Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

Il piano Milano di case libere

Postato il 7 Gennaio 2015 | in Italia, Scenari Politico-Sociali | da

Riceviamo e pubblichiamo

Il “piano Milano” di case libere

S505-16-12-2014una campagna militare di pulizia etnica lanciata da Comune Prefetto Regione contro senza tetto, inquilini disoccupati, occupanti impotenti  a prendere in affitto un’abitazione privata.

Respingere gli sgomberi con tutti i mezzi possibili.

Fronte comune di tutti i comitati per la casa.

Inserire la questione alloggi nel più vasto quadro della lotta per il salario e per il rovesciamento del potere padronale. Guerra di classe contro guerra statale. 

Con novembre la caccia agli occupanti abusivi delle case popolari di edilizia pubblica (di proprietà del Comune e dell’Aler) si è trasformata in “pulizia etnica”. E l’eliminazione di senza tetto, senza salario, povera gente, in campagna militare. Non solo ha trovato piena operatività la minaccia di tagliare gas e luce anche ai bambini, contenuta nell’art. 5 del D.L. 28 marzo 2014 n. 47, ma è diventata centrale la campagna di spazzar via gli “abusivi” dagli alloggi degradati, rattoppati dagli stessi. L’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, Majorino Pierfrancesco, all’inizio del mese ha ammonito brutalmente che chi occupa va sgomberato con ogni mezzo e che gli edifici vanno difesi anche coi vigilantes. Favorite dalla copertura governativa, la pressione speculativa dei gruppi finanziari-immobiliari e la bile ordinista di medi e piccoli proprietari hanno rotto gli argini e acceso le polveri della campagna militare. Gli stessi poliziotti hanno iniziato ad addestrarsi all’uso dello “spray al peperoncino” per tenere a distanza i resistenti; mentre una leva di vigili urbani si adegua a compiti di forza ausiliaria. Diamo un colpo d’occhio agli ultimi sgomberi che, con il loro enorme apparato di forze, marcano il passaggio alla “pulizia etnica”.

Il 13 novembre ingenti forze di polizia sgomberano due alloggi Aler in Via Salomone. E respingono la resistenza di una cinquantina di oppositori (tra inquilini ed elementi dei centri sociali) che cercano di sfondare il cordone ed impedire lo sgombero. Il 17 viene buttata fuori in Via Vespri Siciliani (al Giambellino) una donna con due bambini. Alcune decine di residenti e antagonisti si oppongono a sassate allo sgombero. Ci sono scontri, cui conseguono due arresti e otto feriti; ma lo sgombero viene eseguito implacabilmente. Il 18 le forze dell’ordine sgomberano in mattinata in Via Ravenna (al Corvetto) le due villette occupate dagli anarchici: il “Corvaccio” e “La Rosa nera”.Gli occupanti resistono appiccando il fuoco  ai cassonetti, mentre tre giovani salgono per protesta sul tetto ove restano fino alle 19. Si accendono gli scontri che si prolungano fino a sera lungo i Navigli ove i manifestanti battono in ritirata. Vengono fermati nove resistenti. In serata si forma un corteo che, tra vari incidenti, si dirige verso il carcere di S. Vittore per richiedere la liberazione di tre arrestati. L’enorme impiego di forze di polizia in assetto antisommossa marchia così, sinistramente, la militarizzazione dei quartieri popolari.

Il piano case libere “Modello Milano”

La campagna militare viene ufficialmente bandita il 18 con la sottoscrizione da parte del Comune della Regione dell’Aler e del Prefetto per le forze dell’ordine di un documento battezzato “Modello Milano”. Dal documento è ricavabile in prima battuta il quadro della situazione abitativa che può essere compendiato in queste cifre: a) gli alloggi dell’Aler e del Comune ammontano a 89.000 circa, di cui 39.000 comunali; b) 9.700 abitazioni, di cui 1.300 in ristrutturazione, sono sfitte; la lista di attesa dei richiedenti alloggi quota 25.000 domande di alloggio; c) gli alloggi occupati irregolarmente sono 4.500, di cui l’80% da più di 25 anni; d) da gennaio 2013 vengono segnalate 1.500 occupazioni; e) il tasso di morosità viene indicato nel 30%. Questo il quadro, da prendere sempre con le pinze per quanto riguarda l’esattezza dei dati. Ma subito dopo questi dati il documento afferma e prevede:

1) che vengano potenziati gli ispettori e gli operatori sociali;

2) che gli sgomberi vengano effettuati a oltranza e a tolleranza zero partendo dalle occupazioni in flagranza e proseguendo con gli sgomberi programmati settimanalmente;

3) che le segnalazioni relative alle occupazioni confluiscano al 112 al fine del più rapido intervento;

4) che ai Vigili Urbani venga assegnato il ruolo chiave nel coordinamento delle operazioni;

5) che vengano designati 20 “tutor” di quartiere col compito di impedire nuove occupazioni e tenere i rapporti tra inquilini assegnatari comitati e Aler.

Rispondendo, dopo la firma del documento, sul ruolo delle “squadre anti-occupazione” il Prefetto Tronca ha dichiarato: a) che il “Modello Milano” punta all’efficacia degli interventi contro le nuove occupazioni, mentre per le vecchie si procederà con una programmazione settimanale; b) che la firma di Maroni e Pisapia assicura che il piano verrà eseguito puntualmente; c) che l’obbiettivo del “Modello Milano”è di snellire burocrazia e procedure; d) che le forze dell’ordine sanno come affrontare la tensione e i gruppi antagonisti che si stanno spostando sempre più sulla crisi abitativa. Quindi il “Modello Milano” delinea, in sintesi, un’operazione politico-burocratica-poliziesca permanente per la cacciata degli inquilini morosi e occupanti bisognosi, la liberalizzazione dell’edilizia pubblica, la militarizzazione urbana.

L’esplosività della questione abitativa risultato combinato della politica di abbandono e privatizzazione del patrimonio pubblico e della riduzione – perdita del salario

La questione alloggi è un nodo dei rapporti sociali. Il nodo che intercorre tra proprietari (privati e pubblici) e non proprietari di casa (in Italia il 15% circa della popolazione) nel quadro dello sfruttamento capitalistico del lavoro salariato. E la tensione abitativa, che esplode in certi quartieri (Giambellino, Baggio, Niguarda, Salomone, Corvetto, ecc…), non può essere ricondotta a turno o allo specioso “abusivismo incontrollabile” o alla “nuova povertà”. Deriva dal giuoco combinato tra rendita e profitto nei confronti dei lavoratori e dal livello di lotta di questi ultimi.

Consideriamo il primo aspetto. L’esplosività abitativa, che contrassegna il comparto delle case popolari, ha la sua prima causa nella politica di smantellamento e di privatizzazione dell’edilizia popolare, molto antecedente all’«abusivismo» e alle “nuove povertà” odierne. L’Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale) da decenni persegue una politica antipopolare di abbandono degli alloggi e di disinvestimento nell’edilizia pubblica, di speculazione privata e giuochi finanziari, di gestione affaristica e criminosa. Oggi questo carrozzone è semi-fallito, si parla di un deficit finanziario di 350 milioni; ed è impotente ad effettuare qualsiasi manutenzione e/o ristrutturazione. E sta in piedi solo per svendere e per sbranarsi gli inquilini morosi che dal 2013 al 2014 sono raddoppiati, particolarmente in seguito all’azzeramento del fondo di sostegno a favore degli inquilini indigenti, salendo quasi a 30 mila. Per cui nel 2015 una torma di cani famelici verrà sguinzagliata nelle case degradate per strappare soldi a questi indigenti.

Da parte sua il Comune si è mosso sulla falsariga dell’Aler, sbarrando gli alloggi rilasciati o vigilando quelli ristrutturati; e, soprattutto, seguendo la politica del caro canone a smaccato sostegno del caro affitti in una città con un’infinità di case sfitte (da 80 a 100 mila). Inoltre esso ha compresso via via fino ad azzerarli i sostegni agli inquilini bisognosi (1). Infine, per potere manovrare più liberamente, esso ha affidato la gestione del proprio patrimonio alla “Metropolitana Milanese S.p.A.”, la quale dal primo dicembre sta inventariando le posizioni dei singoli inquilini con l’obbiettivo di rastrellare soldi ed elevare gli introiti. Per cui anche da questo lato vedremo ben presto all’opera, per spolparsi l’osso, gli “esecutivisti apri tutto” proliferati dagli artt. 17-18-19-20 del D.L. n. 132 del 12/9/2014 in materia di esecuzione forzata. Quindi una causa specifica della tensione abitativa negli alloggi popolari (2) sta proprio nella politica di fiancheggiamento e di apripista svolta da Enti e Comuni a favore della rendita immobiliare nella gestione dell’edilizia pubblica.

Passiamo al secondo aspetto, al rapporto tra capitale e lavoro. Il fattore principale e determinante del livello dei consumi (qui inteso come quantità di mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per riprodursi socialmente, di cui il “bene casa” costituisce un articolo) è dato dal livello del salario. Il livello del salario non si determina automaticamente né per effetto delle cosiddette “leggi di mercato”, bensì sulla base dei rapporti di forza tra padroni e operai. Rapporti che, per quanto riguarda i lavoratori, sono determinati dalla loro capacità di lotta e di organizzazione. Da 25 anni i salari scendono e da 7 si perdono. Oggi non ci sono i soldi per mangiare e non è pensabile che si possa pagare l’affitto. Perciò sotto l’effetto concentrico della perdita del salario e dell’azzeramento del sostegno agli inquilini bisognosi (3), nonché ai senza tetto, l’esplosività abitativa diventa incontenibile anche “manu militari”.

Veniamo infine all’ultimo aspetto, agli obbiettivi della lotta e ai livelli organizzativi.

La mobilitazione unitaria dei comitati del 27 novembre al grido “stop agli sgomberi”

Incominciamo con l’esame degli ultimi sgomberi e mobilitazioni. Il 25, procedendo in base alla tabella degli sfratti programmati, la polizia espelle da Via Apuli 4 in Giambellino una  donna marocchina madre di due figli. Lo sgombero viene portato a termine nonostante la resistenza di un centinaio di antagonisti. I presidianti però non desistono e danno vita a un corteo da Largo Giambellino a P.zza Tirana. In serata si forma un altro più corposo corteo di protesta, il quale, dopo avere raggiunto P.zza Tirana, ritorna al punto di partenza attraverso Via Lorenteggio, suscitando la simpatia del quartiere. Le manifestazioni di protesta si fanno più frequenti e consistenti. E si determina un certo avvicinamento tra i comitati per la casa. Il 26 mattina in Via Tracia 7 in zona S. Siro viene sgomberata una famiglia di romeni con 3 figli. Nel primo pomeriggio la famiglia sgomberata rioccupa l’alloggio (4). Il rientro nell’alloggio viene sostenuto da un centinaio di residenti e di antagonisti che respingono la polizia e che in serata manifestano in P.zza Selinunte contro il governo statunitense per l’assassinio da parte di un poliziotto di un giovane nero a Ferguson. Il 27 è un giorno di particolare importanza per la resistenza agli sgomberi. I comitati anti-sgombero si ritrovano insieme in una manifestazione unitaria. Al grido comune “stop agli sgomberi” un folto corteo di 300 manifestanti sfila per P.zza Selinunte, ribadendo il “diritto all’abitazione” e condannando la violenza della polizia. La giornata viene poi completata da varie manifestazioni che si svolgono in altri quartieri (5). L’ultima manifestazione dei comitati per la casa, che cade sotto il nostro esame, è quella del 4 dicembre davanti al Comune che si conclude con un nulla di fatto per la mancanza di una visuale e di una linea di azione comuni. Svolto quest’ultimo esame ed entrando in argomento va subito sottolineato sul piano operativo e prospettico che non si può affrontare la questione abitativa senza partire dalla concreta condizione proletaria e quindi senza collegarla e subordinarla alla più generale battaglia proletaria contro il padronato e l’apparato statale. Non potrà mai esserci sotto il dominio del capitale, della rendita finanziaria e immobiliare, una soluzione dignitosa, accettabile, per le masse proletarie e popolari, della questione abitativa. E va altresì sottolineato che sul terreno alloggi lo scontro si fa sempre più cruento e la resistenza agli sgomberi, e in generale la lotta per l’abitazione si fa sempre più dura proprio e in quanto degrado abitativo e sfratti sono un corollario della riduzione e perdita del salario, cioè del peggioramento delle condizioni di vita del salariato. Proprietà immobiliare, Regione, Comune, e tutto l’ambiente padronale, trattano ormai morosi e occupanti come “criminali”; e spingono la macchina statale a militarizzare la città, la polizia municipale, assoldando vigilantes a custodia di case costruite coi soldi degli sfrattati e sfrattandi. Solo con la guerra di classe, non con la semplice lotta per il “diritto all’abitazione”, è possibile in questa fase bloccare gli sfratti, congelare gli affitti ai bisognosi, requisire e assegnare case ai senza tetto. Per affrontare questo scontro adeguatamente è quindi necessario un avanzamento tattico-strategico.

Per un fronte di classe anti-proprietario anti-padronale anti-statale proteso al potere proletario

E quelli che seguono sono i passi da fare per questo avanzamento.

In primo luogo bisogna sgomberare il terreno da false visuali e da castranti richieste. È falso credere che i gruppi finanziari-immobiliari mirino a ghettizzare i luoghi di insediamento abitativo popolare. Al contrario essi ambiscono a mettere le mani su questi insediamenti quasi tutti  rientranti in circuiti a elevata rendita urbana. Per converso non serve pietire la fissazione di un canone legale a modifica della legge sulle locazioni, la n. 431/98 che ha messo le ali coi superaffitti alla “libera rendita”. Il punto è che i lavoratori non debbono né sottostare né rimettersi alle decisioni statali e che debbono porre i loro bisogni e interessi a base di ogni loro richiesta. E la rivendicazione giusta è che i canoni, in generale per case private e pubbliche e salve le situazioni di bisogno e/o di indigenza, in cui va applicato l’esonero, non superino il 10% del salario del maggiore percettore o della pensione.

In secondo luogo va svolto nei caseggiati popolari un lavorio capillare e metodico di propaganda e di organizzazione allo scopo di convogliare nelle azioni di difesa e di lotta inquilini e occupanti, eliminando attriti e divisioni tra assegnatari e occupanti, tra occupanti”storici” e occupanti “recenti” ed emarginando le condotte prevaricatrici individuali o di gruppo. Gli inquilini e gli occupanti debbono costituire la prima linea di difesa e di lotta nel blocco degli sfratti e degli sgomberi e un baluardo nella difesa degli occupanti per necessità. Una parte di questo lavorio va svolta inoltre tra i richiedenti alloggio in lista di attesa per accelerare l’assegnazione delle case sfitte ed esercitare una pressione crescente per la requisizione e assegnazione di case vuote.

In terzo luogo i comitati per la casa non possono continuare ad agire come membra separate dell’organismo proletario ed agitare la questione abitativa come “vertenza sociale” slegata dai più urgenti e centrali problemi di vita e di sopravvivenza delle masse proletarie come quello della mancanza perdita e stracciamento del salario. Perciò essi debbono raddrizzare il tiro e porre a base della loro azione la rivendicazione immediata, comune a tutti i lavoratori, del salario minimo garantito di € 1.250,00 mensili intassabili a favore di disoccupati cassintegrati sottopagati pensionati con importi inferiori. E articolare su questa base la richiesta specifica di azzerare la morosità nei confronti di tutti gli inquilini e occupanti colpiti da disoccupazione riduzione perdita di salario. Convogliare in questa lotta e nelle mobilitazioni, infondendo una giusta coscienza di classe, assegnatari e occupanti richiedenti alloggio senza tetto.

In quarto luogo i comitati per la casa debbono stringere forti legami tra di loro, creare un fronte comune attrezzarsi adeguatamente per potere affrontare la militarizzazione urbana. Gli sgomberi sono da tempo azioni militari ad alta intensità di guerra statale. E lo “stop agli sgomberi” richiede adeguati livelli di organizzazione di attrezzature di combattività. Fondamentale e decisiva nell’impedire gli sgomberi è la resistenza degli inquilini, la solidarietà del caseggiato; poi conta il resto. Trascinare nell’azione i caseggiati, coinvolgere il quartiere, sbarrare il passo alle forze dell’ordine.

Parallelamente bisogna boicottare gli “esecutivisti della morosità”, isolare i “cittadini detective antiabusivi” e quanti si accodano alle “campagne di legalità” fingendo di non vedere che la “legalità” è il paravento delle ruberie pubbliche e lo strumento di repressione ed esproprio della gente impoverita. Scacciare inoltre dai quartieri popolari i neofascisti che, per acquisire simpatie, chiedono case “solo per gli italiani”, nascondendo ipocritamente il fatto che le case stanno da decenni sfitte e che ora vengono poste in vendita.

In quinto e ultimo luogo bisogna collegare e ancorare la lotta per la casa alla più generale battaglia di classe per l’esproprio di immobiliari, palazzinari, grossi e medi proprietari e la socializzazione dei mezzi di produzione.

 MILANO DICEMBRE 2014

NOTE: (1) In sostanza dal 1998, quando è finito l’osceno prelievo dei soldi dalle buste paga per finanziare i “fondi sociali”, non si investono risorse nell’edilizia popolare.
(2) Non si deve dimenticare che per l’assegnazione di un alloggio occorre la residenza da 10 anni.
(3) Il Comune ha fatto persino tabula rasa dell’accordo del 2012 con Sunia Sicet e altri sindacati inquilini di valutare caso per caso le famiglie occupanti specie quelle per necessità. Ed ha calpestato lo stesso art. 34 c. 8 della Legge Regionale del 2009 che obbliga il Comune ad assegnare gli alloggi agli occupanti per necessità.
(4) Secondo gli ultimi dati, forniti dagli uffici del Comune e riportati dai servizi stampa locali, nei primi 10 mesi del 2014 ci sarebbero state 732 occupazioni, sarebbero stati sventati 546 tentativi, mentre sarebbero stati impediti 16 sgomberi.
(5) L’unico sgombero avviene in via Tommei nel quartiere Calvairate, ma l’alloggio era abbandonato.
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