Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Risparmio gestito, TFR e lavoratori soli in mezzo agli avvoltoi

Postato il 2 Dicembre 2025 | in Italia, Scenari Politico-Sociali | da

Come è puntigliosamente (facendo nomi e cognomi di banche, testate giornalistiche, economisti e giornalisti) e chiaramente indicato nel saggio “i nostri soldi e l’inflazione” del Professore Beppe Scienza, sia le banche che la stampa specializzata nelle proprie analisi utilizzano pochi dati e competenze economico/finanziarie e molti argomenti funzionali al perseguimento dei propri profitti, quindi non è assolutamente il caso di affidarsi ai loro consigli per un palese conflitto d’interesse e per un’imbarazzante (speriamo voluta) ignoranza dei fondamentali dell’economia, per fare un solo esempio esplicativo, citato nel saggio, nella prima pagina del sole 24 ore del 30 luglio 2022 veniva affermato che (nel 2022) fare la spesa costava come nel 1984, non si capisce dove questa gente abbia preso la laurea ma soprattutto è evidente che non hanno mai fatto personalmente la spesa, infatti da dati ISTAT, in quei 38 anni i prezzi sono aumentato del +201,6%. Gli esempi pratici citati nel saggio di B. Scienza sono decine, ma quello che ci preme farvi capire è che non ci si può assolutamente fidare di loro, perché questi soggetti (banche, assicurazioni, economisti, giornalisti, sindacalisti), sono in condizione di chiaro conflitto d’interesse e in Italia (all’estero è un po’ meglio) non rispettano minimamente l’etica professionale che li dovrebbe contraddistinguere.

Considerato quanto sopra è evidente che i soggetti sopra citati non Vi consiglieranno mai strumenti finanziari che non gli portano profitti o gliene portano pochi, così saranno inevitabilmente molto ostili al TFR e spingeranno sui fondi pensione, saranno contrari (fino ad arrivare ad ostacolarvi) a farvi acquistare i titoli postali o statali indicizzati all’inflazione perché gli portano pochissimi profitti, anche i titoli obbligazionari, soprattutto se legati almeno in parte all’inflazione, non li sponsorizzano e saranno ugualmente contrari al mantenimento di una certa quantità di contante (5-10%) usanza molto in voga all’estero, soprattutto in Germania dove il contante non è giustamente demonizzato (tutti gli studi europei hanno dimostrato che non esiste una correlazione tra evasione fiscale e contante, tranne che per le piccole transazioni).

Naturalmente dall’alto della loro presunta competenza e dal basso della nostra inevitabile ignoranza è facile farci ingannare dalle varie volpi che popolano la foresta del risparmio, ed è complicato anche capire quando e quanto ci hanno rubato, in questo contesto il fattore più importante a cui fare riferimento è l’inflazione, stando attenti a commisurare tutti gli investimenti a tale tasso, detraendo dagli eventuali rendimenti tutti i costi palesi (imposte, spese di apertura) e nascosti (spese amministrative e di gestione, spese per le varie operazioni straordinarie, spese legate ai vari titoli del portafoglio). In questo contesto vengono utilizzate formule e frasi tese a tranquillizzare il cliente, la più famosa e tranquillizzante è: “Capitale Garantito” ma ad esempio con un’inflazione dell’8% (come nel 2022) il capitale garantito dopo 7 anni avrebbe perso il 42% del suo potere d’acquisto (fonte “i nostri soldi e l’inflazione”), infine naturalmente esiste il fattore rischio, che guarda caso è sempre presente nelle varie tipologie (solitamente direttamente proporzionale all’ipotetico rendimento) di investimento proposte, tale rischio può arrivare (ed è successo) ad azzerare o quasi l’investimento, ma anche supponendo che il nostro fondo non fallisca e che intervenga la famosa garanzia del rimborso del “valore nominale” dell’investimento (ad esempio verso 55.000 €. e mi viene rimborsato un capitale di 55.000 €), supponendo un tasso di inflazione del 2% annuo, avremmo il seguente valore reale delle garanzie dei fondi pensione.

In 40 anni 45% ( potere d’ acquisto residuo residuo) – 55% (Perdita ammessa da contratto )
In 65 anni 28% ( potere d’ acquisto residuo residuo) – 72% (Perdita ammessa da contratto )

Ma il problema sorge anche quando dopo decenni viene erogata una somma con un certo valore di rivalutazione, per il lavoratore è difficile valutare la congruità della somma percepita perché bisognerebbe valutare l’andamento dell’inflazione nei decenni, oltre che naturalmente gli altri fattori come imposte e spese di gestione. Facciamo notare che i fondi alternativi al TFR vengono venduti come pensione complementare, ma alla prova dei fatti oltre l’85% sceglie poi la liquidazione in un’unica soluzione.

Torniamo al nostro TFR che è uno dei pochi investimenti che i nostri magri stipendi ci permettono di continuare a fare in tutta sicurezza, ma come si calcola?
Il TFR prevede per legge una rivalutazione, al lordo delle imposte, nella misura del 75% dell’inflazione annuo, che comunque è anche un minimo, Infatti esso si rivaluta comunque dell’1,5% anche se l’inflazione è negativa.

Invece i prodotti della previdenza integrativa non offrono, quasi mai, nessuna garanzia della conservazione del potere d’acquisto, lo si è visto nel 2022:
+ 10% per il TFR, pari all’8,3% netto;
dal -9,8% al 11,5% per i fondi pensione e PIP.
Riteniamo utile per completezza delle nostre considerazioni riportare il seguente articolo del novembre 2025 inerente il TFR
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“Pensioni integrative, i costi “ammazzano” i rendimenti
di Salvatore Cannavò – il fatto quotidiano

Relazione della Covip. Gli iscritti sono 10,3 mln: le forme complementari generano ritorni risicati e spesso sotto l’inflazione.

Nel lavoro dipendente esiste una chiara tendenza alla sottoscrizione di forme pensionistiche complementari per ovviare all’incerto futuro previdenziale. Tendenza che si traduce in fondi complementari “negoziali”, cioè frutto di accordi sindacali e gestiti anche da Cgil, Cisl e Uil e altri sindacati rappresentativi. Ma non è detto che sia una scelta conveniente. Basta guardare i confronti con il tasso di inflazione, con il rendimento del Tfr accantonato o con quello dei titoli di Stato di medio e lungo periodo. Per battere questi indici lavoratori e lavoratrici devono accettare di sottoscrivere gestioni previdenziali più rischiose, con quote importanti di azioni o di bond aziendali.

La situazione è evidenziata dalla relazione annuale della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensionistici secondo cui a settembre 2025 nelle 291 diverse forme pensionistiche complementari, di cui 33 fondi negoziali, erano iscritti 10,3 milioni di persone, il 4% in più rispetto al 2023. “In rapporto alle forze di lavoro – scrive la Covip – gli iscritti sono il 38,3%; cinque anni prima erano il 31,8%”. Il balzo è chiaro e anche le risorse accumulate sono salite a 255,4 miliardi alla fine dei primi nove mesi del 2025, mentre a fine 2024 si fermavano a 243,4 miliardi. A dare una mano c’è anche la possibilità, prevista ormai da diversi anni, di destinare la quota del Tfr alla pensione complementare. Sui 20,5 miliardi di contributi versati nel 2024, i flussi da Tfr si sono attestati a 8,6 miliardi, circa un quarto del Tfr complessivo generato nel sistema produttivo.

I rendimenti.
Gli andamenti positivi non si riflettono però sui rendimenti: per avere qualche soddisfazione, infatti, i sottoscrittori devono accettare il rischio azionario. Scrive la Covip: “Valutando i rendimenti su orizzonti temporali più lunghi e coerenti con le finalità del risparmio previdenziale, nel periodo che ai dieci anni dall’inizio del 2015 alla fine del 2024 aggiunge anche i nove mesi del 2025, si conferma la superiorità delle linee a maggiore contenuto azionario i cui rendimenti netti medi annui composti si collocano tra il 4,7 e il 5%; per le linee bilanciate, i rendimenti medi sono compresi tra l’1,8 e il 2,9%. La maggior parte delle linee garantite e obbligazionarie mostra invece rendimenti medi positivi ma inferiori all’1%”.
Se si vuole dormire tranquillamente ci si deve accontentare di rendimenti molto al di sotto dell’inflazione. Per i fondi pensione negoziali i rendimenti dal 2014 al settembre 2025 offrono in media lo 0,8% e per salire un po’ occorre sottoscrivere fondi “misti”, quindi con componente azionaria e “bilanciati” (idem) che hanno reso in media il 2,6-2,7%. Secondo i dati forniti dalla Covip, nello stesso periodo l’inflazione media è stata dell’1,9% mentre la rivalutazione del Tfr in azienda del 2,4%.

Andando a prendere però i rendimenti annuali dei BTp, definiti dal Mef, si ottiene un rendimento lordo nel periodo 2014-24 pari al 2,7% che depurato del 12,5% di tassazione fiscale, scende al 2,36%. Con un rischio praticamente nullo, insomma, si possono ottenere gli stessi risultati di investimenti che invece un certo rischio lo prevedano. Basti andare a leggere cosa dicono i fondi in questione.

Alcuni casi.
Il fondo Espero, ad esempio, istituito dai sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda oltre che da Aran e Mef, e che dal 2024 consente di accogliere le adesioni in silenzio-assenso dei dipendenti della scuola assunti a tempo indeterminato a partire dal 2 gennaio 2019, ha tre linee di investimento: Garanzia, Crescita e Dinamico. La prima linea ha ottenuto nel decennio in questione lo 0,62% di media mentre la Crescita il 2,88%. Ma leggendo le informazioni fornite dal Fondo si osserva che il grado di rischio è “medio” e la composizione del portafoglio titoli prevede il 30% di azioni internazionali, il 40% in obbligazioni “del mercato globale” mentre il 29% è in strumenti monetari e in obbligazioni di breve durata. Il Fondo ha 105.709 aderenti, con una crescita nel 2024 del 7% dovuta, si legge nel Bilancio annuale, “all’imprescindibile ruolo delle parti istitutive, il ministero dell’Istruzione e del Merito, da un lato, e le organizzazioni sindacali, dall’altro, che hanno promosso un elevato numero di assemblee promosse su tutto il territorio nazionale”.

Gli scritti al Fondo Perseo Sirio sono il doppio, 207.043 e provengono dai vari comparti della Pubblica amministrazione. Il fondo garantito di Sirio ha reso nel decennio in osservazione solo lo 0,91% con una gestione affidata interamente a Unipol Spa mentre i fondi bilanciato e azionario sono stati sviluppati solo dal 2023. In campo privato il fondo dei metalmeccanici, Cometa, alla fine del 2024 contava ben 496.951 lavoratori con una crescita del 4,24%. La sua linea di investimento Monetario Plus ha realizzato nel decennio osservato appena lo 0,34% mentre la linea Reddito, a cui aderisce il 65% degli iscritti, solo l’1,61%. Per vedere un risultato migliore, il 2,93% come media nel decennio, occorre salire al bilanciato Crescita. Nel caso di Cometa la gestione è affidata a un pool di grandi fondi internazionali come Allianz, Axa, Amundi e Blackrock.

Cosa si mettono in tasca i lavoratori, pochi, che hanno finora avuto accesso alle prestazioni erogate? Secondo quanto scrive Covip, il numero di prestazioni pensionistiche erogate in forma di capitale nel 2024 “è pari a 62.400, per complessivi 1,9 miliardi di euro” quindi una media di 30 mila euro a testa. I casi di trasformazione in rendita sono stati esigui, solo 715 “per un importo complessivo di 60 milioni di euro”, quindi una media di 84 mila euro a testa da far durare per 15-20 a seconda delle speranze di vita.

I costi.
I fondi, infine, hanno dei costi: di gestione, di amministrazione, di personale e di gettone per le cariche apicali. Sui dieci anni qui trattati “l’Indicatore sintetico dei costi (Isc) è pari allo 0,49 per cento”, in gran parte destinati a remunerare i gestori. Che sono sostanzialmente gli stessi per tutti. La Covip osserva che “un operatore svolge l’attività per 22 fondi e un secondo soggetto per altri sei.” In cifre assolute i costi del 2024 complessivamente sostenuti dai fondi pensione negoziali “ammontano a 213 milioni di euro contro i 196 milioni dell’anno precedente”. Un buon affare, dunque, ma per i consulenti e le aziende che gestiscono i prodotti finanziari inseriti nei fondi pensione complementari”.
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In realtà i costi citati nel sopra riportato articolo potrebbero essere nettamente superiori, così secondo uno studio di Mediobanca Area Studi, Indagine annuale su fondi e SICAV di diritto italiano – 2020, riporta come gli oneri di gestione annui in % del patrimonio, nel periodo dal 2009 al 2018, per i fondi azionari vanno dal 2,1% al 2,9% e i fondi obbligazionari dall’1,1% al 1,2%, ma si arriva a picchi del 5,6% e del 6,3% per alcuni fondi azimut.

Vi vogliamo infine parlare degli antesignani dei fondi pensione, le polizze vite degli anni 70/80, che come i fondi pensione garantivano alla scadenza un capitale o una rendita, naturalmente nessuno, sindacati (tranne quelli di base) e la galassia del risparmio gestito, vuole che trapeli ciò che è successo in quegli anni e i media “sponsorizzati” celano gelosamente alcune verità storiche. Così sulla stampa o in televisione non è mai uscito nulla sulle pesantissime perdite subite da chi negli anni 70/80 ha sottoscritto prodotti previdenziali per la propria vecchiaia, ad esempio l’assicurazione SAI (individuata con la tariffa n. 66) assicurava una redditività annua del 3,4% nominale composto, peccato che in termini reali il lavoratore recuperò agli inizi degli anni 90 solo il 32,7% ragionando sul reale potere d’acquisto, l’assicurazione non era fallita, il contratto era stato rispettato ma il lavoratore ha subito una perdita reale del 67,3%.
Altri tipi di investimenti che consigliamo di evitare sono gli ETF (Exchange Trade Fund) perché non offrono sufficienti garanzie, non hanno una scadenza (quindi non si sa quanto si potra ottenere dopo un certo periodo, esempio 10 anni), duplicazione dei costi di gestione, svantaggi fiscali (impossibilità di compensare le minusvalenze) e i PAC (Piani di Accumulo di Capitale) che rappresentano una trappola inventata dal risparmio gestito, finalizzata a incastrare psicologicamente i clienti, che avranno in cambio scarsi rendimenti e alte spese di gestione.
Di fronte a tali abusi, che erodono i risparmi dei lavoratori, con l’attiva complicità di chi li dovrebbe difendere, ci verrebbe voglia di creare un nucleo di consulenza finanziaria, ma finiremmo per snaturare la mission del sindacato, Vi invitiamo però a non abboccare alle sirene e non cedere alle pressioni di chi ha in realtà solo interessi economici che non sono i vostri.

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