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Il golpe in Turchia: un tragico enigma

Postato il 20 Luglio 2016 | in Europa, Mondo, Scenari Politico-Sociali | da
ISTANBUL, TURKEY - JULY 16: Supporters of Turkish President Recep Tayyip Erdogan wave flags as they capture a Turkish Army APC after tens of soldiers involved in the coup attempt in Turkey have surrendered on Istanbul's Bosphorus bridge in Istanbul, July 16, 2016 Turkey. Istanbul's bridges across the Bosphorus, the strait separating the European and Asian sides of the city, have been closed to traffic.Turkish President Recep Tayyip Erdogan has denounced an army coup attempt, that has left atleast 90 dead 1154 injured in overnight clashes in Istanbul and Ankara. (Photo by Gokhan Tan/Getty Images)

ISTANBUL, TURKEY – JULY 16: Supporters of Turkish President Recep Tayyip Erdogan wave flags as they capture a Turkish Army APC after tens of soldiers involved in the coup attempt in Turkey have surrendered on Istanbul’s Bosphorus bridge in Istanbul, July 16, 2016 Turkey. Istanbul’s bridges across the Bosphorus, the strait separating the European and Asian sides of the city, have been closed to traffic.Turkish President Recep Tayyip Erdogan has denounced an army coup attempt, that has left atleast 90 dead 1154 injured in overnight clashes in Istanbul and Ankara. (Photo by Gokhan Tan/Getty Images)

Fare della “dietrologia” è cosa per molti antipatica e magari insopportabile. Riguardo al recente e fallito golpe turco commenti dietrologici sono già stati presentati anche da illustri giornalisti non tacciabili di ignorare le faccende del Vicino Oriente né di ingenuità credulona. Ad ogni modo dal canto nostro non possiamo fare a meno di porci delle domande spontanee, o meglio formulare la domanda di base: “Ma che razza di golpe militare è mai stato quello del 15 luglio”?

Possiamo pure evitare i raffronti con i precedenti colpi di stato nella quasi secolare storia della Repubblica di Turchia – i quali con precisione e rapidità assolute in brevissimo tempo dettero ai golpisti il totale controllo del paese – e limitarci a quanto è appena accaduto. Da questi recentissimi fatti consegue un giudizio tecnico (plausibile al di là delle apparenze?) di totale e strana incompetenza dei capi golpisti, se non addirittura di loro imbecillità.

Ebbene, è concepibile che il primissimo atto del golpe non sia stato l’arresto di Erdoğan in villeggiatura a Marmaris?

Perché non sono stati messi fuori funzione trasmettitori e ripetitori dei telefoni cellulari, nonché Internet?

Se fosse vera la notizia circolata all’inizio del golpe riguardo al preavviso del suo verificarsi dato dai golpisti agli addetti militari delle ambasciate turche, come valutarla tenuto conto che il golpe è risultato provenire da una parte soltanto dell’esercito e dell’aeronautica?

Se fosse vero che Erdoğan se ne andava in giro per i cieli in cerca di un asilo all’estero, come mai nessun caccia si è levato per abbatterne l’aereo finché si trovava nello spazio turco?

Com’è stato possibile che un golpe apparentemente vittorioso (in base alle prime notizie) finisse all’improvviso con la vittoria dei governativi?

Tenuto conto degli standard operativi dei militari turchi, come mai non si è sparato seriamente sulla folla che manifestava per Erdoğan? Perché sono stati usati per lo più militari di leva?

Perché nessun esponente del governo o del partito islamista è stato arrestato?

Ebbene, allora tanto valeva non fare nulla.

Ovviamente chi scrive è tacciabile di ipocrisia, avendo fatto domande considerabili “retoriche” nella migliore delle ipotesi. Ma queste domande è impossibile non porsele. E lasciamo stare l’infelice e cinica frase di Erdoğan (con più di 200 morti) sul golpe come “dono di Dio” per poter epurare l’esercito una volta per tutte. Frase solo cinica o anche rivelatrice?

Certo il “sultano” ha avuto un’occasione d’oro, anche per reiterare agli Stati Uniti la domanda di estradizione del suo arcinemico, l’imam Fetullah Gülen, additato come vera mente direttiva del golpe. Che Gülen ci fosse immischiato è questione su cui ancora nulla può dirsi; semmai è osservabile che il comunicato diffuso dai golpisti sembrava più che altro di taglio kemalista, e cioè di tipo laico e non islamico “moderato”, come Gülen ama presentarsi.

Del pari certo è che adesso cominciano i dolori per i turchi avversi a Erdoğan. Ci sono tutti i segnali di una vendetta a vasto raggio, che potrebbe mettere definitivamente fine alla Turchia pensata da Mustafa Kemal, con conseguenze ancora non valutabili. La vendetta di Erdoğan sarà terribile e resterà da vedere quale sarà – se ci sarà – l’ipocrita reazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Il giro di vite già iniziato porta molti commentatori a chiedersi se dal fallito golpe Erdoğan ne esca rafforzato o indebolito. Gli elementi a disposizione consentono solo di fare ipotesi che lasciano tutte il tempo che trovano. Invece una previsione è azzardabile: Erdoğan sarà maggiormente condizionato (forse più volente che nolente) dall’ala islamista “dura” del suo partito che sul piano interno lo spingerà a una resa dei conti definitiva con la Turchia laica e cosmopolita; sul piano esterno resterà da vedere, ma il segnale del taglio dell’energia elettrica alla base Nato di Inçirlik (da cui partono aerei della scombiccherata coalizione anti-Isis di Obama) e del divieto di uso del suo spazio aereo non fa proprio ben pensare.

Comunque una cosa è tragicamente certa: la vittoria del golpe avrebbe portato alla fine di ogni forma di democrazia per lungo tempo, stante il fatto che in un paese per metà favorevole a Erdoğan solo una dittatura militare durissima e di lunga durata potrebbe imbrigliare il 50% di turchi ostili e oltre tutto fanatizzabili dagli imam; per contro, la vittoria di Erdoğan ugualmente rappresenta l’inizio di una “democrazia totalitaria” senza diritti per gli oppositori, cioè una non-democrazia: con tutta probabilità di non breve durata.

In definitiva per la Turchia (solo per essa?) il tentativo di golpe si è risolto in una catastrofe. Il paese è irrimedibilmente spaccato in tre parti che si odiano visceralmente: laici, islamisti e Curdi, con i quali ultimi è ripresa una sanguinosa guerra interna: in tali condizioni il maggiore autoritarismo di Erdoğan, che potrebbe puntare a eliminare anche formalmente ogni tipo di opposizione, non sarebbe affatto una cura, ma un aggravamento forse mortale.

Addio al sogno di Atatürk. Indipendentemente da ogni altra considerazione (comprese le possibili simpatie), fu un sogno di minoranza imposto con la forza a una maggioranza che non era nelle condizioni storiche per poterlo contrastare. Oggi questa maggioranza ha rialzato la testa con Erdoğan, e costui può tranquillamente ostentare nel proprio studio il ritratto di Mustafa Kemal, tanto si tratta ormai di un’icona inoffensiva, sempre utilizzabile in senso nazionalistico, non più laico, però, bensì islamistico.

Torneremo su questa vicenda quando avremo maggiori informazioni e saremo in grado, forse, di stabiire se si un vero tentativo di golpe si è trattato o non piuttosto di una messinscena abilmente guidata o sfruttata da Erdoğan.

L’articolo è di Pier Francesco Zarcone

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