzazioni, degli investimenti di portafoglio, spesso speculativi, oppure dei monopoli artificiali, che, fuori dalla concorrenza (autostrade, utility, ecc.), garantiscono profitti più alti. La rivendicazione di un nuovo intervento dello stato non solamente come regolatore ma soprattutto come imprenditore deve essere intesa oggi non come una tesi economica da intellettuali illuminati, ma come un obiettivo di lotta politica della classe lavoratrice.

Quarta domanda) La legge di stabilità ha messo in atto un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei lavoratori e dei più poveri e a favore delle grandi imprese e dei più ricchi. Da una parte si sono tagliate le spese sociali (sanità ed istruzione), e si sono introdotte imposte regressive che gravano di più sui lavoratori e sui più poveri, come l’Iva e l’Imu sulla prima casa, una vera patrimoniale dei poveri. Dall’altra, si sono ridotte le imposte alle imprese, mediante la riduzione dell’Irap e la detassazione (2 miliardi) del salario di produttività. In realtà, non è la produttività che andrà ad essere finanziata ma il lavoro straordinario, notturno e festivo. Inoltre, con la scusa della produttività verrà depotenziato il contratto nazionale a favore della contrattazione locale, indebolendo la capacità negoziale complessiva dei lavoratori. Il vero ed unico risultato del governo Monti sarà aver ricondotto le condizioni di sfruttamento della forza lavoro al livello di cinquanta anni fa. E questo anche grazie alla controriforma Fornero del mercato del lavoro e all’innalzamento dell’età di pensionamento al livello più alto in Europa.

Quinta domanda) L’articolo che citate ha, in effetti, sollevato un certo dibattito. Credo, tuttavia, di aver scritto delle cose abbastanza ovvie e cioè che sarebbe ora di trarre un bilancio dall’esperienza ventennale di alleanza tra i comunisti ed il centro-sinistra. Questa esperienza è stata disastrosa per i lavoratori italiani e per le formazioni comuniste e di sinistra che vi hanno partecipato. Bisognerebbe quantomeno farne una analisi critica. Nel caso in cui l’esperienza passata non fosse da sola ancora sufficiente a chiarirci le idee, l’appoggio determinante che il Pd ha dato al governo Monti avrebbe dovuto palesare a tutti che con il Pd non era possibile stabilire alcun confronto programmatico serio. Del resto, più recentemente, chi pensava con la partecipazione alle primarie di spostare il Pd a sinistra, è stato, come prevedibile, smentito. Il Pd con le primarie si è spostato ancora più a destra. Ed ora Bersani non perde occasione, comprese le interviste al Wall street journal, per garantire sulla sua accettazione dell’agenda europea. Il Pd è lontanissimo da una posizione di socialdemocrazia classica, mentre si fa coerente portatore delle istanze del capitale finanziario e monopolistico europeo. Quest’ultimo è capace di cambiare tavolo di gioco a seconda delle convenienze, tanto più che ha già blindato il perimetro entro cui dovrà operare il prossimo governo. Ora, il tavolo migliore è il Pd, anche perché garantisce, attraverso il suo rapporto con la maggiore delle forze sindacali, un maggiore consenso sociale. Un dato dimostrato dal fatto che la partecipazione del Pd alla maggioranza a sostegno di Monti ha quantomeno “ammorbidito” l’opposizione della Cgil nei confronti delle peggiori misure attuate contro il lavoro da almeno trenta anni a questa parte. Chi diceva che non ci sono mai stati i margini per un accordo tra sinistra e Pd riceve sempre nuove conferme. È ormai chiaro che l’unico modo, il modo giusto, per ritornare in Parlamento è quello di costruire una alleanza di tutte le forze che si sono battute contro Monti. L’obiettivo principale per noi, però, dovrebbe essere quello di ricostruire una vera opposizione di classe in Italia e, insieme, un partito che unifichi i comunisti. Il ritorno in Parlamento non deve intendersi come funzionale a sé stesso, deve essere, invece, collegato a tale obiettivo. Le prossime elezioni sono un passaggio, certo importante per il risultato e per il modo in cui lo coglieremo, di un percorso più complessivo. La ricostruzione di una vera sinistra di classe e di rapporti di forza adeguati è un compito che richiede tempo e che può essere svolto solo a due condizioni: definire una corretta analisi delle novità della fase storica attuale, e derivare da questa analisi una strategia cui collegare con coerenza una tattica che sia una vera tattica politica e non tatticismo elettoralista. L’Italia, l’Europa, il Mondo sono cambiati e non è più possibile insistere con formule politiche ed atteggiamenti ideologici vecchi ed inadeguati. Costruire una sinistra di classe e un partito comunista unito è possibile solo attraverso una ampia ed aperta discussione sulle questioni di fondo, che è sempre stata scansata da quando il Pci si è sciolto, e soprattutto mediante una difesa determinata dell’autonomia ideologica e politica di classe.

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