Un torto subito da un lavoratore è un torto fatto a tutti (IWW)

A proposito di società strumentali ed enti locali

Postato il 16 Aprile 2014 | in Lavoro Pubblico, Sindacato | da

Nel corso degli anni abbiamo visto nascere società in house e società cosiddette strumentali, tutte emanazioni degli enti locali che spesso poco avevano a che vedere con lo svolgimento delle funzioni fondamentali atttribuite ai comuni.

Spesso trattasi di società costruite ad arte per piazzare qualche politico in esubero a fine mandato o per aggirare i patti di stabilità, per consentire a soci privati di accedere a qualche business dentro i processi di privatizzazione dei servizi pubblici.

Si tratta di processi che i distratti sindacati confederali firmatari dei contratti collettivi hanno assecondato a vari livelli,consentendo ai nuovi padroni della gestione dei servizi di pubblici diapplicare contratti collettivi con minori salari e diritti rispetto a quelli dei comparti del pubblico impiego.

Eppure nelle società in questione operano tanti lavoratori e centinaia di precari il futuro dei quali è a dir poco incerto, soprattutto alla luce della applicazione di tutte quelle norme già in vigore negli enti locali, norme che limitano la spesa per il personale per effetto di vincoli di bilancio e imposte ai comuni dalle leggi di stabilità.

Tutto ciò è solo il prodotto di un modo di “governare” la cosa pubblica tipico dell’ approccio dei sindaci eletti direttamente e della conseguente scelta di rinunciare a governare le amministrazioni locali occupandosi direttamente della gestione dei servizi per garantirne il controllo pubblico.

Lo sviluppo delle forme di aziendalizzazione sempre più spinta spesso è stato infatti la conseguenza della volontà di una classe politica di amministratori locali che ha inteso utilizzare le società in house o partecipate,come strumento di consenso di breve periodo coincidente con il loro mandato.

Questo è evidente sia in termini di controllo dei costi di erogazione dei servizi, intesi da una parte solo in funzione di un’abbattimento dei salari al fine di contenere gli effetti di “tagli lineari” sui bilanci imposti dallo stato centrale e comunque accettati dal sistema delle autonomie locali, e dall’ altra per aggirare, utilizzando quale passpartout la “semplificazione gestionale organizzativa”, molte forme e regole di legalità, di trasparenza e di controllo sia nei processi occupazionali che nell’ affidamento in appalto di singole prestazioni di servizi.

In tal senso è bene ribadire che le società pubbliche costituiscono soggetti privati a tutti gli effetti, per cui se da un parte si è alleggerito il bilancio dello Stato dall’altra si è perso il controllo e la direzione,facendo venir meno quella finalità sociale, anche in senso solidale all’ interno delle comunità amministrate, che fin dallo loro istituzione era il presupposto dell’ azione operativa delle cosidette “municipalizzate”.

Ancora oggi sarebbero oltremodo rilevanti le attività di utilità collettiva legate ai servizi e alla gestione dei cosiddetti beni comuni che esse potrebbero svolgere al fine di garantirne un equa fruizione da parte delle comunità creando allo stesso tempo una stabile. Purtroppo si scopre, invece, che molte società hanno a loro volta accumulato debiti dovute a gestioni scriteriate, e al momento di stabilizzare i precari sono state applicate le stesse regole che impongono nel pubblico il sostanziale blocco delle assunzioni e della contrattazione decentrata, al pari degli enti locali che non hanno rispettato il patto di stabilità o hanno dichiarato dissesto finanziario.

Eppure molti comuni sarebbero da considerarsi “falliti” in quanto l’ indebitamento delle partecipate, per la loro quota, è superiore alle entrate del loro bilancio, peraltro spesso dovuto alla mancanza di efficaci controlli preventivi. Solo a posteriori si assiste agli interventi dell’onnipresente Corte dei Conti in un ambito legislativo in cui la competenza della Magistratura contabile si è dilatata dismisura applicando regole di controllo e contenimento della spesa concepiti per gli enti pubblici a società private. E’ evidente che tutto questo, utilizzando l’ austerità e al grido “lo chiede l’ Europa”, è stato fatto a colpi di decretazione d’ urgenza o comunque attraverso norme legislative che hanno volutamente distrutto quello che rimaneva degli spazi di contrattazione collettiva fra le parti.

Si è cosi’ costruita una legislazione contradditoria che riconosce il carattere sostanzialmente pubblico alle società per azioni nate dalla trasformazione degli enti pubblici economici in S.p.a., società nei fatti private in quanto perseguono fini e scopi di lucro.

In questo senso la confusione regna sovrana: le società controllate strumentali devono svolgere la loro attività prevalentemente in favore dell’ente pubblico socio potendo ricevere affidamenti da soggetti terzi soltanto in via marginale in quanto vige il cosiddetto requisito della prevalenza.

Esemplare per questo è quanto poco importi ai Governi e all’Ue che un referendum abbia di fatto sancito la ripubblicizzazione dell’acqua. Insomma fatta la legge hanno trovato l’inganno con la creazione di società in house che operano in prevalenza per gli enti dai quali sono state generate ma allo stesso tempo, con una sottile distinzione giuridica, si separa chi opera per conto delle amministrazioni locali più o meno in forma esclusiva da chi genericamente si rivolge all’ esterno per la gestione di un servizio per il pubblico.

Sono centinaia le pagine giurisprudenziali scritte ma la situazione resta a dir poco caotica, una confusione costruita ad arte, basti vedere la distinzione tra servizi pubblici locali e servizi strumentali.

I primi hanno ad oggetto “la produzione di beni ed attività rivolti a realizzare fini sociali ed a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali” (articolo 113 TUEL).

I secondi invece sono attività destinate a favore della stessa P.A affidante.

Alla base di tutto non c’è solo la necessità di mantenere in piedi società con i soldi pubblici ma gestite privatamente,ma anche la ricerca di un quadro legislativo che permetta un nuovo processo di privatizzazione aggirando o intrepretando a proprio piacimento le normative, magari per consentire a qualche grande società strumentale di partecipare a gare europee superando quel nanismo industriale italiano che stride con gli appetiti del grande capitale.

Da qui ai prossimi mesi arriveranno nuovi stravolgimenti del diritto e nuovi processi di privatizzazioni.

E a pagare chi sarà? Sicuramente i lavoratrici e le lavoratori di queste società che vivranno un incerto futuro occupazionale e salarialie ma anche i cittadini che si troveranno a dover pagare sempre di più servizi pubblici, di cui l’ Ente Locale ormai ha perso il controllo.

In questo paese le società pubbliche non sono infatti considerate più alle stregua di “beni comuni” patrimonio delle comunità, ma sempre più semplicemente società pubbliche di “proprietà” degli esecutivi. Tutto questo in nome della governabilità, ma calpestando la democrazia e la sovranità popolare e alla occorenza dando il benservito ai lavoratori e alle lavoratrici.

COBAS COMUNE PISA

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