Il sindacato COBAS Pubblico Impiego esprime la sua più ferma e radicale contrarietà in merito alla recente firma dell’ipotesi di Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per il comparto Funzioni Locali 2022-2024. Lungi dall’essere una vittoria per i lavoratori, come sbandierato da alcune sigle sindacali, questa intesa rappresenta l’ennesima, inaccettabile svendita dei loro diritti e del potere d’acquisto. Essa conferma la logica di subalternità delle Confederazioni firmatarie alle politiche di austerità e di impoverimento promosse dal Governo.
L’ipotesi di CCNL Funzioni Locali 2022-2024 non affronta in modo serio e strutturale la drammatica perdita di potere d’acquisto subita dai salari del Pubblico Impiego negli ultimi tre decenni.
Gli incrementi salariali previsti sono irrisori e non sono sufficienti a coprire nemmeno l’inflazione accumulata nel biennio di riferimento, per non parlare del recupero delle perdite pregresse. L’analisi tecnica conferma la natura di “contratto mangia-salari” di questo rinnovo.
Secondo i dati emersi, a causa del mancato recupero dell’inflazione, ogni lavoratore subisce una perdita media di 1.200 euro rispetto al potere d’acquisto reale. La preintesa, sbandierata come un successo, si traduce in un aumento medio lordo di soli 136,76 euro mensili.
Questo incremento si attesta su un misero 5,78%, a fronte di un’inflazione (misurata dall’indice IPCA per il medesimo periodo) ben più alta, intorno al 17%. Si tratta di una mera elemosina che condanna i lavoratori a un progressivo impoverimento. Le tabelle pubblicate da fonti non filo-governative evidenziano in modo inequivocabile quanto ciascun lavoratore “perderà” a causa del mancato recupero dell’inflazione. Questa cifra, sommata alla rilevanza degli anticipi sulla busta paga, riduce in modo significativo persino gli arretrati.
Ribadiamo con forza la nostra richiesta: tutti i contratti nazionali devono assicurare almeno 2.000 euro come livello minimo di partenza in paga base (altro che sblocco dell’accessorio per i soli enti in equilibrio finanziario!). Questo è il livello invalicabile per garantire una retribuzione dignitosa e per iniziare a recuperare le fortissime perdite accumulate negli ultimi trent’anni. Questo contratto non si avvicina minimamente a tale obiettivo.
Il testo del contratto è cieco di fronte alla realtà e non fa che legittimare precarietà, sovraccarico lavorativo e sfruttamento. La Pubblica Amministrazione si trova con personale anziano, dove quasi l’80% dei dipendenti pubblici conta oggi oltre 40 anni e la classe d’età più frequente nella scuola, nella sanità, negli enti locali e negli uffici è ormai quella tra i 55 e 59 anni, tanto che si prevede il pensionamento di un terzo dei dipendenti entro dieci anni. Senza un’inversione di rotta sulle assunzioni, molti servizi essenziali per i cittadini sono destinati a sparire. E l’offerta di un misero livello retributivo, con poche prospettive di carriera ed un sovraccarico lavorativo non è il miglior viatico per attrarre giovani nella P.A..
Del resto questo accordo contrattuale è coerente con l’ipocrisia della Legge di Bilancio: si tagliano i servizi essenziali per finanziare armi e permettere a banche e a grandi imprese energetiche di lucrare sulla pelle dei cittadini e dei lavoratori, offrendo solo contentini a questi ultimi. È ora di denunciare con forza questa farsa. I bisogni reali del Paese sono altri: un’abitazione per tutti, una retribuzione dignitosa e una sanità pubblica che funzioni, non nuove armi.
Ed è proprio in questo scenario di progressivo impoverimento e di attacco sistematico ai diritti dei lavoratori che emerge con drammatica chiarezza la responsabilità storica delle grandi Confederazioni sindacali.
Mentre il Governo Meloni, espressione di una destra sorda alle istanze delle classi sociali più in difficoltà, continua imperterrito nella sua “finanziaria di guerra” e nella svendita del Pubblico Impiego, la risposta del fronte sindacale è stata, ancora una volta, la divisione.
Invece di costruire un fronte comune e unitario, capace di opporre una resistenza massiccia e credibile a un esecutivo che non nasconde la sua natura anti-lavoratori dipendenti e anti-sociale, si è preferito il percorso della frammentazione. Ogni sigla ha agito per la sua strada, a difendere il proprio orticello, con la conseguenza di indebolire la forza contrattuale di milioni di lavoratori.
Questa scelta, miope e dannosa, non solo ha permesso la firma di contratti “mangia-salari” come quello delle Funzioni Locali, ma ha di fatto offerto un assist inaccettabile al Governo. La divisione sindacale è la migliore alleata di chi vuole smantellare lo stato sociale e precarizzare il lavoro. È un tradimento della solidarietà di classe, un fallimento politico che condanna i lavoratori più deboli a subire passivamente le politiche di austerità.
È tempo che questa logica venga spezzata. La lotta per la dignità salariale e per i diritti non può permettersi il lusso della frammentazione. L’unità d’azione non è un’opzione, ma un imperativo categorico per contrastare efficacemente un Governo che ignora deliberatamente le difficoltà crescenti delle classi sociali più deboli.
La nostra azione proseguirà in nome della dignità e della giustizia sociale. Riteniamo indispensabile opporsi a un modello economico che favorisce la concentrazione della ricchezza verso l’alto dimostrandosi, al contempo, inerme contro l’evasione fiscale. I dati OCSE, che vedono l’Italia unico paese con salari reali inferiori al 1990 (-2,9% contro una media del +32,5%), confermano l’urgenza di un cambiamento per uscire dalla stagnazione economica. Senza lotta non possiamo riprenderci il futuro che ci spetta.
La sottoscrizione dell’ipotesi di CCNL Funzioni Locali 2022-2024, inserendosi perfettamente nel quadro economico e sociale sopra descritto, evidenzia una profonda disconnessione tra le decisioni governative e le condizioni di vita dei cittadini. Tale atto, pertanto, non fa che rafforzare le ragioni alla base dello Sciopero Generale di tutte le categorie, proclamato unitariamente da COBAS e dalle altre sigle del sindacalismo di base.
Per queste ragioni, il 28 Novembre ci fermiamo, chiamando alla mobilitazione tutti i lavoratori e le lavoratrici delle Funzioni Locali e di tutto il Pubblico Impiego. È ora di incrociare le braccia per:
1 Rimettere in discussione la firma degli ultimi contratti nazionali che hanno tradito l’esigenza di garantire il potere d’acquisto delle retribuzioni.
2 Ottenere un salario dignitoso che parta da una base di 2.000 euro.
3 Reintrodurre un meccanismo automatico di indicizzazione delle retribuzioni su base annuale.
4 Riportare l’età pensionabile a 62 anni, contro l’allungamento insopportabile della vita lavorativa.
5 Bloccare la finanziaria di guerra e imporre un cambio di rotta nelle politiche economiche e sociali, dando priorità a sanità, istruzione, edilizia popolare e sociale e al Terzo settore.
Il 28 Novembre non è solo una data di protesta, ma l’inizio di un percorso di mobilitazione che culminerà con la manifestazione nazionale a Roma il 29 Novembre, per costruire un fronte unito contro l’impoverimento e per la dignità del lavoro.
Cobas Pubblico Impiego

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